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Anvil – Recensione: Legal At Last

A volte mi chiedo perché gli Anvil continuino a incidere album con un ritmo che oggi sarebbe serrato anche per una giovane band, acuendo inevitabilmente la serie di problemi che attanaglia le band così longeve: la difficoltà di scrivere materiale che possa rivaleggiare con la loro produzione storica e l’impossibilità o quasi, dopo tanti anni, di trovare ancora una formula che sia allo stesso tempo coerente e non del tutto banale. Insomma, il rischio di scontentare è alto, ma sapete una cosa? Credo che davvero questi ragazzacci si divertano ancora come matti a buttar giù nuove canzoni e suonare riff pesanti come macigni… e fa nulla se più di un album non è proprio un capolavoro… in fondo loro un sacco di canzoni belle le hanno già! E poi capita che ogni tanto la band ritrovi una certa creatività e il disco sappia rinverdire i fasti di un tempo. È successo con album come “This Is Thirteen” o “Juggernat Of Justice” e succede, almeno in parte, anche con questo nuovo “Legal At Last”.

L’album si piazza nel complesso infatti al di sopra delle ultime uscite, poggiando la propria riuscita su una produzione davvero eccellente (nuovamente affidata al duo Pfeiffer/Uken), perfetta per valorizzare lo stile dinamico e bello aggressivo che la band ha sempre dimostrato di amare, ma anche la qualità delle composizioni è decisamente sopra la media recente. La titke track ricalca lo schema base della speed song a la Anvil, ma, nella sua prevedibilità, ha tutte le carte per farsi amare. Una bella mazzata! Seguita da una “Nabbed In Nebraska” che pare ripescata direttamente da un album degli anni ottanta (e ricorda nell’andamento un poco la storica “Metal On Metal”). Così come “Gasoline” è il solito pezzo doomeggiante, in pieno stile “Forged In Fire”. Quello che salva però la band da un patetico tentativo di rigirare la frittata è la capacità di presentare il tutto con la giusta ironia (da sempre l’arma migliore nelle mani degli Anvil), ma anche il fatto di saper aggiungere piccoli particolari sempre diversi, siano essi un assolo particolarmente tagliente, una variazione ritmica a sorpresa o un coretto un po’ sgraziato che però rimane in testa.

Quando riescono insomma a far la stessa cosa di sempre, ma con gli ingredienti dosati nella giusta proporzione e quel pizzico di fantasia che eleva la canzone dalla sufficienza stiracchiata, Lips e Reiner sono ancora capaci di regalare qualche brivido. E qui ci sono almeno altre tre canzoni che girano alla grande, vale a dire la velocissima “Food For Vulture”, superba nel suo guitar riff ammiccante e nella ritmica saltellante, l’hard rock iper-vitaminizzato di “I’m Alive” e “Chemtrails”, con un efficace riff a grattugia e un coro buono da portare dal vivo. E pure il resto fa una discreta figura e si lascia ascoltare senza troppa noia (la sola “Glass House” mi pare un brano davvero scarso). Niente male per chi arriva oggi a sfornare il diciottesimo abum in studio in quasi quarant’anni di carriera.

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