BEAT: Live Report della data di Udine

Fin da quando era stato annunciato, il progetto BEAT aveva suscitato grande aspettativa. La conferma della resa di quella che oggi possiamo tranquillamente definire come ben di più, e cioè una vera a propria band – e che band! – era stata, poi, confermata, dalle date americane del tour, con annessa testimonianza del doppio live uscito l’anno scorso. Giustificata, quindi, la trepida attesa con cui i fan hanno aspettato le date italiane del tour, fra le quali quella nella suggestiva cornice del Castello di Udine.

La platea è piena zeppa per un concerto che è annunciato per le ore 21 e alle ore 21, puntuale, fanno l’ingresso sul palco i musicisti, con sullo sfondo l’iconico elefante che evoca il brano di apertura del primo dei tre album dei King Crimson che vengono omaggiati nella scaletta dei Beat. Gli onori di casa li fa ovviamente Adrian Belew, geniale cantante e chitarrista che è l’anima di questa reincarnazione insieme a Tony Levin, 80 anni da poco compiuti e non sentirli affatto. Accanto a loro ci sono il virtuoso Steve Vai, che ha calcato il palco del castello di Udine da solista nel 2022, e Danny Carey, possente batterista dei Tool.

Il fischio di Belew, poi partono le prime note di “Neurotica” e si ha la conferma che la somma dei componenti della band non è quattro, ma ben di più: il sound è potentissimo, complice anche un sistema audio semplicemente perfetto, e gli spettatori sono subito travolti e ipnotizzati. Conquista da subito con il suo carisma Belew, in grande stato di forma e con voce rimasta immune al passaggio degli anni, così come immediato è l’impatto di Carey, capace di conferire grande potenza alla performance. Arriva una “Neal And Jack And Me” che ci ricorda come i beat cui facevano riferimento i King Crimson e ora lo spirito della band sul palco erano proprio quelli: il brano viene eseguito in maniera semplicemente strepitosa, e conferma l’indirizzo verso una serata memorabile. Dopo la più pop “Heartbeat” sale in cattedra Levin in “Sartori In Tangier”, e poi Steve Vai si presenta a modo suo…e il cerchio si chiude alla perfezione. Belew annuncia che verranno eseguiti dei brani da “Three Of A Perfect Pair”, che i King Crimson, ai tempi, non avevano avuto modo di proporre dal vivo: una chicca, quindi, che il pubblico accoglie con entusiasmo. In questo frangente Belew, oltre alle doti canore, dà prova dell’enorme talento chitarristico, tirando fuori suoni che ci portano in un’altra dimensione. Gli fa eco Vai, per un viaggio che ci trasporta nello spazio e su altri pianeti sonori. Lo stato di grazie della band è evidente, e il primo set si chiude con “Larks’ Tongues in Aspic (Part III)”, prima di una pausa di una ventina di minuti che consente ai musicisti ma anche agli spettatori di riprendere fiato.

Il secondo set è incentrato soprattutto su materiale da “Discipline” e “Beat” e propone dei classici senza tempo che ci ricordano quanto avanti fossero i King Crimson, allora formati – oltre a Belew e Levin – da Bill Bruford e ovviamente da Robert Fripp, che Belew ha modo di omaggiare. Steve Vai è protagonista assoluto in “The Sheltering Sky”, mentre “Sleepless” – di nuovo da “Three Of A Perfect Pair” – viene riletta in una versione potentissima e ci ricorda, soprattutto nella parte vocale, il passaggio di Belew nei Talking Heads prima di approdare alla corte del Re Cremisi. “Frame By Frame” dal vivo è semplicemente magica e straordinaria è pure “Elephant Talk”, che per intensità rappresenta forse il culmine del concerto. Che però ha ancora delle gemme da regalare: il sapore pop di “Three Of A Perfect Pair” e “Indiscipline” chiudono il secondo set, ma la sorpresa arriva con il primo dei bis, che è “Red”, dall’omonimo album dei King Crimson, sentito omaggio alla line-up che ha registrato quel capolavoro. Il concerto si chiude con la festosa “Thela Hun Ginjeet”, dopo due ore di livello eccezionale.

Le luci si accendono e il pubblico comincia a defluire, prima cercando di intercettare uno sguardo o magari un saluto dei musicisti che si spostano verso i camerini, e poi scambiando impressioni entusiastiche sullo spettacolo appena finito, ma destinato a rimanere ben vivo nei ricordi.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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