Avantasia: Live Report del concerto di Milano

Fatevi avanti signore e signori! In città è finalmente giunto il grande spettacolo della Metal Opera Avantasia, capitanata dall’istrionico Tobias Sammet, supportato dai suoi molti ed illustri collaboratori. Un formato il cui successo è tanto prevedibile da potersi tranquillamente definire scontato.

Davanti ad un tale dispiegamento di forze non c’è infatti spazio per neanche la più piccola delusione; ciò che la band ha saputo mettere in scena in questa serata milanese è una giostra nobile di puro divertimento, che non si nutre solo della magniloquenza del metallo più classico, ma attinge a piene mani dal gusto eccessivo del pop più teatrale e dalla stessa storia del rock per creare quella ricetta ideale che nessuno aveva mai saputo portare, almeno a questi livelli, dentro alla scena hard & heavy.

Non a caso il brano con cui si inizia, “Mystery Of A Blood Red Rose”, è un chiaro omaggio ad un grande del symphonic-rock come Meat Loaf, ma da qui in poi è tutto un susseguirsi di emozioni, con cantante fenomenali che si alternano sul palco, scenografie cangianti e una band precisa al millimetro, non solo nell’esecuzione, ma anche nella tenuta del palco.

Subito fa il suo ingresso, sulle note di “Ghostlights”, un protagonista atteso come Michael Kiske, che pur con gli anni che passano rimane capace di far impallidire chiunque alla sola apertura della bocca. Senza soluzione di continuità la band esegue “Invoke The Machine”, con la prima apparizione di Ronnie Atkins, che subito viene raggiunto ancora da Kiske per “Unchain The Light”, terzo brano tratto dall’ultimo disco.

A questo punto il pubblico è già conquistato, e con buon merito, visto che, suoni non certo perfetti a parte, tutto pare funzionare a dovere e la presenza costante sul palco di musicisti come Oliver Hartmann, Amanda Sommerville o Sasha Paeth rende l’insieme ancora più imponente e sovrabbondante di cori, arrangiamenti e abbellimenti vari.

Una piccola pausa per rifiatare, con un Sammet sempre capace di fare gli onori di casa, dialogando amabilmente e presentando di volta in volta i clamorosi artisti che ha saputo far convergere nel progetto. Tocca ora ad un mito come Bob Catley, singer dalla voce unica che scalda il cuore, ma che di certo avrebbe bisogno di qualche consiglio di moda, vista l’incredibile bruttezza delle camice sfoggiate durante la serata. Camicia o meno quando arriva sul palco per una “A Restless Heart And Obsidian Skies” l’atmosfera diventa magica, ed attaccarci in sequenza “The Great Mystery” manda in evidente visibilio molti dei presenti.

E se tutto ciò ancora non vi appagato, ecco che irrompe come un tuono un’altra canzone bella lunga, come “The Scarecrow”, in cui possiamo ascoltare un Jorn Lande assolutamente da brividi, che da l’idea di poter scoperchiare il tetto del locale solo urlando a pieni polmoni. Perfetta è anche l’alchimia con Sammet, nonostante, non ce ne vogliano i fan di Tobias, non ci sia proprio paragone tra le abilità vocali dei due. C’è anche spazio per “Lucifer”, tratta sempre dall’ultimo disco e dalla struttura sicuramente atipica per la band, per metà ballata e per metà aggressiva rock song (il perché ce lo spiega lo stesso Sammet, dichiaratosi desideroso di scrivere un brano in cui tutta la poliedrica vocalità di Jorn potesse venir fuori). Ma se pensate di essere già arrivati a buon punto della scaletta, siete molto lontani dalla realtà: così tante sono ancora le carte a disposizione che dopo circa un’ora di show siamo ancora lontani dal giro di boa.

Dopo “Watchmaker’s Dream” è infatti il momento di “What’s Left Of Me” e di un altro protagonista che dimostra la propria statura: il duetto questa volta è infatti con un magistrale Eric Martin, personale e toccante come pochi interpreti al mondo.

La corale “The Wicked Symphony” e il prossimo singolo in uscita, la molto gothic rock “Draconian Love” (sinceramente uno dei pezzi che meno ci è piaciuto della serata), funzionano da spartiacque virtuale e da qui in poi la band comincerà a recuperare anche molti brani della prima parte della carriera.

Farewell” fa subito esplodere di gioia la sala, con tutto il pubblico a cantare e un Tobias Sammet davvero entusiasta della reazione dell’audience (lo ripeterà così tante volte da far pensare ad un sentimento sincero e non alle solite frasi di circostanza). Nonostante la presenza di canzoni lunghe come “Stargazers” o “Let The Storm Descend Upon You” (una delle migliori song dell’ultimo disco per noi) anche questa porzione dello show scorre con facilità. Colpisce, ma non certo stupisce. Ad esempio la capacità di Catley di tenere botta anche su un brano metal come “Shelter From the Rain”, così come la sempre perfetta calibratura con cui le varie qualità vocali vengono incastrate canzone dopo canzone.

Si va così verso un finale in cui sempre di più sono i brani classici. Scelta che si rivela perfetta, visto che molti dimostrano di non aver certo dimenticato i vecchi dischi e “Reach For The Light” o “Avantasia” raccolgono ancora una volta tutta la esultanza di un pubblico quasi commovente per quanto partecipe di ogni momento dello show.

L’encore è, prevedibilmente, affidato al vecchio singolo “Lost In Space” e al consueto medley “Sign of the Cross / The Seven Angels”, perfetto per presentare tutta la band e richiamare sul palco uno ad uno i favolosi protagonisti per un finale collettivo davvero emozionante.

Quasi tre ore e mezza di show e non uno sbadiglio o un calo di tensione, ed anzi, con un gruppo di lavoro che pare divertirsi sul serio sul palco, ed è pure capace di trasmettere tutta questa positività alla platea. Molti, moltissimi complimenti per la qualità di uno show che non teme confronti con nessuno. Sperando che il successo ottenuto possa permettere di organizzare con maggior frequenza un tour di tale spessore.

Mairo Cinquetti

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Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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