Ayreon: “The Theory Of Everything” – Intervista ad Arjen Lucassen

Arjen Lucassen, capostipite da sempre del progetto Ayreon e di molti altri, è un po’ un personaggio da fiaba, che sembra vivere (e lui stesso lo riconosce) in una realtà tutta sua, dove è difficile provare pensieri negativi e dove l’introspezione ha un ruolo fondamentale. La sua fervida immaginazione e la sua grande creatività hanno dato quindi vita a un nuovo lavoro, intitolato “The Theory Of Everything“, un concept per niente banale che ruoa intorno alla “teoria del tutto”. I dettagli, come sempre, nelle parole di Mr. Lucassen.

Questo disco comincia dalla fine, con l’immagine di una ragazza che fissa le scritte su una lavagna piena di equazioni. Per riassumere in breve, è la storia di uno scienziato, che tra i personaggi è il Padre, che è alla ricerca della Teoria del tutto, una teoria fisica realmente esistente che intende mettere insieme tutti i fenomeni fisici conosciuti, una teoria che unifica il piccolissimo e il grandissimo, una teoria attorno alla quale ci sono moltissimi studi. Il Padre, lo scienziato, lavorando a questa teoria, si dedica talmente tanto ad essa che finisce per trascurare la sua famiglia, sua moglie e suo figlio. Il Figlio è affetto da autismo, non parla e non esprime nessuna emozione, ma l’immagine di copertina mostra che il ragazzo in realtà è un genio. Ad un certo punto il padre scopre che il figlio gli potrebbe essere d’aiuto, e per questo consulta uno psichiatra. Il medico gli dice che esiste una medicina che può essere somministrata al figlio per aiutarlo in qualche modo, ma aggiunge anche che questa medicina è molto pericolosa. L’idea per TOE mi è venuta guardando una serie televisiva della BBC, una serie televisiva incentrata su teorie fisiche, non mi ricordo il nome ma vi prende parte anche Morgan Freeman. Guardando questa serie mi è venuta in mente l’idea per la storia e anche l’idea di un finale criptico, enigmatico, nel quale suggerisco che la teoria del tutto non riguarda solo la fisica, che è un qualcosa di più…ma naturalmente non ti anticipo niente!

Quindi quale sarebbe il messaggio che intendi trasmettere ai tuoi fan con questo album?

Non c’è un messaggio vero e proprio. Personalmente, non mi piace molto il fatto di mettere dei messaggi in musica. Penso che la musica dovrebbe essere puro intrattenimento, non dovrebbe trasmettere dei messaggi. Ma naturalmente, se leggi tra le righe dei testi dell’album, potresti pensare che uno dei messaggi sia il vedere quanto oltre ci si può spingere per realizzare i propri sogni, come fa il Padre. Questa storia in effetti non riguarda veramente la fisica, ma più le emozioni e le relazioni tra le persone.

 Hai mostrato spesso, e in questo caso ancora di più, interesse verso la scienza e la fantascienza. Da cosa nasce questo tuo interesse?

Il mio interesse verso la fantascienza comincia da lontano, dal telefilm Star Trek. L’ho visto per la prima volta quando avevo circa 10 anni e sono rimasto affascinato dalla figura del dottor Spock, questo personaggio con queste strane orecchie e questo strano modo di pensare e vivere, mi ha colpito da subito. Da qui è nato il mio interesse verso la scienza in generale. Purtroppo devi sapere che in matematica e in fisica ho sempre fatto schifo, a scuola ero molto più portato per le materie letterarie. Il mio era più un interesse verso le teorie, non verso la pratica della scienza, da qui poi è nato l’interesse verso tutte le scienze e verso la fantascienza.

Nell’album uno dei personaggi principali soffre di autismo. Come mai questa scelta?

Sai, a volte penso di essere anch’io un po’ autistico, forse soffro un po’ della sindrome di Asperger (una forma più leggera di autismo, ndr): non amo uscire in compagnia, non mi piace socializzare. Questo è il mio modo di essere ed è come mi sono sentito da sempre. Anche da bambino, non sono mai stato particolarmente socievole, non è mai stato facile per me avere contatti con le altre persone. Quindi, nel concept di TOE, probabilmente mi identifico un po’ nella figura del figlio. C’è però una cosa di cui vado molto fiero, ed è il fatto che spesso ricevo e-mail scritte da persone affette da autismo, che dicono che la mia musica li aiuta molto.

 Anche questa volta il tuo album prevede la partecipazione di moltissimi ospiti speciali, sia musicisti che cantanti, fra cui figurano le italiane Cristina Scabbia e Sara Squadrani. Di solito sei tu che contatti i musicisti, o sono loro che ti chiedono una collaborazione?

