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Glyder – Recensione: Backroads to Byzantium

Dopo il fortunato “Yesterday, Today and Tomorrow”, a poco più di un anno di distanza,  fanno nuovamente capolino gli irlandesi Glyder, ormai consolidatisi in casa SPV/Steamhammer. La band non è riuscita a fare il cosiddetto “botto”, ma disco dopo disco si migliora diventando una sicurezza nell’attuale panorama dell’hard rock. “Backroads to Byzantium” non smentisce quanto fatto finora dalla band, con dieci brani all’insegna della semplicità e (a volte) della nostalgia ma soprattutto all’insegna del rock a 360°.

Infatti in questo nuovo album, i Glyder varcano spesso i limiti dell’hard rock, a partire dalla bluesy opener “Chronicled Deceit”, cadenzata ma suadente, continuando attraverso la frizzante “Long Gone”, a metà strada tra i Mr. Big più spensierati e i Thin Lizzy, da sempre punto di riferimento della band. Bellissima la successiva “Fade to Dust”, primo episodio più marcatamente hard rock, dal chorus trascinante e roboante, quasi in stile arena rock. “Down and Out” va addirittura a scomodare i The Police nel suo incedere reggae, seguita dalla stupenda “Something She Knows”, perfetto crocevia tra i Triumph ed il Frank Marino più easy listening: rock semplice e leggero ma maledettamente efficace. Da citare la conclusiva “Motions of Time”, ballad malinconica e delicata dominata dalle chitarre acustiche di Kinane e Fisher.

“Backroads to Byzantium” è un album che, senza la pretesa di proporre qualcosa di originale, diverte dall’inizio alla fine, facendo tornare l’hard rock a quella semplicità che negli anni è andata sempre più perduta, a partire dalla produzione, scarna, forse troppo, ma trasparente. Leggero, solare, immediato ma anche efficace ed avvincente: con questo sound i Glyder si riconfermano un punto di riferimento per tutti i reduci di Triumph, Thin Lizzy, Blue Oyster Cult, Y&T e Frank Marino.

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