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Black Stone Cherry: “The Rambler” – Intervista a Jon Lawhon

Album dopo album e live dopo live i Black Stone Cherry sono stati in grado di far crescere il proprio seguito grazie alla loro miscela di hard rock e blues ad alto tasso adrenalinico. In occasione della loro recente calata italica dello scorso febbraio, abbiamo incontrato il bassista della band Jon Lawhon per parlare del nuovo e riuscitissimo “Kentucky“, quinto album della band in uscita venerdì 1 apile.

Ciao e benvenuto su Metallus.it! Come sta andando il tour?

Ciao e grazie mille. Un piacere parlare con voi. Il tour sta andando veramente bene, grazie! Abbiamo cominciato in Inghilterra, col “The Carnival Of Madness” con Shinedown e Halestorm come opening act principali e gli Highly Suspect: è stato tutto molto bello, molto pubblico e un paio di volte vicino al sold-out, poi sono venute la Francia, la Germania, un sacco di interviste, la Svizzera. E’ stato fantastico e al momento ci manca una settimana e mezzo per la fine di questa parte di tour, avremo un paio di date negli U.S.A. con Volbeat e anche coi Monster Truck poi ci sarà l’Australia coi Buckcherry… Sono curioso, ho letto che il 98% delle cose che possono ucciderti su questo pianeta si trovano in Australia: devo indossare un’armatura? (Ride di gusto)… Poi torneremo negli USA e in Europa per qualche festival e poi da headliner. Saremo di nuovo qui in Europa con il tour regolare a fine 2016 o inizio 2017.

Il vostro quinto album “Kentucky” sarà fuori molto presto: già dal titolo si capisce che riguarda le vostre radici quindi ti chiedo perché la scelta di questo titolo.

Stavamo cambiando etichetta e abbiamo scelto Mascot Label Group ma con loro abbiamo voluto mettere in chiaro tutto subito. Non volevamo ingerenze esterne, volevamo fare le cose a modo nostro, senza produttori o altro. Noi conosciamo la band meglio di chiunque altro.  La nostra scelta era quella di tornare appunto alle radici, nello studio dove abbiamo registrato il primo album e con l’intenzione di autoprodurre “Kentucky”: lo studio ora è nuovo ma l’attrezzatura è la stessa di quei tempi che ti dicevo, così come la nostra mentalità. Per la prima volta in tanti anni abbiamo fatto come volevamo noi, quindi per tutti questi motivi era giusto chiamarlo “Kentucky”. Le nostre radici sono lì, tre membri su quattro della band sono nati in Kentucky. Io sono nato in Florida ma buona parte della mia famiglia proviene da quello Stato. Anche gli ospiti nell’album provengono dal Kentucky, come i coristi di Soul Machine e di War o il violinista di The Rambler. Le nostre radici sono sempre lì e non le dimentichiamo. Il nostro manager ha detto che il titolo era bello e ha chiesto a chi era venuto in mente: ci siamo guardati e in realtà abbiamo scoperto che era stata una scelta naturale e dovuta di tutti.

A mio parere “Magic Mountain” era un buon album ma “Kentucky” è più efficace, specie nel songwriting che ha una direzione musicale più precisa: cos’è cambiato rispetto all’album precedente?

Nel nostro terzo CD “Between The Devil And The Deep Blue Sea” abbiamo avuto un produttore (Howard Benson) molto bravo per quanto riguarda anche il rock da classifica, da radio, e un po’ il suono levigato, un po’ il mixaggio avevano preso una piega forse un po’ troppo pop per come siamo noi; per carità, niente in contrario a quel disco, anzi è uno dei miei favoriti, ma un po’ troppo rifinito, onestamente.

Per “Magic Mountain” abbiamo lavorato con Joe Barresi, che è decisamente più rock in maniera genuina. Alcuni pezzi sono più lunghi e in sede i registrazione facemmo un sacco di jam session. Musicalmente penso sia il nostro migliore fra i dischi precedenti anche se abbiamo penalizzato la qualità delle singole canzoni per privilegiare la qualità della musica. In ogni caso però il nostro vibe si sentiva, anche se però le componenti esecutive e di songwriting non erano molto bilanciate.

