Ammunition – Recensione: Ammunition

Nonostante il titolo eponimo è questo il secondo lavoro targato Ammunition. La band scandinava, che fa capo al dotato singer Age Sten Nilsen, vanta anche tra le proprie file un Re Mida del melodic rock nordico come Erik Martensson, che contribuisce alla stesura di tutte le song e produce e mixa l’album. Come avrete già intuito la qualità del prodotto finale non è nemmeno da mettere in discussione, almeno se parliamo di professionalità e resa generale.

A non farci però saltare sulla sedia è la scelta portata avanti per il songwriting. Se infatti è praticamente impossibile muovere una critica reale a qualunque delle undici tracce presentate, a non rendere a dovere è proprio l’insieme dell’album. Partendo infatti dall’iniziale “Time” fino alla conclusiva “Klondike” la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una serie di canzoni dal mood e dall’intenzione molto simile, con le punte sempre indirizzate verso la massima pendenza melodica e totalmente incapaci di uscire dallo schema tipico delle più comuni pop-rock song (tre minuti di durata circa, ritornello orecchiabile e ridondante, molta attenzione all’arrangiamento e poco spazio a virtuosismi vari e a parti strumentali).

Non che questo sia necessariamente un difetto, dipende probabilmente dalle aspettative che si annidano nell’animo di chi il prodotto finale lo fruisce. Personalmente ho trovato l’album tanto piacevole all’ascolto distratto e casuale, quanto totalmente inoffensivo sulla lunga distanza. Tanta forma, ma poco sostanza insomma. Nonostante la spasmodica ricerca della canzone cantabile, nessuna di queste mi ha procurato il brivido necessario a stimolare un riascolto volontario e ripetuto. E questo, pur riconoscendo una incredibile preparazione a tutti i protagonisti, mi pare una piccola sconfitta.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Time 02. Freedom Finder 03. Virtual Reality Boy 04. Guns Ho (I Told You So) 05. Eye for an Eye 06. Tear Your City Down 07. Caveman 08. Wrecking Crew 09. Miss Summertime 10. Bad Bones 11. Klondike

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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