Royal Hunt: “The Mission” – Intervista a Andre Andersen

Non senza una certa sorpresa i Royal Hunt sono tornati alla grande. Lasciati alle spalle un doloroso ma quantomeno necessario cambio di vocalist ed un mezzo flop con il disco precedente, la band di Andre Andersen ha di nuovo catalizzato l’attenzione di stampa e appassionati. Certo che con un lavoro del valore di ‘The Mission’ sarebbe stato scandaloso il contrario. Ed infatti lo stesso Andre appare sicuro di sé, parla misurando le parole, sentendosi un privilegiato, ma allo stesso tempo non ci sono dubbi sul fatto che sia pienamente cosciente di aver dato sfogo a tutto il suo talento e di non aver nulla da rimproverarsi. Adesso spetta agli altri capire la grandezza di un’opera che nasce sotto il segno del capolavoro.

Per questo nuovo album avete optato per un nuovo contratto discografico con la Fontiers. Mi vuoi spiegare come andata tutta la faccenda?

Certo, abbiamo sempre avuto qualche problema di comunicazione con la SPV, così quando è stato il momento di firmare un nuovo contratto ci siamo guardati intorno. Era nostra intenzione firmare per un solo disco, proprio per evitare di ritrovarsi con obblighi troppo duri da sostenere nel caso che le cose fossero andate male. La Frontiers si è dimostrata disponibile e quindi abbiamo concluso. E devo dire che al momento siamo completamente soddisfatti di questa scelta.

Tutto bene allora. Parlando di questo nuovo album, sappiamo che è un concept e che è basato su un romanzo chiamato ‘Martian Chronicles’. Per tutti quelli che non l’ hanno letto, vuoi farci da insegnate di inglese e darci qualche informazione in più?

Con piacere. L’idea attorno cui ruota il romanzo è che l’ umanità dopo aver creato un mondo invivibile abbia una seconda possibilità colonizzando Marte. Una specie di nuovo inizio che avvalendosi dell’esperienza e degli errori precedenti dovrebbe avere l’opportunità di creare una società migliore. Quello che

accade realmente è che l’impresa si porta dietro il peggio dell’umanità stessa, cosa comune ad ogni nuova scoperta, basta pensare alla scoperta dell’America. Il risultato è che questo nuovo mondo viene distrutto con una rapidità incredibile. La trama è molto semplice, ma ha una grande forza simbolica e soprattutto è una scusa per una riflessione approfondita sulla vera indole dell’uomo che finisce con il distruggere quanto c’è di bello nella natura o nella vita stessa. Basta pensare a quello che sta succedendo nel mondo in questi ultimi mesi per non avere sicuramente una buona opinione della razza umana.

A beh, su questo non c’è davvero nessun dubbio. Perché avete scelto proprio questa storia, cosa vi ha ispirato in particolare?

Innanzitutto perché il libro è molto bello, secondariamente per il modo in cui la storia viene raccontata. Come ti dicevo, il soggetto principale del libro è la natura umana. Certo, c’è molta azione e c’è una trama, ma il vero intento dell’autore è quello ci mettere al centro la riflessione sull’uomo. Questo aspetto mi ha affascinato. Se ti ricordi qualche hanno fa con ‘Paradox’ facemmo la stessa cosa. Anche allora, pur parlando di tematiche vicine alla religione, cercammo di approfondire la questione della natura umana a contatto con la religione stessa. E’ un modo di vedere le cose che mi attira molto e ritrovarmelo lì davanti è stata una tentazione troppo forte.

Scrivere musica e liriche dovendo seguire una trama scritta da qualcun altro semplifica o complica il lavoro?

Direi entrambe le cose. Da un certo punto di vista è più facile se scrivi tutto tu, perché sai esattamente cosa deve succedere e come vuoi sviluppare le cose e come devono suonare le canzoni. C’è il problema che spesso queste idee non prendono forma e tu continui a girare in tondo, allora è sicuramente meglio avere qualcosa di già pronto che possa funzionare da fonte d’ispirazione. Si, direi entrambe le cose, dipende dall’angolazione con cui vedi la faccenda.

Hai parlato della situazione che si sta delineando nel mondo. Voi avete in qualche modo lanciato uno sguardo nel futuro con questo nuovo lavoro. Ecco, tenendo conto di questi ultimi avvenimenti cosa mi puoi dire del futuro dell’umanità, è tutto così nero?

Se devo essere sincero non saprei cosa rispondere. Viviamo in un periodo molto strano e probabilmente impossibile da giudicare se non con un certo ritardo. Quello che intendo dire è che tutto oggi è straordinariamente progredito: la cultura, la tecnologia, etc… Puoi comunicare con un tizio dall’altra parte della terra solo schiacciando un tasto

sul tuo computer. Questo dovrebbe essere fantastico, dovrebbe essere un sogno che si realizza. Eppure non è così. Con queste cose convivono la fame, la povertà e la guerra. E usando questa stessa tecnologia qualcuno può far schiantare degli aerei contro delle torri nel centro di una delle più grandi e sorvegliate città del mondo. Sembra una follia, eppure è accaduto! Viviamo in un momento storico assolutamente pazzesco e credo che sia veramente difficile farsi un’opinione sulle cose. So solo che tutto questo mi rende molto triste e preoccupato.

