Anette Olzon – Recensione: Rapture

Dopo aver inciso due soli dischi in studio con i Nightwish, la svedese Anette Olzon ha avviato – ancora prima di dar vita al sodalizio artistico con l’ex chitarrista dei Sonata Arctica Jani Liimatainen – una carriera solista che l’ha vista pubblicare “Shine” per earMUSIC nel 2014 e “Strong” per Frontiers nel 2021. Ed è proprio con quest’ultima uscita che è più forte la connessione con “Rapture”, rilasciato questo mese, soprattutto per via del songwriting curato ancora una volta con Magnus Karlsson, chitarrista e produttore che – per abilità tecnica e gusto melodico – rappresenta in molti casi una garanzia. Personalmente, la curiosità per questo nuovo lavoro è alimentata anche (o soprattutto) dal modo in cui il metal sinfonico al femminile, genere commercialmente fortunato e pertanto piuttosto in voga, verrà ulteriormente riproposto: se infatti i contributi usa-e-getta non si contano ormai più, si assiste talvolta ad alcuni esperimenti capaci di portare una visione nuova, a tratti sorprendente (dallo scurissimo album natalizio di Tarja Turunen a quanto prodotto dalla talentuosa² Jennifer Haben con i suoi arrembanti Beyond The Black), che conferisce a questa forma espressiva una profondità per molti insospettabile. Inutile dire che, nel caso di una voce che ha interpretato un buon album come “Dark Passion Play”, la sostanza delle legittime aspettative si fa ancora più corposa.

La via scelta dal duo OlzonKarlsson è, rispetto ad altri approcci un pelo più alternativi, molto conservativa: elementi sinfonici qua e là, un growl in pianta stabile a cura di Johan Husgafvel (Pain, Plague Divine e marito della stessa Anette) e cori ultramelodici di stampo Eurovision non danno certo vita ad una combinazione esplosiva, per quanto il tutto suoni accattivante già dai primi ascolti. L’impressione iniziale è quella di un prodotto costruito per suonare più pesante e aggressivo, ma che ben presto rivela una struttura lineare, similpop, a tratti persino esile, come se per l’interprete svedese il tempo si fosse fermato agli albori del sinfonico al femminile, quello che già i Nightwish avevano lasciato alle spalle con le loro costruzioni più lunghe, trascinanti ed elaborate. Propriamente trascinante, appunto, “Rapture” non lo è mai: godibile sempre (“Rapture”, che per essere una title-track propone comunque un ritornello un po’ meh), ma i momenti di sorpresa, o quelli nei quali si potrebbe avvertire la mano esperta di Karlsson sono davvero pochi, con il chitarrista evidentemente più impegnato al generale fluire ed al poco interferire che non a disseminare l’album di piccoli ed originali tocchi.

Ed il fatto che già davanti ai cori della terza traccia (“Day Of Wrath”) cominci ad affiorare la sensazione non solo di un già sentito, ma anche di un già sentito non particolarmente memorabile, né spettacolare, mette a dura prova gli entusiasmi e l’attenzione. E quasi viene alla mente quel fenomeno della Tiktokification, in nome del quale tanta della musica moderna deve essere immediatamente usabile e sintetizzabile, per catturare un’attenzione di appena qualche secondo, per il bene dello sponsor. Gli elementi sui quali poggia la costruzione di “Rapture” ricordano questa impostazione, per quanto facile risulta inquadrarli nel campionario del genere: prendiamo i cori gentili di “Requiem”, ad esempio, con il suo chorus canterino ed i suoi tempi cadenzati… e se da un lato non si può che elogiare la tecnica con la quale il tutto è stato meccanicamente assemblato, dall’altro l’impatto generale risulta compromesso da una certa mancanza di personalità, e forse anche di umanità alla base di questa nuova uscita.

Il difetto più evidente di “Rapture” non sta (solo) nella sua forma così lineare, acquosa e prevedibile (portata agli estremi nell’anonima balladHear My Song”), ma piuttosto nell’impossibilità di toccare il talento e l’ispirazione dei suoi esecutori. Compreso, nella democratica delusione, anche il contributo generalmente svogliato del batterista Anders Köllerfors. Che si tratti di una precisa volontà o di una cogente necessità di tempo e di spazio, sta di fatto che in questi brani c’è ben poco di sofferto, evocativo o semplicemente contemporaneo. Non ci sono le ferite, le delusioni, la crescita, le rughe, gli odori e nemmeno gli sguardi. Il suo è un sinfonico sospeso e decontestualizzato, che collocherei tra le uscite superficiali di quindici ed i vent’anni fa, che però oggi suona delicatamente astratto, anche quando il suo messaggio richiederebbe più corpo e sostanza (“Take A Stand”). Una mancanza di umori e sapore alla quale l’inserimento forzato del growl non rimedia affatto… evidenziando al contrario tutti i limiti di un prodotto sterile e poco necessario, a tratti goffamente plasticoso (“Cast Evil Out”, “Greedy World”). E mai in grado di avvicinare, né tantomeno impensierire, quanto di più ruvido e sfidante altre proposte al femminile stanno realizzando in Europa (Italia compresa), America Latina e non solo.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Heed The Call 02. Rapture 03. Day Of Wrath 04. Requiem 05. Arise 06. Take A Stand 07. Cast Evil Out 08. Greedy World 09. Hear My Song 10. Head Up High 11. We Search For Peace
Sito Web: facebook.com/anetteolzonofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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