Axel Rudi Pell – Recensione: Risen Symbol

Rob Rock, Jeff Scott Soto e – da ormai venticinque anni – Johnny Gioeli: se un merito va riconosciuto ad Axel Rudi Pell, ex-chitarrista degli Steeler e compositore protagonista di una carriera inossidabile, è quello di avere sempre affidato le fortune delle proprie uscite soliste ad interpreti di grande mestiere. A discapito dell’innovazione e della sperimentazione, certo, ma anche a tutto vantaggio di una solidità stilistica che nel corso degli anni, grazie alla pubblicazione di ben ventidue album, lo ha reso una presenza alla quale tanti fan dell’hard rock melodico possono dirsi affezionati. Egli stesso fan di Ritchie Blackmore e Jimi Hendrix, Black Sabbath e Led Zeppelin, il prolifico musicista di Bochum è anche autore di testi ed artwork di copertina, a testimonianza di un lavoro che gli appartiene fortemente: e poco importa se le parole che avevo speso nel 2020 in occasione dell’uscita di “Sign Of The Times” non erano state tenerissime, il credito del quale questo instancabile artigiano del rock gode fa sì che ogni sua nuova impresa debba essere accolta con autentico interesse e rispetto. Lungo quasi un’ora e disponibile anche in doppio vinile arancione, “Risen Symbol” si apre sulle note di un’intro (“The Resurrection”) che di per sé non direbbe poi molto, salvo però anticipare un tema orientale che ritroveremo nel corso del disco: le cose entrano però nel vivo con l’heavy di “Forever Strong”, un brano dagli arrangiamenti elementari, nel quale anche il riffing delle chitarre procede per schemi già sentiti e risentiti.

Se gli aspetti tecnici di questi primi momenti non sono particolarmente brillanti, si apprezza il coinvolgimento di Gioeli, uno di quei cantanti capaci di risollevare le sorti di tutto ciò che cantano: è soprattutto grazie al suo impegno che in occasione del ritornello arriva una rinfrescante boccata d’ossigeno, e che si avverte la sua mancanza nelle parti – come l’anonimo assolo – nelle quali la sua voce è costretta a farsi da parte. Ritmicamente potente ma non del tutto convincente dal punto di vista della rifinitura, questa prima canzone cede i riflettori ad una “Guardian Angel” che segna il ritorno a quell’hard rock melodico che vede il songwriting di Pell più a suo agio: non che anche questa volta il testo e gli arrangiamenti godano di particolare creatività, ma almeno nelle strofe c’è un briciolo atmosfera e nel ritornello una forma di elementare trasporto che – lo si capisce dalla cover stanca e scolastica di “Immigrant Song” piazzata subito dopo – è tutto quello che questo album aspira a proporre.

Nonostante i richiami mitologici, la corposa scaletta e la durata eccessiva di tutti i brani, soprattutto in virtù dello scarso valore intrinseco che essi presentano, “Risen Symbol” è in realtà un disco debole e dignitosamente superficiale, nel quale atteggiamento conservativo ed eccessiva sicurezza di sé hanno preso il sopravvento. Forse anche a causa di una carriera tutto sommato brillante alla quale non si può chiedere di più, ancora una volta ci troviamo di fronte ad un lavoro autoreferenziale e privo di personalità (“Right On Track”), più votato a celebrare la resilienza resistente dei suoi interpreti che non la loro capacità di mantenersi connessi ed al passo. “Risen Symbol” non ha punti di contatto, non crea quei collegamenti e quelle associazioni che tanto piacevano alle maestre delle elementari, non si mette mai in discussione e non celebra come dovrebbe una collaborazione tra cinque eccellenti musicisti che dovrebbe rivelarsi molto più scoppiettante.

Il drumming è colpevolmente meccanico e privo di accenti, nessuno degli assoli si fisserà nella memoria e persino alle tastiere di Ferdy Doernberg è stato assegnato un ruolo di puro contorno… ed agli altri tocca ritagliarsi uno spazio senza il supporto di una scrittura davvero ispirata né quello di una produzione amorevole. In questo contesto decisamente piatto e sterile (“Darkest Hour” e la martellante ripetitività del suo ritornello…), diventa più facile assegnare una nota di merito ai brani che questo poco lo fanno almeno un po’ meglio: corre quindi l’obbligo di segnalare, pur senza eccessivi entusiasmi, l’ambizioso ed orientaleggiante minutaggio di “Ankhaia” – brano terribilmente raffazzonato il cui forzato accostamento a Jimmy Page e Robert Plant suona quantomeno presuntuoso – ed una “Crying In Pain” che, lasciando carta bianca a Gioeli, si fa almeno apprezzare per la potente performance del cantante sempre orgoglioso delle sue origini siciliane. “Risen Symbol” possiede il doppio demerito di deludere sia se considerato per quello che è, ovvero un disco brutto e vittima del suo stesso retaggio, sia se inserito all’interno di una traiettoria che comincia ad avere bisogno di un guizzo per tornare a puntare verso le stelle. I suoi cinquantasette minuti soffrono di una staticità che ben presto si trasforma in noia, di un distacco che aumenta ad ogni skip e di una totale mancanza di empatia, come si conviene a quei lavori che non sembrano mai considerare il punto di vista degli ascoltatori speranzosi, entusiasti e paganti. Una considerazione la cui infinita amarezza è direttamente proporzionale al talento, al potenziale ed al tempo che anche in questa occasione sembrano essere stati – e buona giornata – sprecati.

Etichetta: Steamhammer / SPV

Anno: 2024

Tracklist: 01. The Resurrection (Intro) 02. Forever Strong 03. Guardian Angel 04. Immigrant Song 05. Darkest Hour 06. Ankhaia 07. Hell`s On Fire 08. Crying In Pain 09. Right On Track 10. Taken By Storm
Sito Web: facebook.com/axelrudipellofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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