Tornando a parlare di musica, so che tu hai prodotto il disco nel tuo studio e mi chiedevo il perché della scelta di usare dei suoni di batteria così sintetici, che sinceramente non mi piacciono molto.

La motivazione di tale scelta sta nell’intenzione di dare il giusto il feeling all’opera. Era nostra intenzione creare un sound …come potrei dire… robotico. Questo perché si adatta alla perfezione all’ ambientazione fantascientifica che abbiamo scelto per il concept. Tecnologia, pianeti, macchine intelligenti. Tutto questo doveva avere un riflesso sul feeling dell’album altrimenti non avrebbe avuto senso scegliersi questi temi. E poi io sono convinto che si giusto cercare di reinventarsi ogni volta. ‘Fear’ è stato un album ‘Organico’, molto hard rock, caldo. ‘The Mission’ è più meccanico, freddo, e a noi piace così. Tutti mi dicono che c’è molto dei Queensryche di ‘Rage For Order’ e la cosa divertente è che non me ne sono mai accorto prima che l’album fosse pronto. Comunque prendo la cosa come un complimento, ci mancherebbe!(Ride)

Credo che comunque aldilà di ogni dubbio ci sia da rilevare come ‘ The Mission’ abbia messo definitivamente a tacere chi vi dava per finiti dopo la fuoriuscita di D.C Cooper?

Si, in effetti ho sempre pensato che questa fosse una bella stronzata. Ma non voglio accusare nessuno per aver detto queste cose. E’ normale che quando una band che ha raggiunto un certo livello di popolarità cambia il cantante ci sia un momento di sbandamento: il cantante è l’immagine della band, la sua voce è la cosa che resta più impressa ai fans, la musica è costruita a secondo del suo stile. Se cambia lui, cambia tutto. Lo capisco. Ma quello che vorrei la gente e i critici capiscano è che nessuno cambia un elemento del gruppo per divertimento, da un giorno con l’altro. Se prendi questa decisione è perché non si poteva fare altrimenti e quello che i fans dovrebbero fare e dare a John una possibilità. Oggi l’atmosfera nella band è enormemente migliorata e sono convinto che se non ci fosse John ‘The Mission’ non sarebbe quello che è. E’ una persona fantastica e in questa album ha preso sicuramente maggiore confidenza con le composizioni e credo che tutti noi dobbiamo ringraziarlo per avere sopportato critiche ingiuste e pressioni incredibili.

Parlando di te: sei uno dei musicisti più apprezzati nel tuo genere…

Accidenti quello che stai dicendo suona veramente molto bene(ride)…

…effettivamente…non deve essere male sentirselo dire(rido anch’ io).

Quello che volevo chiederti è cosa significa scrivere musica per una persona come te che fa questo per lavoro. Dove finisce l’artista e comincia il lavoro?

Non riesco a vedere la cosa in questa prospettiva. Per me la musica è vita, è la mia vita. In un certo senso sono molto fortunato, in un’altra senso sono sfortunato(ride ancora). Lavorare con la musica è bellissimo, ma è anche molto duro e non sempre i risultati ti ripagano dello sforzo che fai. A me piace viaggiare, stare in mezzo alla gente ed è molto appagante sapere che ci sono persone che amano la tua musica, ma allo stesso tempo tutti si aspettano il massimo da te e a volte è difficile essere all’altezza delle aspettative. Quello che so è che non saprei cosa altro fare, senza la musica la mia vita non avrebbe senso. Non credo che abbandonerei mai questo lavoro, per quanto faticoso e rischioso possa essere.

Ok, ma quello che intendevo dire è, per esempio, quando componi una nuova canzone pensi all’impatto che potrebbe avere sul mercato? E se ti piace, ma non la giudichi adatta al tuo pubblico, la scarti?

So esattamente dove vuoi arrivare. Fortunatamente non mi comporto così, certamente penso a queste cose, ma non prendo mai una decisione sulla base del risultato commerciale possibile. Diciamola tutta, se volessi fare un disco da vendere il più possibile, non sarebbe poi così difficile. Sappiamo tutti quali sono le cose che il fan medio del genere cerca: chitarre tirate, cori cantabili, vocals sparate, doppia cassa a manetta… Insomma farei un disco dei Rhapsody…In realtà credo che se si vuole essere credibili bisogna seguire il proprio cuore. T’immagini cosa sarebbe presentarsi davanti a tuoi fans ed eseguire delle canzoni che non ti piacciono? Sarebbe terribile. La morte per ogni artista che si rispetti e che rispetti il proprio pubblico. Ti faccio un esempio: quando abbiamo registrato ‘ Fear’ sapevamo benissimo che a molta gente quel disco non sarebbe piaciuto, ma non ci siamo posti il problema, quello era l’album che ci sentivamo di fare e l’abbiamo fatto. Siamo stati onesti e credo che fra molti anni saremo ancora orgogliosi di quello che abbiamo fatto, non ti sembra abbastanza?

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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