Con “Kentucky”, come detto, siamo tornati alle radici in ogni senso e penso che il risultato sia fantastico: se unisci i puntini vedrai una linea che collega il primo lavoro con quest’ultimo. Il nuovo album è finalmente bilanciato.

Parlando sempre di “Kentucky”, so che lo avete registrato ai Barrick Studios Glasgow, Kentucky, così come il vostro primo CD: cosa puoi dirci a riguardo?

Guarda, registrare con David è come registrare in garage, ottima strumentazione ma feeling vero, e quando ti riascolti senti tutto senza ricorrere a trucchi vari per correggere. E’ stato divertente registrare le parti di basso e ogni membro del gruppo è riuscito a mettere la propria identità dentro ogni singola nota che ha suonato o cantato: trovo sia anche bello che ogni componente dei Black Stone Cherry non è preponderante rispetto agli altri, siamo tutti sullo stesso piano quindi in questa maniera anche l’amalgama che ne viene fuori è particolare. Nessuno di noi vuole essere superiore agli altri, siamo tutti e quattro allo stesso livello. Non c’è mai stata rivalità negativa tra di noi, magari qualcosa per spingere l’un l’altro a suonare sempre meglio per migliorare la qualità del gruppo. E’ qualcosa di molto stimolante che poi trova concretezza soprattutto quando suoniamo dal vivo. Lì si vede il risultato di quel lavoro di squadra, della collaborazione.

Un gruppo che interpreta perfettamente questo modo di essere sono gli Halestorm, coi quali abbiamo partecipato a vari tour. Quei ragazzi amano la musica, sono forti, e li trovi lì ad incitarti per migliorare: hanno uno spettacolo eccezionale e anche loro all’interno della band applicano questa logica, quindi è un piacere stare on the road con loro. E’ molto importante poter offrire un pacchetto di qualità quando si suona dal vivo. Girare il mondo con band ottime, ci spinge a migliorare ogni giorno. Sicuramente faremo più bella figura suonando dopo una band mediocre ma non è quello che vogliamo. E’ una sfida. Questo ad esempio lo abbiamo capito quando abbiamo suonato di spalla ai Chickenfoot. Per me salire sul palco prima di Michael Anthony era qualcosa di veramente difficile all’inizio. Mi chiedevo come potessi confrontarmi con un mostro del rock del genere! Ma questo ti spinge a dare di più.

Negli album precedenti avete avuto contributi esterni nella stesura dei pezzi: per “Kentucky” come è andata sotto questo punto di vista?

Il 99,999 % di “Kentucky” è stato scritto da noi 4: il primo singolo è stato scritto subito dopo l’uscita del nostro terzo CD, ma l’etichetta del tempo ci disse che era troppo pesante come canzone quindi non gli chiedemmo “Ci avete mai visto suonare dal vivo?”. Abbiamo scritto quella canzone col produttore del secondo album, Bob Marlette (Ozzy Osbourne, Shinedown), col quale abbiamo ancora un ottimo rapporto e personalmente è una delle migliori persone del music business che conosca. Ci sono comunque canzoni di varia provenienza. Ad esempio “The Rambler” nasce da un’idea di Jasin Todd (ex-Shinedown) che ci aveva accennato sul tour bus, sappiamo che è una cosa personale che parla di lui ma logicamente la abbiamo riadattata.  Per noi lui è stata una persona fondamentale. Ci ha permesso di ottenere il nostro primo contratto discografico, ci ha aiutato tantissimo. Dalla sua idea poi abbiamo modificato un po’ il ritornello e adattato il testo. E’ una canzone molto diversa dal resto dell’album che è decisamente “in your face”.

Parliamo un po’ di singole canzoni. “Soul Machine”, per me una delle migliori…

Fortemente influenzata da soul, funk, jazz, blues, come noi… L’ossatura del gruppo deriva da lì e al momento ci sentivamo di proporre, fregandocene delle radio in U.S.A. E’ una canzone che avevamo in mente giù da un po’ ma i precedenti produttori pensavano fosse troppo strana e che non avrebbe funzionato in radio, quindi ce la scartarono ripetutamente. Finalmente ora siamo riusciti ad inciderla. Ce ne siamo fottuti alla grande se potesse funzionare o meno a livello commerciale.

