Ancient Settlers – Recensione: Oblivion’s Legacy

Nati nel 2020 come un’interessante combinazione di musicisti spagnoli e venezuelani, a loro volta fronteggiati dal cantante finlandese Antony Hämäläinen (Armageddon, Nightrage, Meridian Dawn), gli Ancient Settlers si sono subito fatti notare per un’intensa attività live con la quale hanno promosso il loro album di debutto, rilasciato l’anno successivo dall’etichetta iberica Blood Fire Death. Dediti ad un death melodico dalle forti componenti nordiche, che non a caso li ha visti più volte accostati a Soilwork ed In Flames, gli Ancient Settlers ritornano oggi con due succose novità: la prima è costituita dalla nuova etichetta italiana, che in qualche modo li avvicina alle nostre temperate sponde; la seconda è invece data dall’avvicendamento tra il frontman finlandese ed una nuova cantante venezuelana, quella Genesis “Argen Death” Farias già vista all’opera con i connazionali Vile Hex. Prodotto e mixato allo studio Fredman di Västra Frölunda, che il freddo svedese lo senti già dal nome, “Oblivion’s Legacy” è un viaggio di quarantacinque minuti che, a giudicare dalle prime note di “The Circle Of Misanthropy”, si propone di offrire una maggiore varietà rispetto a quanto realizzato con Hämäläinen al microfono. Complici anche le tastiere suonate dal batterista Hermán Riera, il suono è ora più rotondo e suggestivo, allontanando ulteriormente il quintetto da quelle sonorità estreme che in fondo non lo hanno mai del tutto appassionato.

Quello degli Ancient Settlers è in effetti un death che si sviluppa prevalentemente sul mid-tempo, e che sfrutta questo approccio più rilassato per inserire interventi melodici, assoli di chitarre e momenti di timida presa atmosferica. Non ci troviamo di fronte ad un violento assalto, quindi, perché anche quando la batteria spinge sull’acceleratore il tempo del cantato è dimezzato e ben presto si insinua un elemento cantabile, se non addirittura pop, a mitigare ulteriormente il tutto. Il fatto che questo avvenga anche nel corso dei brani più brevi, che quindi non sono quasi mai “tirati” nella loro interezza, rende la prova della band spesso interlocutoria, continuamente sospesa tra opposti che in questo secondo disco non trovano mai una conciliazione realmente felice. La sensazione è allora quella di un continuo ripensamento, di un punto di sospensione poco confortevole, di un accostamento forzato che raramente si traduce in qualcosa che valga la pena riascoltare perché si capisce ben presto che qui la sintesi – semplicemente – non c’è.

La prova di Argen Death, ad onor del vero, non determina quel deciso di cambiamento di passo che forse gli Ancient Settlers stessi potevano auspicare: se la profondità del growl è convincente, lo stacco con le strofe pulite è davvero forte, e senza che in alcuno dei due momenti si assista ad una efficace dimostrazione di personalità (“Cosmic Farewell”). Le parti gutturali sono più monocordi del dovuto e mancano un po’ di mordente, mentre quelle alte esibiscono un’attitudine punk e lineare che nel migliore dei casi potrà sembrare curiosa, ma nel peggiore suonerà come la dimostrazione di un piatto ancora un po’ troppo al dente per gli amanti del vero e tagliente Gothenburg sound.

E’ anche in virtù di composizioni che spesso tendono a smarrire la via (“The Last Battle In The Earth”) che “Oblivion’s Legacy” sembra più un nuovo inizio, che non il disco della maturità, né tantomeno di una consacrazione che appare ancora fuori portata. Nonostante la (solo) discreta produzione a cura di Fredrick Nordstrom, la sensazione che si ricava dall’ascolto di questo album è infatti quella di una prova ancora acerba, che ad alcuni episodi abbastanza incolori (“Stardust Odyssey” e la rinunciataria “Subversive”) alterna momenti nei quali la volontà di variare il registro appare più un buon proposito, talora perseguito con ingenuità (vedi l’intermezzo strumentale insapore ed incolore di “The Mechanical Threats Paradox”), che non un risultato agguantato con i denti e con gli artigli. Va da sé che in un prodotto che dovrebbe esprimere potenza ed energia, forza e dinamismo, queste gravi mancanze incidono negativamente sul giudizio finale, e sullo sforzo richiesto per arrivare alla fine della tracklist conservando un briciolo di interesse. E se proprio volessimo ascoltare qualcosa di “ancient”, per ora meglio orientarsi su una piadina a Rimini con gli Ancient Bards.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. The Circle Of Misanthropy 02. Oblivion’s Legacy 03. Stardust Odyssey 04. Wounded Heart 05. Subversive 06. Coven Garden 07. The Mechanical Threats Paradox 08. The Last Battle In The Earth 09. Cosmic Farewell 10. Redemption
Sito Web: facebook.com/AncientSettlers

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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