Amaranthe: “Massive Addictive” – Intervista a Olof Mörck

Sebbene sia sugli scaffali da appena due giorni, “Massive Addictive” ha già ricevuto lodi e apprezzamenti in tutto al mondo, segno che gli Amaranthe sono a tutti gli effetti una delle band più amate a livello internazionale. Ad un solo anno di distanza dalla precedente pubblicazione, il combo svedese torna alla ribalta con questo terzo album e a parlarcene è il biondo mastermind, Olof Mörck, che in questa esaustiva intervista, ci raccolta la nascita di questo ultimo pargolo!

Fotografia a cura di Patric Ullaeus / Revolver.se

“Massive Addictive” è il nome della vostra terza fatica discografica. Rispetto ai primi due album, questo nuovo lavoro presenta una lieve varietà a livello di sound. Abbiamo parti più techno, a volte quasi industrial come possiamo notare in brani “Digital World”, le vocals sono più bilanciate e soprattutto avete un nuovo elemento che va a completare il lotto. Quali sono le altre differenze che possiamo riscontrare?

Dipende molto da ciò che stai ascoltando sull’album, perché come stavi dicendo tu, se si ascoltano brani come “Drop Dead Cynical” o “Digital World”, ci sono molto parti elettroniche, poi abbiamo un lato più heavy del disco, rappresentato dalle tracce “Skyline” e “An Ordinary Abnormality”. Quello che sostanzialmente abbiamo portato in questo disco è stata una maggiore diversità e varietà, è più variegato e audace. Nella nostra musica ci sono molti elementi elettronici e questa volta, effettivamente, ci sono alcune differenze in questo album, rispetto ai due dischi precedenti.

Perché avete deciso di pubblicare un nuovo album solamente un anno e mezzo dopo aver pubblicato The Nexus? Qual è la ragione principale?

Io credo che gli Amaranthe siano ancora una nuova realtà musicale e noi abbiamo sempre così tanta musica, per cui abbiamo dovuto aspettare la fine di Settembre 2011, quando avevamo appena terminato il processo di scrittura di “The Nexus”, fino a Settembre 2013, quindi sia per me, che per gli altri compositori è passato un intero anno senza scrivere alcun pezzo! È un lasso di tempo molto lungo per chi scrive i brani all’interno di band, poi abbiamo passato 3 o 4 mesi senza andare in tour e qua parliamo della fine dello scorso anno, quindi non mancava molto per finire questo album. Quando ci siamo recati in studio di registrazione, ci sono venute in mente moltissime idee, quindi la ragione principale per la quale abbiamo registrato così frettolosamente questo disco è perché avevamo tonnellate di materiale, di musica.

Solitamente, si dice che il terzo album consacri o distrugga la carriera di una band. Pensi di aver raggiunto una maturità composita maggiore rispetto ai primi due lavori?

Se si parla di songwriting, sì, pensiamo di aver raggiunto una maggior maturità compositiva, nel senso che credo che gli Amaranthe siano riusciti ad avere il sound che hanno sempre voluto avere, un sound molto più audace e rischioso, molto più vario. Con questo non voglio dire che non abbiamo corso rischi o che abbiamo allentato la presa… ad ogni modo sì, ci sentiamo molto più maturi.

Poco fa ho menzionato l’entrata di Henrik nella line up. Se paragonato ad Andy, il vostro precedente vocalist, che comunque presentava linee vocali più melodiche e molto old school, possiamo dire invece che Henrik è molto più groovy. Cosa ci puoi dire del suo contributo?

È buffo sai, perché anche io avrei descritto Henrik in questo modo! È davvero un growler molto groovy, ha un approccio più moderno e variegato. Come dicevi tu, Andy aveva questo stile molto diretto, quasi thrashy ed è un ottimo growler, molto melodico e sotto certi punti di vista era quasi death metal, molto “Gotheburg sound” di metà anni 90; anche Henrik ha un po’ questo stile, ma spazia in più territori, se possiamo dire così. Per rispondere alla tua domanda riguardo al suo contributo: a livello di songwriting non ha potuto dare una mano, perché i maggiori autori siamo io, Jake e in parte Elize. Per apprezzare maggiormente le sue qualità canore, dovresti ascoltare la sua band, gli Scarpoint, che a modo loro fanno cose veramente fighe, quindi possiamo dire di essere stati influenzati da Henrik e dal suo stile, ci ha fornito una grossa influenza per la creazione dell’album.

Nuovamente avete deciso di riaffidarvi a Jacob Hansen per la produzione dell’album. Cosa ci puoi dire del lavoro svolto con lui in studio?