Un’altra canzone che mi ha colpito è “Rescue Me”, che ha molto di “Folklore And Superstition”…

La parte vocale è il risultato del lavoro che abbiamo fatto io, Ben con il nostro ingegnere insieme in un’ora. Ho iniziato a lavorare sull’armonia principale del ritornello. Ma poi tutti i ragazzi hanno contribuito, soprattutto sulle armonie vocali. Alla fine ce n’era una per ogni membro della band e ben 8 che avevo scritto io. Un casino di armonie! Poi ci siamo seduti e abbiamo ascoltato il risultato, ci sembrava qualcosa di unico per una band al giorno d’oggi, era da molto che non sentivo qualcosa del genere. Sembrava una cosa simile ai Queen o ai Kansas come approccio.

Avete anche un nuovo video, “In Our Dreams”, una cosa nuova per voi con una storia. Come mai questa scelta e la connessione fra il testo e la storia del video?

La canzone parla dell’eterna domanda “sarò solo?”, “ci sarà qualcuno per me?” intesa come reazione a ciò che succede nel mondo, ma anche alla propria storia personale. C’erano un paio di idee. La narrazione si inserisce in questo scenario in cui c’è questo mega ricco che decide di creare una città esclusiva per ricchi sotto acqua, immersa nel mare. I poveri vengono tenuti fuori da questa città, ridotti a lavorare praticamente in schiavitù, solo per mantenere questa città sommersa, sotto il controllo dei militari e dell’esercito. La storia poi si svolge sulla figura di due ragazze che scoprono poi di essere sorelle, ma separate: una tra i ricchi, una nella città dei poveri. Le due ragazze riescono a scatenare una sorta di rivoluzione. Il concetto è combattere, sempre, per la tua libertà, per migliorare.

E’ stata la prima volta in cui siamo riusciti a connettere veramente la storia del video con il testo. Siamo stati veramente contenti. La parte narrativa del video è stata principalmente girata a Chicago. In realtà in quella fase abbiamo collaborato con il regista in remoto, ci mandava continuamente aggiornamenti sulle riprese e sulla creazione delle ambientazioni. Poi per la parte in cui compare la band, abbiamo scelto una fabbrica abbandonata che ci sembrava perfetta. Abbiamo girato li tutto in un giorno. Il risultato penso sia veramente ottimo.

La setlist di stasera sarà un “Best Of”, se guardo alle recenti scalette: come mai avete scelto questi pezzi?

Le canzoni che suonano meglio dal vivo e che hanno il miglior riscontro del pubblico, così c’è più energia, te la porti anche a casa quando esci dal concerto. Vogliamo che la gente vada a casa ancora energizzata dallo show. Suoneremo anche “The Rambler” e “In Our Dreams” dal nostro nuovo CD. “The Rambler” è più di un nuovo brano, è qualcosa che descrive alla perfezione la band e in cui le persone possono facilmente immergersi e immedesimarsi. Il feedback per queste nuove canzoni è stato pazzesco da parte del pubblico, è bello vedere che un lavoro fatto senza produttore e senza uno studio così grande, sia ben apprezzato dal pubblico.

Avete anche una cover di “Ace Of Spades” da suonare…

Sì, è un omaggio per Lemmy anche perché abbiamo suonato con i Motorhead per due settimane nel dicembre 2009. Tutta la band e la crew furono persone fantastiche, ci accolsero veramente a braccia aperte, facendoci sentire parte della famiglia. Non è scontato perchè quando sei i Motorhead, non è propriamente necessario che tu lo voglia fare. C’erano liquori e alcol gratuiti per noi ogni giorno. Nei Motorhead inoltre la droga non mancava mai, anche tra la crew. Noi non siamo assolutamente una drug-band, ma ce ne offrivano veramente ogni giorno. Fondamentalmente ogni sera erano abbastanza rovinati da non ricordarsi di avercela già offerta (e rifiutata) e quindi il giorno dopo ricominciava tutto da capo. Ogni giorno come il primo giorno.

Grazie mille! Puoi lasciare un messaggio ai fan italiani.

Ciao ragazzi, grazie per l’affetto! Abbiamo visto un aumento costante di pubblico e amore da parte del pubblico italiano. Torneremo presto e visiteremo più città. Grazie!

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