Pearl Jam – Recensione: Backspacer

Bene, bene, bene… Quest’oggi ci troviamo di fronte ad uno dei gruppi che più hanno influenzato e caratterizzato gli anni ’90. I Pearl Jam. Ok, non saranno propriamente dei metallari, però su questo possiamo certamente sorvolare… Ad un primo ascolto ci si accorge subito che il gruppo c’è, non ha perso la forma né il tocco, però certamente non è più quello degli anni ’90, dove non cannavano un album e dovevano letteralmente nascondersi dalla propria fama. Evidente, però, è anche il ritorno alla genuinità e sincerità propri di un gruppo alle prese con il suo primo album, forse anche merito del ritorno di Brendan O’Brien, che li ha accompagnati sin quasi dagli esordi per cinque dischi (abbastanza imprescindibili), come produttore. Ed è proprio così che suona questo disco: non ci sono canzoni di punta e canzoni che possono benissimo essere tralasciate, bensì tutte le song sono ugualmente ispirate e fluiscono con sorprendente naturalezza, come se cinque amici si ritrovassero in una stanza, o meglio in un garage, a suonare del buon rock (che, diciamocelo, è quello che i PJ hanno sempre fatto), per niente influenzati dalla casa discografica, ma guidati dalle proprie cariche emotive sempre particolarmente spiccate. “Gonna See My Friend” e “Got Some” partono subito sparatissime, dimostrazione che anche le cavalcate elettriche a metà tra le sonorità più propriamente hard rock settantiane e la furia iconoclasta del punk sono ancora nelle loro corde. La voce di Eddie Vedder è potente e calda come sempre, e la prova viene fornita dalla più rilassata ma non meno rockettara “The Fixer” (tra l’altro primo singolo dell’album) e dall’atipica ballad “Just Breathe”, dove tutta la band offre una performance generosa e incalzante nella prima, dolce e sognante (e con tanto di archi) nella seconda. “Amongst The Waves”, invece, è quasi un inno. Il rapporto di amore/odio verso l’oceano di un surfista che combatte contro la forza degli elementi in cerca dell’onda perfetta è lo stesso che ogni giorno, ogni essere vivente sulla terra vive sulla sua pelle nei confronti della battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Drammatica, struggente ma anche speranzosa, questa song è sicuramente uno degli episodi più degni di nota di questo nono studio album targato PJ. Sulle stesse coordinate si muove anche la seguente “Untought Known”, con una carica di pathos non indifferente ma sempre aperta verso il cielo, mentre “Supersonic” non lascia dubbi: il rock non è morto, o almeno non del tutto, ma vive torreggiante nello spirito ecletticamente convenzionale (beh… è sempre rock) della band. La melensa e un po’ prevedibile “Speed Of Sound” apre le porte e conduce verso un finale ascendente sia dal punto di vista meramente di suoni e chitarre distorte, sia dal punto di vista emozional-comunicativo. Tocca infatti a “Force Of Nature” e “The End” concludere il viaggio intrapreso, due ottime canzoni, così diverse e così uguali. Entrambe le song sono toccanti per intensità: Vedder & Co. ce la mettono tutta in queste ultime interpretazioni, una più tipicamente rock e l’altra più meditativa, chitarra e voce da brividi, inquietante nei messaggi quanto dolce nell’accompagnamento. Un buon disco, dunque, non certamente il migliore della loro carriera, ma più un nuovo punto di partenza, dove addirittura prevalgono i sentimenti sulle canzoni, però sempre con una marcia in più donata dal tipico tocco a là Pearl Jam, che li ha sempre contraddistinti e che li ha resi (e li rende tutt’ora) amatissimi in tutto il mondo.

Voto recensore
7
Etichetta: Universal

Anno: 2009

Tracklist: 01. Gonna See My Friend
02. Got Some
03. The Fixer
04. Johnny Guitar
05. Just Breathe
06. Amongst The Waves
07. Unthought Known
08. Supersonic
09. Speed Of Sound
10. Force Of Nature
11. The Nature

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