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Arc Of Life – Recensione: Arc Of Life

Nati da una costola degli YES, gli “Arc Of Life” vedono Jon Davison (voce), Billy Sherwood (basso) e Jay Schellen (batteria) impegnati in un nuovo progetto che intende fondere creatività, sfida compositiva e piacevolezza d’ascolto in un insieme stratificato, capace di proiettarsi al di là di etichette e definizioni. Le prime note di “Life Has A Way” non sono solo un’introduzione dolce ed efficace all’intero album, ma anche una dichiarazione programmatica delle sonorità che “Arc Of Life” sceglierà di abbracciare: tra voci sognanti, flauti fatati e cori di facile presa, la band di Sherwood si dimostra capace di nobilitare con piglio sicuro un amalgama effervescente che spazia da Supertramp a New Trolls, passando per Genesis, AOR nordico ed i Beatles più sperimentali. 

Ok, è vero che più il paragone è azzardato e più diventa irresistibile la tentazione di rifilarvelo, ma il progressive come lo intendono questi inglesi è davvero un mix imprevedibile e sperimentale, un patchwork accecante ed a suo modo armonico di raggi di sole, impalpabili evanescenze, morbide citazioni jazzistiche, deformazioni cyberpunk ed inserti melodici che hanno la forza di fermare il tempo, pur di trovare il proprio spazio. “Arc Of Life” assume allora una forma che va oltre quella del semplice ascolto: la complessità e la raffinatezza dei suoi collegamenti – specie di hyperlink che non puoi mai sapere dove ti porteranno, come questo – diventano una tesi che il disco vuole dimostrare coinvolgendo l’ascoltatore tra i colori del suo viaggio. Improntato alla vocalità, questo debutto interpreta il rock in un modo tutto suo: morbido nei suoni ma hard nell’accessibilità dei suoi arrangiamenti (“You Make It Real”), l’album pubblicato da Frontiers è heavy nelle discese vorticose del suo basso, nella ripetizione piacevolmente ossessiva dei suoi passaggi più compiuti, nell’approccio incorruttibile che caratterizza ogni episodio indipendentemente dalla sua lunghezza. E’ un disco le cui differenze suonano sempre uguali, o le cui ripetizioni suonano sempre differenti: un problema insoluto che ha il potere di non lasciarti insoddisfatto, una indecisione ricercata che convince, un prendere o lasciare come quello dei film dei quali tocca accettare il finale aperto che dice e, appunto, non dice. 

Al pari del difficile raccontato con parole semplici, questo è un lavoro-Quark che può essere apprezzato su più livelli, come materia viva capace di adattarsi alle aspettative, alle attenzioni, alle situazioni, alle intenzioni. Ci si può perdere nella perfezione dei suoi tecnicismi, si possono apprezzarne le trame funk, lo si può utilizzare per testare la resa dinamica del proprio impianto hi-fi oppure lo si può riprodurre come musica d’ambiente, cogliendone solamente i passaggi più intensi o solari (“I Want To Know You Better”): saranno insomma i volumi d’ascolto, la voglia di sbattimento e la concentrazione a disposizione nel momento a determinare quali “Arc Of Life” ascolteremo oggi, il tutto con un solo, scintillante compact disc. Per quanto l’acquisto si presenti dunque come un’eventualità conveniente, può succedere che una tale ricchezza espressiva finisca col confondere: “The Magic Of It All” e l’attualissima “Locked Down” sono morbidezze informi ma atmosferiche, ricche di fascino eppure sostenute da linee melodiche di consistenza leggera come la seta, sufficiente a tenere insieme le trame intricate e sinfoniche (“There For We Are”) di questo prog. Ci saranno insomma poco più di un paio di briciole sparse a terra per farci ritrovare la strada di casa, e dovremo farcele bastare se vorremo addentrarci tra le spire dei passaggi più complicati. La godibilità (anche) di questi episodi dimostra però che “Arc Of Life” è un disco al quale bisogna affidarsi, cedersi, abbandonarsi completamente, per entrare in sintonia con la grandezza interrotta della sua visione. Organizzata da una grammatica differente, per proteggere la fluidità dei suoi panorami (“Just In Sight”), questa prima ti rapisce come una di quelle opere d’arte delle quali hai il dubbio di non aver capito niente. E che, nonostante questo, sono riuscite in un misterioso modo o nell’altro a farti ammettere che, wow.

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