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Raven – Recensione: Architect Of Fear

I britannici Raven sono conosciuti un po’ da tutti gli appassionati del metal anni ottanta per il loro estroso athletic rock (la definizione è della band stessa) e per la stravaganza del batterista Wacko che si presentava abbigliato come un giocatore di football americano. I nostri raggiungono l’apice del successo europeo nel primo periodo grazie all’esplosione del NWOBHM e si rilanciano appena dopo negli States grazie a dischi più melodici come “Stay Hard” e “The Pack Is Back”, ma nessuno o quasi sembra ricordarsi le loro uscite successive. Con colpevole negligenza, perché alla fine della decade i Raven optarono per una svolta verso il più duro speed metal che ha dato origine ad album ancora validissimi come “Nothing Exceedes Like Excess” e questo “Architect Of Fear”. Lasciatesi alle spalle la pretesa commerciale degli album americani i nostri tornano con l’intento di recuperare il gap che li separa dai più spigolosi paladini del thrash che loro stessi avevano influenzato, ovviamente senza per questo snaturare le loro peculiarità di band seminale. Non c’è più lo storico drummer Wacko, ma il sostituto Hasselvander è una vera ira d’Odino: martellante e preciso, pare essere lui il vero protagonista dell’ulteriore giro di vite. Limate le caratteristiche più rock oriented i Raven si presentano con un sound più articolato e pesante che non è esagerato avvicinare al thrash meno caotico e che si addice straordinariamente bene alle caratteristiche del gruppo. Le vocals di J.G. sono stridenti urla sguaiate e la chitarra di M.G. macina riff taglienti come non mai. Non ci sono in realtà moltissime parti lanciate a grande velocità, ma la corposità del suono e l’aggressività del songrwiting trasformano brani su tempi medi come “Got The Devil” in veri schiacciasassi. In “Part Of The Machine” l’accostamento tra ritmiche thrasheggianti e ritornello pulito fa venire in mente i migliori Rage, mentre l’assolo stralunato centrale è qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile ascoltare su un disco della band. Il bello sta forse proprio nel fatto di trovarsi di fronte una formazione navigata che cerca con successo di stare al passo con i tempi senza sradicarsi dalla propria tradizione. Un lavoro di spessore insomma, che forse andrebbe riascoltato e rivalutato in primo luogo dai fan del gruppo stesso.

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