Asylum Pyre – Recensione: Call Me Inhuman

Se c’è un merito che va immediatamente riconosciuto ai parigini Asylum Pyre, ancor prima di aver cominciato ad ascoltare il loro nuovo album, questo è quello di saper creare un sentimento di curiosità: se da un lato i file audio sono accompagnati da una presentazione dai toni altisonanti (“Power Metal come non l’hai mai sentito prima”), che come prevedibile trasudano grandeur da tutti i pori (perché gli stereotipi aiutano a fare più in fretta, eccome), dall’altro al momento di premere sul link per procedere all’ascolto ci troviamo di fronte ad una pagina recante il messaggio “questa playlist non è più disponibile. Potrebbe essere stata cancellata o resa privata dall’utente che l’ha creata”. Che come inizio non è male. Ma per fortuna l’italiano medio è complice e paziente, misteriosamente intrigato dalla scienza esatta dell’approssimazione ed in fondo disposto a sopportare, se alla fine ne vale la pena. E così quello che veramente conta, mentre si lascia alla suddetta curiosità il tempo di montare ulteriormente, è sottolineare come “Call Me Inhuman” sia in realtà il quinto lavoro di un quintetto che dal 2009 ha imboccato la via di un power certamente alla ricerca di un filone originale: se la definizione di modern and traditional power speed electro pop metal with tribal touches non fosse già abbastanza confusa/interessante, si potrebbero aggiungere il progetto di realizzare un complesso ed articolato concept album spalmato su cinque uscite, la particolare cura riservata all’identità visuale della band (bene con la grafica però malino con l’inglese), il mixing affidato alle mani esperte di Mika Jussila (Finnvox Studios) ed una intensa attività live che conferma come la formazione transalpina – per quanto al debutto sulle nostre pagine elettroniche – sappia in ogni caso spingersi oltre la dimensione del sei solo chiacchiere e distintivo (“Gli Intoccabili”, 1987).

Aggirato l’ostacolo del collegamento ipertestuale non funzionante con un ascolto su Spotify conlapubblicitaperchesonopovero, si viene accolti – nell’ordine – dalla voce di Ombeline Duprat, dalle chitarre di Pierre-Emmanuel Pelisson e dal growl di Johann Cadot (anch’egli chitarrista): una composizione che, non appena giunti al prevedibile ritornello melodico dell’openerVirtual Guns”, rivela un’originalità che si potrebbe benevolmente definire limitata, perfetta per l’Eurovision di Liverpool che tutti seguiremo a Maggio. Una volta stabilito il primo contatto, che serve un po’ a rompere il ghiaccio, non si vede l’ora di testare e tastare tutta quella consistenza della quale la band si mostra così sicura, e che certamente – ce lo ripetiamo per autoconvincerci – questa volta non farà affidamento sui soliti brani in levare (e invece arriva “Fighters”), sui timidi elementi sinfonici (e invece arriva “There, I Could Die”) o ancora sulla presenza di composizioni inutilmente lunghe che fanno così serio e impegnato (e invece arrivano i sei tristi minuti di “Joy”, con tanto di intermezzo death). Insomma, anche volendo liberare la mente dal pregiudizio ci si accorge ben presto che quella promessa dagli Asylum Pyre è una differenza solo a parole, che certamente si concede qualche esperimento come la chitarra folk di “The True Crown” o la breve introduzione jazz di “Happy Deathday” ma senza che questi tentativi un po’ improvvisati possano davvero tradursi in un’esperienza compiuta. Certamente ci sono canzoni che filano via fluide ed indisturbate (“The Nowhere Dance”) ed altre che esaltano l’indiscutibile bravura della Duprat (“A Teacher, A Scientist & A Diplomat”) ma qualità e quantità di questi sprazzi non sono sufficienti a cambiare quel senso di delusione crescente che si consolida brano dopo brano.

Con la stessa onestà con la quale si sottolinea la natura estremamente derivativa di questo disco, bisogna anche evidenziare una produzione di alto livello che in un certo senso ne mitiga gli effetti negativi: se da un punto di vista prettamente artistico e compositivo si fatica a trovare qualcosa di veramente nuovo ed originale, il modo nel quale si è riusciti ad infilarci un po’ di tutto senza che il disco ti esploda tra le mani è di per sé un risultato notevole, che riproporre sul palco sarà prevedibilmente sfidante. Nonostante la presentazione del disco eviti di citare eventuali gruppi di riferimento, a nominare Amberian Dawn, Visions Of Atlantis o Delain non è che si faccia un gran peccato, in fin dei conti: il problema è che qui, esauriti i cinquantadue minuti e le dodici tracce, la sensazione che rimane in bocca è quella di aver assistito a dodici tentativi, nemmeno troppo convinti, di trovare un’ispirazione elettronica / operatica / cinematografica che però di manifestarsi non ne ha voluto davvero sapere, lasciando il campo a ritornelli meh (“Sand Paths”, chiamatemi quando finisce…) e composizioni che al momento in cui scrivo non hanno ancora trovato la via di casa (“Underneath Heartskin”). E pur apprezzando sotto sotto gli intenti battaglieri e lo sforzo lessicale, la verità con la quale si deve convivere è che “Call Me Inhuman” è un disco povero di idee e di coraggio, che presentandosi come ciò che non è prende in giro se stesso, ancor prima dell’ascoltatore.

Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2023

Tracklist: 01. Virtual Guns 02. Fighters 03. The True Crown (I Seek Your War) 04. Happy Deathday 05. There, I Could Die 06. Sand Paths 07. The Nowhere Dance 08. A Teacher, a Scientist and a Diplomat 09. Underneath Heartskin 10. The Mad Fiddler 11. Joy 12. Call Me Inhuman
Sito Web: facebook.com/asylumpyre

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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