“Anastasis”, dal greco, “resurrezione”. E mai titolo fu più indovinato. La reunion dei Dead Can Dance in realtà non è poi così recente, dopo il vasto tour che portò Brendan Perry e Lisa Gerrard in giro per il mondo già nel 2005, ma è soltanto dello scorso anno la notizia di un nuovo album. E finalmente, “Anastasis” è nelle nostre mani. Il percorso stilistico dei Dead Can Dance è stato vario e ha toccato numerosi panorami, dalla darkwave tinta di post punk degli esordi alle derive etniche dell’ultimo “Spiritchaser”, la spirito di ricerca dell’ensemble non è mai venuto meno e il suo peso come fonte di influenza per le generazioni a venire è stato fondamentale. “Anastasis” è un album complesso e multiforme, estremamente maturo e in buona parte influenzato anche dal percorso solista delle sue anime. La world music e in generale i retaggi etnici della prima metà degli anni ’90, quando ormai i nostri si erano in tutto e per tutto distaccati dalla matrice goth, giocano un ruolo di spessore, ma non manca una consistente malinconia di fondo né recuperi delle danze medievali che portano immediatamente alla memoria il mai troppo lodato “Aion”. La splendida “Children Of The Sun”, nella sua strumentalità solenne da inizio all’opera e subito troviamo un Perry dal tono morbido e suadente farci strada tra i meandri di una canzone volutamente solare e piacevole all’ascolto, mentre la voce inconfondibile della Gerrard tesse le trame della successiva. “Anabasis”. Già l’incipit è ottimo, ma l’ascolto non cala minimamente di qualità, offrendo episodi la cui creazione è stata lunga, ma curata in ogni minimo particolare. Il medioevo di “Kiko”, le melodie mediorientali di “Agape” e il sapore etno-folk di “Return Of The She-King”, sono tasselli di un magnifico mosaico il cui spettro di colori viaggia da un nero cupo a quelli accesi e lucenti della terra. Un ritorno sulle scene da applausi, ora attendiamo con trepidazione di ammirarli nuovamente dal vivo.
Voto recensore 8 |
Etichetta: PIAS Recordings Anno: 2012 Tracklist: 01. Children Of The Sun 02. Anabasis 03. Agape 04. Amnesia 05. Kiko 06. Opium 07. Return Of The She-King 08. All In Good Time Sito Web: www.deadcandance.com |
Andrea posso chiederti quale il capolavoro assoluto dei Dead can dance il loro migliore album, consigliami almeno due album da prendere, li conosco solo come nome. Ciao
Ti rispondo veloce io: Aion e Into the labyrinth. Ritraggono entrambe le anime dei Dead can Dance.
thank you very much! Krishel
(in reply to Krishel)Into the labyrinth e una belissima album 🙂
Anastasis e fantastico!!!
Shawn
thank you very much! Into the labyrinth OK parto da Into the labyrinth, mio negozio amato di cd, sto arrivando 😀
(in reply to Shawn)Vorrei segnalare che la 4AD non produce più i cd dei DCD….. il cd è distribuito da PIAS.
thank you very much! andrea sacchi per avermi risposto, dove sei su Marte……..?
A mio modo di vedere i dischi dei DcD son tutti dei capolavori…l’unico , a gusto personale, più scarsino è Spiritchesar…. Sempre a gusto personale “Within the real of a dyng sun” e “the serpen egg” sono da avere prima degli altri .
Ciao
Grazie Luca
(in reply to Luca)Signori,giù il cappello di fronte a questa ‘Resurrezione’.
Ciao ragazzi e grazie per i commenti!
Luci di Ferro, scusa se ti rispondo solo ora ma ho trovato un po’ di traffico tornando da Marte! 😀 Personalmente ti suggerisco “Aion” e “Spleen And Ideal” ma sono legato a tutta la produzione degli anni ’80. Riguardo la seconda fase della carriera, personalmente “Spiritchaser” non mi dispiace, ma è un disco completamente diverso e rivolto in toto alla world music.
Tios, grazie per la segnalazione, provvedo a sistemare!
Grazie Andrea! 😀 😀 😉
(in reply to Andrea Sacchi)Concordo con te. I grandissimi DCD sono quelli degli anni Ottanta e culminano con Aion del 1990. Dopo troppa musica etnica a discapito dell’esoterismo gotico originario. Anastasis si riavvicina molto a quegli anni migliori anche se la Gerrard si spinge sempre troppo a parer mio sull’etnico africano, dimenticando la grandiosa tradizione europea. Gran disco comunque.
(in reply to Andrea Sacchi)