Metallus.it

Avatar – Recensione: Avatar Country

Sono passati poco meno di due anni dall’ultimo “Feathers & Flesh” e gli svedesi Avatar sono chiamati a confrontarsi con l’ottima riuscita di un precedente davvero difficile da replicare, ispirato e ricco di spunti di riflessione sia dal punto di vista testuale che melodico.

Forse è proprio il confronto con la più recente fatica di studio a lasciare perplesso chi si approccia per la prima volta a questo autorefenziale (per lo meno nel titolo) “Avatar Country”: dove “Feathers & Flesh” aveva stupito per le sue molte, a volte stupefacenti sfaccettature, il nuovo album della band di Göteborg prende la strada di una netta semplificazione dell’impianto sonoro.
Attenzione, perchè semplificare non è qui sinonimo di abbassare il tono o la qualità del prodotto finale, quanto piuttosto di ricercare una strada diversa, ma altrettanto valida.

“Avatar Country” si apre con un’intro strumentale – e di strumenti ne sentiremo molti nel del disco – marziale ed epica, incentrata sulla figura di quel re la cui ombra aleggia in tutte le tracce.
Si passa poi a “Legend Of The King”, un tipico pezzo in stile Avatar, capace di alternare un modernissimo death metal ad elementi melodici dominati dal virtuosismo della chitarra e da un incedere cadenzato, che lascia però intravedere dei piacevoli influssi hard rock.
“The King Welcomes You To Avatar Country” ruota tutta intorno alle sonorità di quel country rievocato nel titolo, sicuramente una divertente sorpresa nell’economia dell’album.
“King’s Harvest” riporta il disco sulla più nota strada del death metal, qui molto evidente fin dalle prime note e dal poderoso cantato del vocalist Johannes Eckerström, di nuovo alle prese con un’ottima prova dietro al microfono, tanto nello scream più graffiante quanto nel pulito di brani come “The King Wants You”.
In “The King Speaks”, gli Avatar raccontano un pezzo della loro storia senza ricorrere alla musica, ma affidando la parola al re al centro del disco o, per meglio dire, al giornalista che ne riporta il discorso alla sua nazione.
“A Statue Of The King” strizza l’occhio ad alcuni brani del lavoro precedente, picchia duro dove serve e alleggerisce piacevolmente i toni al momento giusto, regalando il ritornello probabilmente più accattivante dell’intero “Avatar Country”.
E chi si aspetterebbe che, con due brani ancora da ascoltare, “King After King” rappresenti l’ultimo pezzo cantato, un bellissimo esempio di come la melodia possa a volte davvero essere il valore aggiunto di una canzone.
“Silent Songs Of The King: Pt. 1” e “Silent Songs Of The King: Pt. 2” incarnano l’epilogo strumentale del paese degli Avatar, un crescendo emozionale che sfocia in una linea sonora semplicemente ben confezionata nella sua immediatezza.

“Avatar Country” non ha mille volti e non vuole nascondere nulla a chi lo ascolta: un disco che non può definirsi enigmatico, ma che trova la sua forza in questo suo essere piacevolmente diretto. E ciò non significa che i nostri Avatar siano necessariamente andati sul sicuro, ma dimostra solo una piena consapevolezza dell’identità raggiunta attraverso un graduale percorso artistico.

Exit mobile version