Buckcherry – Recensione: Black Butterfly

Rafforzati commercialmente dal successo americano del precedente lavoro “15” di un paio di anni fa gli americani Buckcherry provano a rimettere insieme i pezzi e ripartire più o meno dallo stesso punto, condensando animo hard rock e formato alternative/pop in dodici canzoni dall’intento smaccatamente easy listening. Un obiettivo che, al contrario di quanto possa sembrare, non è poi così facile da centrare. Si, perché far funzionare canzoni semplici e dirette senza trasmettere la fastidiosa sensazione di costruito a tavolino non è impresa da poco e solo una bella ispirazione di fondo permette tale risultato. Creatività che purtroppo alla band sembra in gran parte mancare in questo momento: inevitabile quindi disseminare la song di tante piccole forzature che increspano la superficie delle melodie, senza per altro regalare profondità espressiva a composizioni che rimangano estremamente superficiali. Non è un caso che i brani più riusciti siano quelli in cui la sequenza riff, bridge, ritornello è il più banale possibile, come “Rescue Me” o “Talk To Me”. Non male pure le ballate ruffiane “Don’t Go Away” e “Rose” che potrebbero godere di un certo airplay. Il resto suona un po’ stanco e senza nerbo, da ribellione preconfezionata. Forse troppo pulito e levigato quando dovrebbe suonare ruvido (come in “A Child Called It”) e comunque non abbastanza catchy e poppettoso da far passare momenti spensierati senza accendere il cervello. Una terra di nessuno che prelude solo ad un inevitabile passo indietro. Speriamo il gruppo sappia riprendersi e reinventarsi al più presto, in caso contrario la parabola discendente è qui dietro l’angolo…

Voto recensore
6
Etichetta: Eleven Seven / Self

Anno: 2008

Tracklist:

01. Rescue Me

02. Tired Of You

03. Too Drunk...

04. Dreams

05. Talk To Me

06. A Child Called It

07. Don´t Go Away

08. Fallout

09. Rose

10. All Of Me

11. Imminent Bail Out

12. Cream


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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