Bad Company – Recensione: Bad Co

Un supergruppo, com’è noto è una band formata da musicisti già famosi e importanti, provenendo da band di successo, o comunque di grande notorietà. Storicamente non sempre i supergruppi hanno funzionato a dovere, ma nel caso degli inglesi Bad Company questo è accaduto in misura veramente importante. Dopo lo scioglimento dei Free, i loro cantante e batterista, Paul Rodgers e Simon Kirke, contattarono il chitarrista Mick Ralphs, uscito dai Mott The Hoople di Ian Hunter (Rodgers e Ralphs si erano conosciuti durante un tour congiunto delle loro rispettive band) e il bassista Boz Burrell, proveniente dai King Crimson. La band che ne sarebbe uscita, prese il nome di Bad Company. Entrati a far parte del management di Peter Grant, il noto manager dei Led Zeppelin, ottennero un contratto discografico con l’Atlantic Records, che del dirigibile era l’etichetta. Ralphs portava come contributo una serie di brani da lui composti, scartati dai Mott The Hoople (causa della sua uscita dal gruppo, nel quale riteneva di non avere abbastanza spazio), che saranno invece parte integrante del debutto dei Bad Company. Registrato a fine ‘73 con il Mobile Studio di Ronnie Lane e prodotto dalla band stessa, il disco, intitolato semplicemente col nome della band, uscirà nel maggio 1974 per l’etichetta dei Led Zeppelin, la Swan Song, filiale dell’Atlantic. Musicalmente era una sorta di continuazione del percorso intrapreso dai Free, ma con maggiore asciuttezza, sacrificando i tratti più fantasiosi e sognanti della band madre a favore di una scrittura di grande solidità e concretezza, che in molti casi rasentava la perfezione. L’apertura del disco è affidata a quella “Can’t Get Enough” (uno dei brani di Ralphs scartati) che di fatto diventerà il loro pezzo più famoso nonché il loro singolo di maggior successo: il riff essenziale della chitarra, il groove lineare ma incalzante della batteria di Kirke, una linea vocale pulitissima che sfocia in un ritornello memorabile e un assolo di chitarra dalle melodie armonizzate, costituiscono la formula semplice, ma per nulla scontata nella riuscita, con cui è stato composto un brano memorabile. Arriva poi “Rock Steady”, il brano probabilmente più hard del disco, col suo riff quasi southern sul quale Rodgers produce una linea vocale straordinaria. “Ready For Love” era presente anche sul disco capolavoro dei Mott The Hoople “All The Young Dudes”, ma qua è rivista in salsa hard blues, con una profondità di altro sapore, rispetto all’originale, e un intervento al piano di Ralphs, mentre “ Don’t Let Me Down” è un brano a forti tinte soul, un po’ fra Joe Cocker e i Beatles, con un solo di sax di Mel Collins e la voce di Rodgers, perfettamente a suo agio in questa materia musicale, contrappuntata dai cori del ritornello. La seconda faccia si apre col brano che dà il nome alla band, ed è non solo uno dei pezzi migliori del disco, ma dell’intera discografia del gruppo inglese: poche, sentite note di piano suonato da Rodgers, introducono la sua drammatica linea vocale, che qua tocca uno dei suoi vertici assoluti, in alternanza con la forza del riff che lancia un ritornello di un’intensità incredibile. Notevole anche l’assolo di chitarra, sostenuto splendidamente da una grande linea del basso di Burrell. “The Way I Choose” è un’altra delicata ballad, interpretata da tutta la band con notevole ispirazione, e “Movin’ On” è un rock’n’roll diretto ed efficace. Chiude il disco “Seagull”, perla acustica basata su pochi accordi, dove Rodgers fornisce l’ennesima prova della sua vocalità fuori dal comune.

Il disco sarà un successo enorme, finendo ai piani alti delle classifiche anglo americane, come d’altronde molti dei suoi successori. La band produrrà anche altri singoli memorabili (”Feel Like Makin’Love”, tanto per citare uno dei più famosi), ottenendo anche il successo negli USA, precluso in tal misura a Free e Mott The Hoople. La cosa è spiegabile per quel dono di maggior sintesi rispetto ai gruppi di origine, quel guardare a melodie dirette e di grande efficacia, ad un suono semplice ma essenziale, che puntava alla qualità pura dei brani senza troppe divagazioni. In tal senso questo debutto è considerato uno dei dischi importanti per la nascita dell’AOR, anche se a nostro avviso, ancora solidamente legato all’hard blues britannico, pur con le caratteristiche citate.

I Bad Company procederanno fino al 1982 pubblicando altri cinque dischi per poi sciogliersi. Si riformeranno alcuni anni dopo con Brian Howe alla voce (anche con un buon successo), sostituito poi da Robert Hart e infine col ritornato Rodgers, per alcuni buoni dischi e numerosi concerti, con dei cambi di formazione anche significativi. Burrell mancherà nel 2006, già da tempo fuori dalla band, Ralphs avrà una partecipazione altalenante, complici anche problemi di salute, ma almeno formalmente il gruppo è ancora esistente, non avendo mai dato una notizia ufficiale di scioglimento.

Resta il fatto che i Bad Company sono una delle grandissime band degli anni ‘70, con una capacità compositiva fuori dal comune, e anche se dalle nostre parti non hanno mai avuto il riscontro meritato, altrove sono considerati a ragion veduta delle leggende, la cui influenza è riscontrabile in molta della musica a loro successiva. Riscoprire il loro disco d’esordio, di sicuro uno dei migliori, è un atto dovuto, e possiamo garantire che darà notevoli soddisfazioni a chi ancora non lo conosce.

Etichetta: Island Records,/Swan Song Records

Anno: 1974

Tracklist: 01. Can’t Get Enough 02. Rock Steady 03. Ready For Love 04. Don’t Let Me Down 05. Bad Company 06. The Way I Choose 07. Movin’ On 08. Seagull
Sito Web: https://www.facebook.com/officialbadcompany

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