Animamortua – Recensione: Gods Among Us

Gli Animamortua sono una metal band proveniente dall’isola di Malta, un territorio piccolo ma dal quale nel recente passato mi è capitato di ascoltare cose interessanti: per questo motivo, quando ho avuto la possibilità di recensire il loro disco di debutto, pubblicato peraltro dalla piemontese Underground Symphony, all’immancabile dose di curiosità si è aggiunto anche un certo ottimismo. Presentatosi per la prima volta al pubblico nel 2016 in occasione dell’Xtreme Metal Assault festival, il quintetto composto da Juan Xerri (voce), Clayton Cini (chitarre), Emanuel Portelli (chitarre), Steven Azzopardi (basso) e Josef Bray (batteria) ha prima dato alle stampe un EP intitolato “State Of Chaos” e subito dopo intrapreso un’intensa attività live, che li ha portati ad esibirsi al fianco di nomi di rilievo quali Blaze Bayley, Civil War, Orphaned Land e Necronomicon. Com’è facile intuire, l’attesa per questo primo full-lenght cresce anche in virtù degli anni di sacrifici ed esperienze che esso è chiamato a sintetizzare: i quasi dieci anni di attività non sono pochi da condensare in un solo disco, benchè la durata di quasi un’ora suggerisca in qualche modo la volontà di metterci dentro di tutto e di più. L’apertura di questo compendio è dunque affidata ad una “Blackholem” dal gusto heavy/thrash che mostra un gruppo molto solido, soprattutto dal punto di vista della sezione ritmica, alla quale le due chitarre di Cini e Portelli garantiscono un buon supporto (nonostante un assolo non troppo incisivo). In questo quadro si inserisce un cantato, quello di Xerri, ispirato dall’heavy più classico: i passaggi melodici non godono purtroppo di una grande estensione, e a dirla tutta nemmeno quelli più ruvidi e graffianti supportano adeguatamente il brano.

Questa apertura ha (purtroppo) il merito di anticipare i contenuti dell’intero album, caratterizzato da una base heavy/thrash di buona fattura, arricchita da cambi di tempo e “cavalcate” di discreta intensità, costretta a fare il paio con linee melodiche davvero poco ispirate. I limiti evidenziati non sono solamente quelli del cantante, che per la verità sopperisce egregiamente ai limiti tecnici con una performance sempre animata e convinta: lo sbilanciamento a favore della pura e reiterata ritmica è esageratamente pronunciato (“Dark Matter”), al punto da rendere “Gods Among Us” una sorta di album strumentale al quale le parti vocali sono state aggiunte in modo forzato, non aggiungendo nulla e – semmai – compromettendo una valutazione finale che non può non tenere conto di un fattore così importante.

Complice il cantato allo stesso tempo monocorde, energico e confuso (“Dying Universe”), il disco si incanala ben presto sui binari di un’estrema ripetitività, se possibile accentuata dalla mancanza di soluzioni originali e da una registrazione appena funzionale e puramente descrittiva: la produzione dell’album si limita a riportare più o meno fedelmente quanto suonato, senza sussulti né guizzi, limitando ulteriormente l’appeal di un disco confinato all’interno di una visione ultra-ortodossa (“Heliocentric Affair”) che raramente permette agli Animamortua di emergere e solleticare l’interesse con un punto di vista personale o un contributo originale. Il fatto poi che i brani si estendano all’inverosimile e senza un vero motivo, con una durata media che si attesta sui sei/sette minuti, rende l’ascolto e la connessione ancora più faticosi, soprattutto nel momento in cui il quintetto maltese appare più intento a compiacere se stesso (come in una title-track caratterizzata da cori assemblati malamente) che non a ricercare una soluzione appagante per l’ascoltatore.

Poco da segnalare, come ormai prevedibile, anche in merito al pretenzioso trittico rappresentato da “Lunar Sentinel I – Inside The Machine”, “Lunar Sentinel II – Operation SIN” e “Lunar Sentinel III – Dystopian Earth”, se non il fatto che i ritmi rallentati di alcuni passaggi evidenziano in modo ancora più impietoso i limiti di un cantato poco educato e di un songwriting che ha tenuto in scarsa considerazione le capacità e le debolezze di questa formazione al debutto. Nonostante la bella copertina e la simpatia sincera con la quale accogliamo la possibilità di ascoltare musica da territori piccoli e meno “convenzionali”, fattori che peraltro non assumono alcun rilievo nella formulazione del giudizio finale, i limiti espressi dagli Animamortua in barba a tutta l’esperienza accumulata negli anni sono ancora troppo evidenti per accendere grandi e contagiosi entusiasmi. Se da un lato il quintetto si caratterizza positivamente per la coesione ritmica e la passione dell’interpretazione, dall’altro il materiale proposto appare ancora piuttosto grezzo, prolisso e soprattutto insufficiente a valorizzare gli elementi di forza, nascondendo gli attuali limiti.

Etichetta: Underground Symphony

Anno: 2023

Tracklist: 01. Blackholem 02. Dark Matter 03. Dying Universe 04. Heliocentric Affair 05. Gods Among Us 06. Lunar Sentinel I – Inside The Machine 07. Lunar Sentinel II – Operation SIN 08. Lunar Sentinel III – Dystopian Earth
Sito Web: facebook.com/animamortuaMT

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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