Entrambe le cose: alcuni sono stati chiamati da me, alcuni si sono proposti. In realtà ricevo moltissime richieste di collaborazione, direi che tutte le settimane mi arrivano richieste da parte di cantanti che chiedono di poter partecipare a un mio disco. Per quanto riguarda le due cantanti italiane, ho incontrato Cristina ad un festival, abbiamo iniziato a parlare e lei si è dimostrata fin da subito interessata a provare un genere musicale differente dal suo solito. Infatti la sua partecipazione era già prevista nell’album “The Human Equation”, ma poi non siamo riusciti a fare niente perché lei era già impegnata con il suo tour. Questa volta ho provato di nuovo a contattarla e lei ha detto subito di sì. Il fatto di cimentarsi in un genere molto diverso dal suo lo ha visto come una sfida, e lei si è dimostrata molto open minded, molto interessata a progetti come il mio. È una persona vera, non c’è niente di falso in lei, è onesta e piena di emozioni, anche quando canta, è stato molto bello collaborare con lei. Per quanto riguarda invece Sara, ad un certo punto non riuscivo a trovare nessuno che potesse ricoprire il ruolo della Ragazza. Un amico mi ha mandato un link da ascoltare dicendomi che forse avrei trovato quello che stavo cercando. L’ho ascoltato, e quando ho sentito la voce di Sara ho capito di avere trovato quello che stavo cercando. Così l’ho contattata su Facebook, e anche lei si è mostrata molto interessata da subito; inoltre mi ha mandato una serie di brani cantati da lei, con generi diversi dal suo solito, fra cui anche un brano pop, e io le ho mandato un mio brano strumentale chiedendole se sarebbe stata in grado di cantare su quel pezzo. È nato tutto da qui, lei poi è venuta in studio e abbiamo realizzato davvero un buon lavoro. Sara è una persona molto dolce, molto carina e molto professionale, sono sicura che tutti la adoreranno.

 Immagino che la tua soddisfazione più grande però sia la partecipazione al disco di musicisti come John Wetton e Steve Hackett, veri capisaldi del rock e del progressive.

È stato assolutamente fantastico. Sono cresciuto ascoltando band come Genesis, King Crimson ed ELP, e se quando avevo dieci anni qualcuno mi avesse detto: ehi, tra circa quarant’anni tu suonerai con questi musicisti, sarei svenuto! Per me è veramente la realizzazione di un sogno, ho cominciato a suonare anche grazie a loro e mi sono esercitato a lungo sui loro album. Adesso posso svegliarmi la mattina e dire che ce l’ho veramente fatta. Naturalmente, per me non è finita qui. Amo talmente tanto la musica che ci sarebbero ancora centinaia di musicisti con cui vorrei collaborare. Sicuramente, in cima alla lista ci sono David Gilmour, Robert Plant e Paul McCartney. Qui ci sono sia delle difficoltà pratiche, perché è difficilissimo mettersi in contatto con questi personaggi, che teoriche, perché molto probabilmente questi musicisti, sentendo il mio progetto, potrebbero dire di no, che loro non vogliono fare parte di un disco metal, che è un genere troppo diverso dal loro.

 Non pensi che Robert Plant ormai sia un po’ “finito”?

È vero, la sua voce è andata, ma ha ancora una  personalità molto forte. Non riesce più a fare gli screaming che lo caratterizzavano, la sua voce è completamente diversa, ma è ancora molto caratteristica, così come il suo modo di pronunciare le parole e di metterci tanta emozione. Penso che rimarrà sempre uno dei migliori.

Che cosa pensi invece dell’ultimo album dei Dream Theater?

Sì, l’ho ascoltato qualche giorno fa mentre ero in giro a fare jogging. Credo che ci voglia del tempo per capirlo, ma penso che sia un disco stupendo. Tutti i musicisti si sono comportati benissimo e hanno fatto delle ottime melodie. L’unica cosa che non mi è piaciuta molto è stata la batteria, perché l’ho trovata troppo meccanica, non sembrava un vero batterista. Questa è la mia unica critica, ma come ti dico, lo devo ascoltare ancora: in fondo stavo facendo jogging!

 Quindi sei un fan di Portnoy? Hai ascoltato il suo ultimo progetto, i The Winery Dogs?

Sì, mi piace molto! Mike Portnoy è uno dei migliori batteristi del mondo, ha una gran tecnica e anche moltissimo groove. Un’altra volta, sempre mentre facevo jogging, stavo ascoltando una compilation e ad un certo punto ho sentito un brano che non conoscevo, ma che ho riconosciuto subito: c’era Portnoy alla batteria! Arrivato a casa sono andato a vedere di chi fosse il brano, ed era dei The Winery Dogs. Sì, mi è piaciuto fin dal subito.

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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