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Balletto Di Bronzo – Recensione: Lemures

Un’attesa lunga 51 anni è finalmente ripagata. Tanto è il tempo trascorso dalla pubblicazione, nel 1972, dell’ultimo disco in studio targato Balletto di Bronzo, quel ”Ys” che rappresenta uno dei vertici assoluti della stagione d’oro del progressive italiano degli anni ‘70. D’altronde uno come Gianni Leone, cantante, tastierista e leader della band, non è certo uno che si accontenta, e dalla rifondazione della band, risalente al 1995, ha atteso le condizioni da lui ritenute ideali per poter mettere su disco quanto composto da allora. Splendidamente coadiuvato da Riccardo Spilli alla batteria e Ivano Salvatori al basso, ha fatto uscire questo “Lemures” (titolo riferito agli spiriti erranti dei morti di morte violenta nella mitologia romana, non certo ai primati del Madagascar) per l’etichetta genovese Black Widow Records (per la quale la band aveva già pubblicato i live del 2008 e 2020), che si è quindi aggiudicata un nome veramente pesante per la storia e per la qualità che ha espresso e continua ad esprimere nel progressive internazionale.

L’apertura è affidata allo strumentale “Incubo e Succubo”, che delinea fin da subito le linee cupe del disco col suo riff portante dai toni decisamente doom. E l’impronta dark prog è confermata da “Oceani Sconosciuti” anche dalla drammatica linea vocale di Leone e i suoi synth lancinanti. Dark e teatralità sono presenti anche ne “L’Emofago”, che nell’incedere è molto hard.

Napoli Sotterranea” (Napoli è la città d’origine della band) è uno strumentale inframezzato dagli inquietanti vocalizzi del leader e “L’Ombra Degli Dei” dopo l’inquietante linea vocale iniziale, dall’interpretazione magistrale, cambia colori e atmosfere. Strumentale con vocalizzi è anche l’articolatissima “Labirynthus”, mentre “Certezze Fragili” ha una linea più melodica nella voce, sfociando poi in divagazioni strumentali di grande dinamicità. Atmosfere teatrali e decadenti, sostenute da una vocalità di grande virtuosismo ed espressività si trovano in “Deliquio Viola”. Conclude il lavoro “Il Vento Poi”, in linea stilistica con quanto già ascoltato.

In generale si può dire che il prog a tinte dark di “Ys” è qui declinato con un suono ovviamente attuale e in fin dei conti molto più duro, a tratti quasi vicino a certo metal (pur non essendoci in questa formazione un chitarrista) e in tal senso si nota che tutti gli elementi che vanno a costituire l’attuale dimensione musicale del Balletto di Bronzo (quelli già citati, ma anche elementi di psichedelia, jazz rock, musica classica contemporanea) sono stati reinventati e fusi con grande originalità, senza che ci siano riferimenti precisi a qualsiasi altra band. L’enorme perizia strumentale dei componenti non è di certo usata per facile esibizionismo, ma contribuisce a creare un grande sound, realmente unico, che supporta testi dai quali si evince il disprezzo per l’omologazione e la mediocrità.

Un disco magnifico, a tratti di non facilissimo approccio, da ascoltare e assimilare con attenzione e coinvolgimento. Con questo nuovo lavoro il genio irrequieto di Gianni Leone è riuscito a fare un disco che, pur molto diverso da “Ys”, non può che essere targato a pieno titolo come Balletto di Bronzo. Riesce infatti a conciliare quella discontinuità col passato che giustamente Leone rivendica, non essendo certo uno che dorme sugli allori, con una continuità di intenzioni che non può non essere la cifra stilistica della band e l’elemento principale che la caratterizza e che ne rende leggibile e coerente l’uso di quel nome. A differenza di tanti ritorni, qua non c’è nulla di stantio e ripetitivo: se il Balletto di Bronzo è tornato in studio è solo ed esclusivamente perché aveva qualcosa da dire, ed è riuscito a farlo nel migliore dei modi. Autentici maestri, adesso come allora.

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