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Apostolica – Recensione: Animae Haeretica

Partiti con un debutto che due anni fa non ci eravamo sentiti di definire propriamente stellare (qui la recensione di “Haeretica Ecclesia”), gli Apostolica sono una band ispirata a Powerwolf, Sabaton e Ghost della quale purtroppo non si sa molto, se si esclude l’opera prestata da Andrea Falaschi, autore di ottimi videoclip e batterista dei Deathless Legacy, e Marco Pastorino (voce e chitarra dei Temperance), circostanza che potrebbe far pensare ad un coinvolgimento nel progetto di altri musicisti della scena rispettivamente toscana e piemontese. Il motivo di tanta segretezza è da ricercarsi nel ricorso agli indecifrabili pseudonimi di derivazione religiosa da parte del quintetto e, come salterà all’occhio, nell’uso delle imponenti maschere che nascondono i volti di Ezekiel (voce), Isaia (chitarra), Jeremiah (tastiere), Jonas (basso) e Malachia (batteria). Che poi con questa moda del coprirsi e dello scopiazzare non ci sarebbe niente di male – lo insegnano in tanti, da Lordi a Lewis Schiff nel suo interessante libro “Business Brilliant” – ma quando le dimensioni del progetto sono italiane ed ancora piccole è un po’ frustrante non poter aggiungere niente di più al racconto né dispensare al lettore qualche altro, sugoso, dettaglio. Ad ogni buon conto, e cancellando dal volto l’espressione impotente alla Khaby Lame indotta da tanto mistero (che dopo tutto non ci voleva il Giovane Ispettore Morse per capire che “Al De Noble” era Aldo Lonobile in quella bella formazione dei Death SS…), diciamo che “Animae Haeretica” si apre con una title-track interlocutoria, del tutto incentrata sulla coralità del proprio ritornello e sul sostegno continuamente offerto dall’onnipresente organo di Jeremiah.

APOSTOLICA  - Rasputin (Official Video)

Molto buona la produzione, che permette alle parti vocali di avvolgere e penetrare come dovrebbero, ma leggermente più anonimo tutto il resto. Il disco comincia però ad ingranare a partire dal brano successivo, che non solo presenta una ritmica più incisiva ma anche un arrangiamento più elaborato, come si conviene alla musica dotta e sacra alla quale in un certo senso gli Apostolica si ispirano. Qui c’è più l’idea della partitura classica prestata al metal, dell’origine nobile e con essa l’aura di quel culto misterioso che – almeno dal punto di vista narrativo – rappresenta l’ossatura di tutto il concept. Nonostante il cambio di passo, che si avverte soprattutto in corrispondenza di chorus che si fanno traccia dopo traccia sempre più coesi e potenti (“Heretics”), rimane però uno dei problemi principali dell’album, che risiede nella poca personalità delle strofe e del cantato che le accompagna. Questa incertezza di fondo smonta un po’ tutta l’impalcatura, perché il passo musicalmente insicuro col quale ci si addentra tra le strofe di “Rasputin” o “Black Prophets”, ad esempio, compromette quell’idea di sacralità, perfezione mortale e mistero inscalfibile che, quando si sceglie un’immagine così ingombrante, dovrebbe fare parte del pacchetto e dell’esperienza.

Invece Ezekiel fa quello che può per barcamenarsi tra i problemi (“Fire”), primo dei il rischio di risultare troppo spaesato in attesa del riparo e del maggiore spessore offerto dai ritornelli. Ed alcuni riempitivi, come “Tomorrow Belongs To Me”, allargano ulteriormente le maglie di un lavoro che dal punto di vista della scrittura rivela già una qualità non sempre omogenea. I momenti nei quali tutti gli elementi raggiungono lo stesso livello qualitativo sono tanto rari quanto convincenti, benchè non originali: è il caso ad esempio di un’ottima “Gloria” che risulta ben bilanciata tra riffing, atmosfera e cantabilità, oppure una “Skyfall” assolutamente senza pretese ma che, come spesso succede, risulta tra le cose in grado di fissarsi più facilmente nella memoria. Si tratta però di episodi purtroppo isolati che, sebbene facciano intuire un grande potenziale non appena gli ingranaggi gireranno tutti per il verso giusto, al momento non sembrano in grado di portare sulle spalle il peso delle fortune dell’album.

Animae Haeretica” è un lavoro mai pienamente convinto nè dominante, né davvero potente, che sembra far troppo affidamento su un’immagine ancora tutta da costruire e consolidare, persino ingombrante nel momento in cui impedisce al singolo di portare un apprezzabile contributo personale. Il disco degli Apostolica offre tre quarti d’ora di decoroso disimpegno, che è al tempo stesso tanta roba quando ci si accontenta di un po’ di svago ma anche troppo poco per creare un seguito di fedeli disposti ad abbracciare la fede, come crociati, e salire sul carro: la mia impressione è che con questo progetto si sia registrato un disco per dare nuovo corpo ad un’immagine, quando le migliori esperienze altrui ed il buon senso imporrebbero di procedere, se possibile mettendoci anche del proprio, in senso contrario.

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