Burzum – Recensione: Belus

Non è semplice parlare di un disco come “Belus”, perché a volte, loro malgrado, le persone si trasformano in miti, in eroi negativi del nostro tempo oggetto di critica per molti ma anche di una tacita ammirazione da parte di pochi. Su Varg Vikernes sono stati scritti fiumi d’inchiostro, pure troppi: dall’assassinio di Euronymous ai diciassette anni di permanenza in carcere, su questa persona sono state dette le cose più disparate, vere o false che fossero. Come sempre accade quando uno sconosciuto diventa un “qualcuno”. Anche in negativo. Non ci saremmo aspettati un album di black metal, dopo le presunte dichiarazioni del Conte Grishnack secondo le quali avrebbe ripudiato il rock e i suoi derivati poiché generi musicali di origini non-ariane…Follia? Sarà, fatto sta che a Varg Vikernes in carcere non era permesso suonare la chitarra ed ecco giustificato il passaggio a un folk/ambient “pagano/neoclassico” (le etichette che incontrò “Daudi Baldrs” non si contano più) e due discreti album di genere dalle patrie galere.

Oggi l’esigenza è quella di tornare alle origini, che poi quelle attribuite al musicista siano “le ultime parole famose”, è un altro discorso. “Belus” è puro e semplice black metal, non ci sono altre definizioni. Tuttavia, non ci sono nemmeno le urla e i suoni claustrofobici degli esordi, o accozzaglia di rumori che dir si voglia, nella sua “grettezza” “Belus” è un album ragionato. Il background lirico, di natura spirituale pagana, omaggia la figura del Dio Sole, trasceso e fatto proprio da numerose religioni antiche. Da un punto di vista musicale ci troviamo, sebbene le tastiere siano assenti (ma qui si tratta piuttosto di atmosfere) a un punto d’incontro tra “Filosofem” e, appunto “Daudi Bladrs”. Le canzoni possiedono un respiro epico che ben si adagia ai testi in lingua madre, senza naturalmente nessuna complicazione tecnica. Si potrebbe addirittura sorridere per la disarmante semplicità del disco che tra riff ripetuti ad libitum e una produzione ruvida, di sicuro non regge il confronto con le uscite più recenti. Ma attenzione, ogni possibile compromesso con il mainstream qui è del tutto eluso, “Belus” a modo suo vince nel riportare tra noi lo spirito sopito di quel black metal dei primi anni ’90, quello che faceva paura per intenderci e non piaceva davvero a nessuno. Nemmeno ai metallari.

Etichetta: Byelobog Productions / Plastichead

Anno: 2010

Tracklist:

01.Lukans Renkespill (Introduksjon)

02.Belus' Død

03.Glemselens Elv

04.Kaimadalthas' Nedstigning

05.Sverddans

06.Keliohesten

07.Morgenrøde

08.Belus' Tilbakekomst (Konklusjon)


Sito Web: http://www.burzum.org

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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