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Astralion – Recensione: Outlaw

Gli Astralion sono una di quelle band che allontana i fans dal power metal. Nell’ultimo decennio sono stati proprio dischi come “Outlaw” a sovraffollare il mercato: tanti lavori formalmente perfetti, ma tutti simili tra loro, impeccabili nella produzione, suonati in maniera ineccepibile, ma privi di idee di fondo e di un pizzico di originalità per distinguersi. E dire che nelle file della band finlandese militano dei musicisti navigati della scena, tra cui il cantante ed il bassista degli Olympos Mons, gruppo che invece era riuscito a ritagliarsi un piccolo posto al sole, uscendo ai tempi d’oro. Ma adesso per fare la differenza bisogna offrire qualcosa in più all’ascoltatore, non basta il compitino scopiazzando qua e là Stratovarius e Masterplan per vendere un cd.

E sono proprio questi due big i principali punti di riferimento degli Astralion, che alternano all’interno di “Outlaw”, song veloci ed in doppia cassa a mid tempo ad ampio respiro ricchi di arrangiamenti e passaggi di tastiere. L’opener “Deathphone” sembra uscita dalla penna di Roland Grapow, mentre la seguente “Black Adder”, ci catapulta indietro nel tempo, con i clavicembali sparati sulla ritmica. L’album prosegue lungo questa falsariga, facendosi apprezzare nelle parti più mature (“Be Careful What You Wish For”) , che però rischiano di diventare stucchevoli, come nella quasi folk “The Great Palace of the Sea”, in cui vengono scimiottati i Blind Guardian. Con questo non vogliamo dire che “Outlaw” sia un album da buttare, anzi, alcune song propongono melodie orecchiabili, ma non riesce a centrare la sufficienza per una mancanza di personalità.

Avevo dato per disperso Limb e la sua etichetta, invece lo ritrovo dopo un lungo periodo di silenzio con questa nuova uscita. I fasti del passato non torneranno più, non solo per colpa di un mercato in agonia: se il talent scout tedesco desidera salire ancora sulla cresta dell’onda non saranno gli Astralion a dargli una nuova spinta.

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