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Backwood Spirit – Recensione: Backwood Spirit

C’è tutto l’amore per l’hard blues settantiano nei Backwood Spirit, altro progetto su cui mette il proprio inconfondibile timbro Göran Edman: il progetto è nato nel 2014 dal chitarrista Kent Engström e dal batterista Joje Lindskoog, ma è sicuramente il cantante a portare quel tocco di classe e passione indispensabili per l’efficacia di una proposta non certamente originale come, a conti fatti, è quella dei Backwood Spirit.

L’ariosa opener “Gimme Good Lovin'” rievoca apertamente i fasti di Free e primi Bad Company, con Edman assolutamente convincente nella parte di Paul Rodgers. E scusate se è poco. “Piece Of The Peach” ha corpo e carattere, “Ain’t Got Love” quella dolcezza sinuosa e senza fretta propria di chi è consapevole dei propri mezzi: e in questo dimostra grande gusto anche il chitarrista Engström, mai invadente e sempre al servizio di un album compatto e diretto, che in otto pezzi trova la sintesi di ciò che vuole comunicare e suscitare. “When Love Comes Around” aggiunge una sfumatura più solare e ottimistica, riecheggiando in passaggi quasi bucolici la vena dei Creedence Clearwater Revival, mentre “Water Of Change/Rainbow” ricorda la liquidità di “Lucy In The Sky With Diamonds”: tutti riferimenti di primissimo piano, ai cui livelli i Backwood Spirit non arrivano ma che sono pur in grado di richiamare con senso di familiarità e senza pacchianerie. “Take Me Home”, nelle sue intense tinte blues, rappresenta con la sua serenità l’esempio forse più efficace dell’atmosfera di un lavoro che trasmette relax, naturalezza e spontaneità, magari non sempre ispiratissimo nelle composizioni ma fedele nello spirito ad un’epoca che è capace per larghi tratti di ricreare.

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