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Bad English – Recensione: Bad English

Nel 1989 il panorama musicale internazionale viveva un momento di grande trasformazione. Quel genere che veniva definito Arena Rock aveva raggiunto la massima maturità espressiva e commerciale, spinto da produzioni impeccabili, chitarre graffianti e ritornelli pensati per riempire gli stadi e dominare le frequenze radiofoniche. In questo scenario così fertile vide la luce uno dei progetti più emblematici dell’epoca, l’omonimo album di debutto del supergruppo Bad English. La genesi della band risale all’incontro tra musicisti di altissimo livello che cercavano una nuova direzione artistica. Da un lato c’erano il cantante John Waite e il bassista Ricky Phillips, reduci dall’esperienza con i The Babys, mentre dall’altro figuravano il chitarrista Neal Schon e il tastierista Jonathan Cain, pilastri storici dei Journey, in quel momento in pausa a tempo indeterminato. A completare l’organico arrivò il giovane e prodigioso batterista Deen Castronovo, la cui velocità e precisione impressero una spinta propulsiva e moderna al suono del gruppo. Un aneddoto curioso lega la nascita della band al suo stesso nome: durante una partita a biliardo, John Waite sbagliò un tiro d’effetto e Jonathan Cain sbottò definendo la giocata Bad English, un’espressione americana che indica l’effetto errato dato alla biglia. La frase colpì immediatamente l’immaginazione di Waite, che la propose come nome ufficiale del quintetto. L’album di debutto, pubblicato nell’estate del 1989, si avvalse della produzione di Ron Nevison, celebre per i suoi lavori con Heart ed Europe. Nevison riuscì a bilanciare alla perfezione la potenza ruvida delle chitarre rock con la pulizia formale del pop d’autore, creando un suono lucido, potente e accessibile. Alla sua uscita, l’album ottenne un riscontro commerciale clamoroso, scalando le classifiche americane e conquistando il disco di platino, pur dividendo la critica per una formula talvolta ritenuta troppo calcolata per il mercato radiofonico.

Il viaggio all’interno del disco inizia con “Best of What I Got“, una scarica di energia pura guidata da un riff incalzante di Neal Schon e da una sezione ritmica solidissima, dove la voce di John Waite domina la scena con un testo di rivalsa e determinazione. Si passa poi a “Heaven is a 4 Letter Word“, un brano caratterizzato da un ritmo cadenzato e da un uso sapiente delle tastiere di Jonathan Cain, dove i cori nel ritornello sfoggiano un’eccellente intesa vocale tra tutti i componenti. Con “Possession” la band accelera verso sonorità ancora più tirate, mettendo in risalto il talento del giovane Deen Castronovo alla batteria, il cui groove serrato spinge il brano verso l’hard rock bilanciato dal cantato profondo di Waite. L’atmosfera si fa più intensa con “Forget me Not“, uno dei singoli promozionali caratterizzato da una linea di tastiere avvolgente e da un assolo di chitarra di Schon di grande sensibilità melodica. Si giunge così a “When I See You Smile“, il vero punto di svolta commerciale dell’album e una delle power ballads per eccellenza degli anni ’80. Scritta da Diane Warren, la canzone fu inizialmente osteggiata da John Waite perché ritenuta troppo sdolcinata anche se, una volta incisa, scalò la Billboard Hot 100 fino al primo posto assoluto, diventando un classico senza tempo grazie alla sua travolgente carica emotiva. L’energia torna subito alta con “Tough Times Don’t Last“, un hard rock grintoso che affronta il tema della resilienza di fronte alle avversità della vita, sostenuto da un riff diretto e da una sezione ritmica battente. Con “Ghost in Your Heart” l’album esplora sfumature più intime, dove la voce calda di Waite viene accompagnata da chitarre acustiche e sintetizzatori che creano un tappeto sonoro avvolgente. Arriva poi “Price of Love“, altro singolo di enorme successo concepito come una power ballad drammatica e passionale che si sviluppa su un crescendo emotivo condotto dalla prestazione vocale di Waite e dall’assolo elettrizzante di Schon. “Rockin’ Horse” rappresenta invece una sterzata netta verso l’hard rock più puro e privo di orpelli, un brano in cui i musicisti spingono sull’acceleratore per dare sfogo ai propri virtuosismi individuali. La parte finale del disco si apre con “Don’t Walk Away“, una traccia che richiama fortemente il sound classico dei Journey condotto dalle trame di tastiera di Jonathan Cain. Segue “Lay Down“, caratterizzata da un groove bluesy e da una chitarra ritmica ben marcata in cui Waite si muove perfettamente a suo agio richiamando le atmosfere dei suoi lavori solisti. “The Restless Kind” si presenta come un vero e proprio inno da strada che celebra lo spirito libero del rock ‘n’ roll attraverso un ritornello corale e trascinante. In conclusione, la traccia “Rockutry” e la successiva “Straight to Your Heart” fondono un’introduzione strumentale potente a un finale rock di grande impatto, fornendo la testimonianza definitiva della straordinaria intesa tecnica tra i cinque componenti.

L’avventura dei Bad English fu tanto brillante quanto breve: subito dopo il tour mondiale e la successiva incisione del secondo album, le forti personalità di John Waite e Jonathan Cain e vecchi attriti mai del tutto risolti portarono alla dissoluzione prematura del gruppo. Proprio alla fine degli anni ’80, infatti, l’Arena Rock iniziò a soffrire di un’eccessiva sovraesposizione e standardizzazione; la percezione di un genere ormai troppo calcolato, patinato e commerciale avrebbe portato di lì a poco alla reazione viscerale del movimento Grunge nei primi anni ’90 con band pronte a rifiutare la grandiosità e gli artifici da stadio per tornare a un’attitudine essenziale, grezza e intimista. Eppure, a distanza di decenni, molte recensioni retrospettive internazionali continuano a definire questo disco come la capsula del tempo perfetta del rock americano del 1989. Tra gli aneddoti più emblematici c’è quello legato alle sessioni di registrazione, dove il produttore Ron Nevison, per testare se la band fosse un vero gruppo e non un’operazione di facciata, pretese che tutti i brani venissero prima incisi suonando tutti insieme dal vivo in studio. Ma il dettaglio più ironico riguarda proprio il loro più grande successo, “When I See You Smile”: John Waite detestava a tal punto quella ballad scartata da altri artisti che durante le riprese del videoclip il suo distacco era così evidente che il regista dovette concentrare le inquadrature sui virtuosismi di Neal Schon per mascherare l’insofferenza del cantante. Ciononostante, proprio quel brano che Waite considerava troppo commerciale regalò alla band il primato assoluto nelle classifiche mondiali. Bad English resta così il ritratto definitivo di un’epoca irripetibile: un disco nato da una scommessa al biliardo, alimentato dal talento puro di cinque giganti del rock e rimasto scolpito nella storia come il canto del cigno più lucente dell’era AOR.

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