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Antimatter – Recensione: The Judas Table

Sono passati tre anni da “Fear Of A Unique Identity” e Mick Moss torna con i suoi Antimatter presentando “The Judas Table”, nuova fatica sulla lunga distanza. Già dopo un ascolto appare chiaro come il deus ex machina della band intenda offrire l’ideale continuatore dell’ultimo studio album con una release che mette sul piatto tutti i caratteri tipici degli Antimatter post-Duncan Patterson.

“The Judas Table” (che apprendiamo essere un concept dove Mick riflette sui tradimenti subiti nel corso della sua vita) inanella dieci tracce basate in primis sulla chitarra acustica e lievi percussioni, mentre l’inconfondibile voce tremula e e distante del leader le interpreta con il consueto, lacrimevole distacco, talvolta accompagnato dalle backing vocals femminili o dai cori. Non manca un groove metallico ben diluito, ma ad esso spetta piuttosto il compito di fungere da sfumatura, come possiamo notare negli assoli di chitarra che troveremo spesso sul finale dei brani.

Disco notturno e malinconico, “The Judas Table” è forse meno coinvolgente e vario del suo predecessore, ma non da sottovalutare. Questa volta Mick Moss si è concentrato maggiormanete sulla forma canzone tralasciando quell’imprevedibilità che ha sempre distinto gli Antimatter. Ne consegue che le canzoni, pur gradevolissime e di una bellezza inopinabile, presentano numerose similitudini. Ad esempio sono ben tre le ballad acustiche (“Comrades”, “Little Piggy”, “Goodbye”), tutte accompagnate dal violino, mentre le altre tracce presentano una forma ben distinta e ripetuta, ovvero un incipit in prevalenza acustico e poi l’evoluzione verso un rock estremamente severo e malinconico, spesso con finali dove è la componente sinfonica ad essere in primo piano insieme ai succitati assoli.

Ciò non toglie che brani come il singolo “Black Eyed Man”, la più groovy “Killer”, “Stillborn Empires” (che esula in parte dal contesto, con un magnifico inserto di musica sinfonica e irrobustimenti di chitarra nella parte centrale) e “Hole”, funzionino molto bene. Un buon disco questo “The Judas Table”, forse Mick Moss non ci stupisce con i suoi consueti lampi di genio come ci saremmo aspettati, ma di certo la qualità del lavoro resta saldamente sopra alla media.

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