Beartooth – Recensione: The Surface

Che vi fosse qualche novità nell’aria lo si era già capito con l’uscita, ad agosto 2022, del singolo “Riptide”, che ben descrive la dualità dei Beartooth, band americana che festeggia l’undicesimo anno di carriera con l’uscita di “The Surface”.
Ma perché parlare di dualità? Perché all’interno dei Beartooth, capitanati dall’eclettico frontman Caleb Shomo, polistrumentista e compositore, coesistono due anime perfettamente distinguibili ma così intrinsecamente collegate: abbiamo quindi un 50% di metalcore, perfettamente eseguito e con il giusto livello di arroganza e cattiveria, e un 50% pop-punk, scanzonato e molto teen. (Francesca Carbone)

Pop punk che tra l’altro è spaccato 50% pop e 50% punk (perdonate la matematica alla Scott Steiner). Caleb resta uno degli scrittori con più sensibilità pop nel mondo della musica alternativa, con la capacità di cacciare melodie sempre fresche dal cappello. Allo stesso tempo, sono palesi le sue radici hardcore, presenti in massa già dai primi lavori dei Beartooth. (Matteo Pastori)


La forza di questa band, che in appena undici anni ha sfornato ben cinque album, sta nel riuscire a creare pezzi piuttosto ritmati, che hanno al loro interno ritornelli molto catchy, una specie di captatio benevolentiae verso quel pubblico teen e post teen che è cresciuto con band tipo The Story So Far e A Day To Remember, giusto per citare un paio di nome che ben rappresentano il genere.


Se con “Riptide” avevamo pregustato qualcosa è con l’uscita di “Sunshine!”, avvenuta parecchi mesi dopo, che iniziano ad arrivare le conferme che roba in pentola c’è e sta pure bollendo. Il pezzo, che batte 10 a 0 il primo singolo, è aggressivo al punto giusto, senza eccessi, e con quel mood fatto di voglia di skate, birretta e pomeriggi alternativi. Carina anche la scelta di spaccare la canzone a metà con un ritornello puramente in acustico. Non ho dubbi sul fatto che questo brano, intelligentemente inserito a metà dell’album, sarà fortemente richiesto e ballato ai loro concerti (che mi permetto di dire, anche se nessuno me lo ha chiesto, meritano di essere visti). (Francesca Carbone)

Nota genitor… editore due: mi permetto di confermare. Una band che fa degli shenanigans hardcore il
proprio pane. Se mai capitano vicino a casa vostra non fatevi illudere dai ritornelli carini e coccolosi e portatevi un paradenti. (Matteo Pastori)


“Might Love Myself” ha la classica atmosfera da ballo di fine anno, quando si indossano vestiti improponibili in una palestra di una tipica scuola americana e si beve da bicchieri di plastica, rigorosamente rossi altrimenti non c’è storia. Lo stile vira totalmente verso il pop punk contemporaneo, che tanto fa storcere il naso ai puristi, anche se bisogna prendere coscienza del fatto che la musica sia un organismo in continuo movimento ed evoluzione e, anche se opinabili, ben vengano le novità. (Francesca Carbone)

Il pezzo è, a livello lirico, il punto di svolta che quest’album rappresenta per Caleb. Sono finiti i tempi di “Disgusting” (2014), in cui il fulcro narrativo era la depressione. È stato davvero un bel viaggio fino a qui, vedere come di disco in disco abbia trovato sempre più felicità e confidenza in se stesso. Il Caleb che ci troviamo davanti è un uomo nuovo, che si è lasciato molto alle spalle. (Matteo Pastori)


Da segnalare “The Better Me” che vede la partecipazione di Hardy, acclamato cantante e compositore country, che dà colore e calore ad un pezzo estremamente radiofonico, forse troppo.
“What Are You Waiting For”, che a leggere il titolo poteva dare l’impressione di essere una cover
di un pezzo di Gwen Stefani, ma che per fortuna abbiamo scampato, rappresenta al 100% quanto fin sopra descritto, ossia l’unione multi genere tra classico e moderno, clean e unclean, soft e power. Il mix funziona perfettamente, trasportando su una sorta di montagne russe l’ascoltatore, spingendolo a canticchiare il pezzo dopo appena un ascolto.
Una postilla va fatta al poliedrico frontman, che oltre ad essere una specie one man band in fase di registrazione, negli anni ha migliorato la proprio estensione, studiando e sgrezzando la sua voce, qui più matura, trasformandola in uno strumento versatile e performante. (Francesca Carbone)

I puliti sono sempre più precisi, e certi scream non me li sarei mai aspettati da lui. Come ad esempio le ringhiate in growl che permeano parti della opener nonché title track “The Surface”. (Matteo Pastori)


“I Was Alive”, ultimo singolo pubblicato, chiude con uno dei testi più sfacciatamente toccanti questo album che nel suo complesso è ben prodotto, ben registrato e, salvo per qualche dettaglio un po’ troppo eccessivo per me over 30, molto gradevole e leggero.
Se da un lato abbiamo una composizione in linea con ciò che attualmente vi è in circolazione, dall’altro la scrittura dei testi si è fatta più matura e, seppur con semplicità, più sincera. La componente emozionale, empatica ed emotiva, anche se a volte messa su basi cattivelle, è un tratto distintivo dei Beartooth e di Caleb Shomo, a cui va il plauso di cercare di unire con musica e parole una varietà estremamente sfaccettata di pubblico. (Francesca Carbone)

Etichetta: Red Bull Records

Anno: 2023


Sito Web: https://www.facebook.com/BEARTOOTHband?locale=it_IT

francesca.carbone

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Scribacchina dal 2008 e da sempre schietta opinionista del mondo musicale. Dagli Iron Maiden ad Immanuel Casto il passo è breve, almeno per me.

Matteo Pastori

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Nerd venticinquenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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