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Year of the Goat – Recensione: Angels’ Necropolis

“Angels’ Necropolis” è la prima opera sulla lunga distanza degli Year Of The Goat, una band svedese che nell’attitudine e nelle liriche omaggia il satanasso, ma lo fa attraverso uno stile che negli ultimi tempi non è più così consono ad evocare Belzebù e i suoi seguaci: l’hard rock. Qualcuno di voi potrebbe pensare agli storici Angel Witch e alla loro release omonima all’inizio degli anni ’80 e in fondo lo spirito non è dissimile, con la differenza che i nordeuropei non solo traggono ispirazione dalla New Wave Of British Heavy Metal, ma anche dal rock duro e/o progressivo degli anni ’70. La release paga senza dubbio pegno ai padri ispiratori, che si possono trovare nei Black Sabbath e nei Deep Purple, con alcuni accenni a Blue Oyster Cult e Black Widow nelle lievi divagazioni progressive dell’album. Gli Year Of The Goat ci sanno fare, questo è fuori discussione e pur non inventando nulla, elaborano al meglio le proprie influenze. “Angels’ Necropolis” è un ascolto scorrevole di sano hard’n’heavy alla britannica maniera, fatto di brani dotati di un ottimo tiro e con il refrain giustamente arioso che si imprime subito in mente. Oltre alla splendida voce di Thomas Sabbathi, front man e chitarrista, il debut del gruppo snoda i suoi highlight lungo le ottime “A Circle Of Serpents”, di sabbathiana memoria, l’hard rock melodico che rimanda al Culto dell’Ostrica Blu di “This Will Be Mine” e ancora la conclusiva “Thin Lines Of Broken Hopes”, un episodio che irrigidisce i ritmi toccando alcune continuità con i Mercyful Fate e proponendo addirittura dei ricami della voce in growl. Il panorama lirico di carattere occulto ed esoterico è poi suscettibile dell’interpretazione di ciascuno, sebbene i nostri sembrino chiaramente riferirsi a un’entità luciferina a  cui si dicono devoti. E questa volta non è black metal. Torniamo indietro di quasi quarant’anni e credeteci, non serve nemmeno ascoltare il disco al contrario.

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