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The Sean Baker Orchestra – Recensione: Baker’s Dozen

Che nessuno si lasci ingannare o prenda sottogamba questo disco solo perché l’immagine di copertina può strappare facilmente un sorriso a chi la osserva. In realtà siamo di fronte ad un disco particolarmente complesso, in linea con i classici standard a cui la Lion Music ci ha abituati ormai da tempo, il cui esponente principale è appunto Sean Baker, chitarrista del Michigan che si contraddistingue per il fatto di suonare utilizzando una Ibanez dai colori particolarmente ributtanti, per una buona amicizia con Mike Varney, vate della Shrapnel Records e per uno stile che non aggiunge assolutamente niente a quanto già detto da tutta una serie di altri shredder prima di lui. Sean Baker è in pratica un valido chitarrista che ama il connubio fra musica classica e chitarra elettrica, si ispira chiaramente al neoclassico più tradizionale e non perde occasione per dimostrare la sua abilità nel tessere scale su scale a velocità supersonica. Nonostante questo, per fortuna, riesce a non essere del tutto irritante, pur arrivandoci molto vicino.

Certo, viene da sorridere di fronte a titoli come “Neo – Classical Gas”, brano che viaggia a tutta birra grazie al contributo (?) di Joe Stump, o “Mike Varney’s Mexican Vacation”, che mostrano con precisione l’intento prima di tutto ironico e solare del lavoro di Sean Baker, ed è proprio questo aspetto che alla fine salva questo musicista dalla noia e dal vuoto più totale. Per fortuna, la valanga di note è spezzata qua e là da piacevoli intermezzi come “7/24/04”, anche se la ripresa, con “Steve’s Blackout”, è una di quelle martellate sonore che mettono a dura prova anche gli irriducibili del virtuosismo. Anche la cover di “Highway Star”, per quanto eseguita ottimamente, è priva di spunti innovativi e poteva essere benissimo evitata. Questo disco quindi non aggiunge praticamente niente a quanto già scritto nella storia dello shred, e per quanto Sean Baker vada senza dubbio apprezzato per la sua vena autoironica e per la sua lampante capacità di non prendersi troppo sul serio, dote che ad alcuni suoi illustri colleghi probabilmente manca, questo non ne fa un prodotto appetibile ed accessibile a chiunque, né tantomeno un lavoro immancabile nella discografia dell’appassionato medio.

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