Ataraxia – Recensione: Centaurea

Fondati a Modena nel 1985, gli Ataraxia sono autori di un’estesa discografia che li ha visti collaborare con etichette di mezza Europa, a testimonianza del linguaggio tanto sperimentale quanto universale del quale si sono fatti interpreti, anche in sede live. Lungo cinquantacinque minuti, “Centaurea” è dunque l’ennesimo capitolo di un percorso nel quale la ricerca storica, il carattere evocativo ed il solletico colto hanno trovato un equilibrio magico, sul quale la mano dell’uomo si posa con tocco leggero, e quasi impalpabile. Quelli della band emiliana sono mondi, piuttosto che semplici album, ecosistemi di parole e note dotati di storia e vita propria, sospesi in universi lontani che lo spartito solamente avvicina. Con la loro musica si ha sempre l’illusione di poterli avvicinare, questi mondi, grazie all’utilizzo di parti più semplici, perfino cantabili (“Aetas Aurea”), ma la realtà si rivela ben presto in una maestosità incontenibile, a volte indescrivibile, raramente priva di fascino. Parte di una trilogia che è stata inaugurata con il precedente “Pomegranate”, “Centaurea” è un caleidoscopio di posti e rituali concepito su una remota isola greca, genesi che ne giustifica ulteriormente la forte impronta neoclassica e la profumata brezza: le sue tematiche sono legate ai valori senza tempo di audacia, coraggio, ospitalità, fiducia e grazia in una rappresentazione che – come dichiarato dalla band stessa – finisce con l’esprimere un concetto universale di bellezza, esteriore perché contaminata dalle proiezioni di paesaggi rigogliosi ed interiore in un’ideale di comunanza con la natura e trasformazione.

Nonostante il carattere più descrittivo di alcune tracce (“Porselanae”), “Centaurea” è in realtà un lavoro dotato di un insospettabile dinamismo, complice la varietà degli ingaggi (vedi l’imponente introduzione corale di “Nox Incubat”), le diverse lingue utilizzate per tratteggiare i propri tormenti e, non ultimo, il contributo dei musicisti ospiti Totem Bara e Gregorio Bellodi, impegnati rispettivamente con violoncello e cornamusa irlandese. Se a questo aggiungiamo la scrittura a quattro mani di Francesca Nicoli e Mara Paltrinieri ed il lavoro dei membri storici Vittorio Vandelli e Giovanni Pagliari, diventa più semplice cogliere il carattere stratificato e multiforme di un’opera che va oltre la singola uscita e che, non a caso, vede le esibizioni della formazione emiliana spesso accompagnate da proiezioni di video o di immagini, elementi recitativi, danze e spettacoli di mimica e cabaret: quello degli Ataraxia è piuttosto una specie di collettivo aggregante e dedito ad una ricerca colta tra rinascimentale e barocco che dura da trent’anni, alla quale associare i concetti di eleganza e sensibilità (“Aqua Mater”) è ormai diventato un puro di esercizio di stile. E la positiva uniformità di giudizio con la quale diversi ascoltatori hanno valutato i loro dischi, anche qui su queste pagine a partire dal 2001, è indice di una qualità che, pur sempre affidata al giudizio soggettivo del singolo, trova una continuità così forte da assumere le forme di un dato quasi oggettivo.

Per quanto “Centaurea” costituisca una notevole deviazione dai normali ascolti di metallus.it, la finestra che esso apre su mondi che – pur così lontani – contemplano la presenza di una spiritualità umana, lo rende interessante anche per chi a questo darkwave neoclassico non sarebbe propriamente interessato. La sua esperienza non sostituisce (logicamente) quella di un ascolto metal, ma è tuttavia in grado di completarlo perché le sue vibrazioni, i suoi colori tenui e mediterranei (“Galen”), la sua progressione delicata e potente sono l’altra faccia della medaglia della quale non sapevamo di avere bisogno per capire – e vivere – più a fondo. E qui sta forse il più grande talento degli Ataraxia, capaci di solleticare le intime corde che non appartengono ai generi, alle mode, forse nemmeno allo stesso concetto di tempo al quale siamo abituati. Questa musica rivela l’esistenza fluida di uno spazio tra sacro e profano, tra tattile ed etereo, acustico ed elettronico (“Coelestis”), a tratti persino pop (“Of Snow And Sapphires”), che è invisibile agli occhi ma che da sempre ha accompagnato il cammino dell’uomo nel suo interesse per il racconto e la spiritualità. Uno spazio dove ogni cosa è illuminata (Jonathan Safran Foer, 2002) ma certamente non luminosa, che per vivere e perpetuarsi non ha bisogno di vinili nè di streaming, ma che attraverso questi mezzi così terreni possiamo provare a mettere a fuoco, anche se per un solo ed illusorio istante.

Etichetta: The Circle Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. The Source (CD Bonus Track) 02. Aetas Aurea 03. Porselanae 04. Nox Incubat 05. Aqua Mater 06. Galen 07. Viriditas 08. Ignis Pater (CD Bonus Track) 09. Of Snow and Sapphires 10. Coelestis
Sito Web: facebook.com/AtaraxiaFB

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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