Beh, le sue competenze sono indubbiamente conosciute, un sacco di persone gli rivolgono moltissimi complimenti per la sua produzione, il suo mixing (missaggio) e per la qualità del sound e devo ammettere che ha un grande orecchio, anche se non ha preso parte al processo di songwriting o non ha comunque avuto modo di arrangiare la musica. Voglio dire: se io propongo una cosa o se Jake presenta nuove idee sulle linee vocali, Jacob capisce immediatamente, sotto questo punto di vista abbiamo una visione molto simile, molto diversa da quella intesa dalla band. È molto più facile per noi riuscire a lavorare con una persona come Jacob, perché non dobbiamo spiegargli ogni volta quello che vogliamo fare. Sai, se lavori con una persona sbagliata, ti ritrovi a sprecare moltissimo tempo nel cercare di convincerla che le sue idee non funzionano. Credo che con il nostro primo album ci sia stato un momento in cui Jake ha detto qualcosa del tipo “No, questo non funziona”, per poi affermare il contrario una volta aver sentito il mixing del brano in questione. Se non sbaglio, anche Elize ha voluto fortemente lavorare con Jacob, perché voleva avere un sound diverso e in questo caso Jacob ha fatto un ottimo lavoro, conosce perfettamente il sound della band, Jacob era la persona più indicata per sviluppare al meglio il sound degli Amaranthe ed eventualmente modificarlo un po’.

Cosa mi puoi dire del songwriting?

Solitamente è molto rilassato, disinvolto… I maggiori autori dei testi siamo io e Jake o io ed Elize,a volte succede che ci troviamo tutti e tre a scrivere stando seduti nella stessa stanza, rimanendo a casa di uno di noi, mangiando buon cibo e bevendo del vino, creando un’atmosfera veramente rilassata. Abbiamo optato per questa scelta quando si è trattato di scrivere i primi pezzi, anziché rinchiuderci in un luogo freddo come potrebbe essere uno studio di registrazione e compagnia bella. Si è creata una bella intesa, sai quella specie di affiatamento che si crea tra grandi amici… Per questo album, sono stato io ad avere le idee basilari per la creazione del disco, come i riff, la sequenza armonica e cose così… ed infine, ho lavorato insieme ai due cantanti e abbiamo lavorato alle linee vocali, cercando di capire cosa funzionasse o meno. Quando ci sono già le linee vocali o una progressione di accordi e via discorrendo, è facile costruire e mettere in piedi riff incredibili, parti inerenti al drumming. È un processo molto naturale ed organico.

Oggi è uscito il video di Drop Dead Cynical. Ti andrebbe di accennarci qualcosa sul concept?

Certamente. Beh, la prima cosa che ci è venuta in mente quando abbiamo ascoltato la canzone, è che il brano in sé ha molta carica, è un brano molto energico. Rispetto ai video girati per i singoli “Invincibile” o “Hunger”, che avevano caratteristiche molto diverse, come i colori, l’atmosfera, questo brano, “Drop Dead Cynical”, è molto più diretto e coerente, se capisci quello che intendo dire. Abbiamo intenzionalmente voluto quel tipo di location e volevamo un video che mostrasse maggiormente la band. Nei video precedenti, si notava una sorta di distacco, dove ogni membro interpretava una parte, mentre in questo contesto posso dire che sia il primo video in cui la band viene mostrata insieme, dove siamo tutti insieme nella stessa stanza e dà un tocco in più all’atmosfera generale. A grandi linee, questo video cattura l’intensità e il singolo è un brano perfetto.

In passato avete fatto anche dei video per le vostre ballad, come “Amaranthine” e “Burn With Me”. Per caso avete intenzione di registrare qualcosa per i singoli “True” o “Over And Done”? C’è in programma un secondo videoclip?

Sì! Sicuramente registreremo un secondo videoclip, ma ad essere onesto non abbiamo ancora deciso quale sarà il secondo singolo. Io penso che sia una sorta di “problema rassicurante”, nel senso che non tutti saranno d’accordo nel pensare che noi crediamo di possedere delle canzoni molto solide, un ottimo potenziale per ciò che riguardano i nostri singoli. È nostra tradizione, come succedeva per i dischi precedenti, rilasciare una ballad come secondo singolo, potremmo farlo ma, di nuovo, potremmo anche vagliare di non farlo questa volta, con questo album, perché nella mia testa avevo questo chiodo fisso di proporre canzoni come “Trinity” o “Digital World” e, ovviamente, la titletrack o, ancora, come dicevi tu, “True” e “Over And Done”. Tutti questi brani hanno un ottimo potenziale e sono tutte adatte per essere scelte come un papabile secondo singolo. Ne abbiamo discusso di recente e dobbiamo ancora decidere il verdetto.

Gli Amaranthe sono una delle poche band ad aver riscosso successo in pochissimo tempo in questi ultimi anni, arrivando persino a calcare palchi importanti come quello del Wacken Open Air. Quale pensi sia la chiave del successo / il segreto del successo della band?

Eheh. Credo che una delle cose più importanti – quando si parla del successo di una band – sia valutare un insieme di cose differenti e farle nel modo più appropriato, specialmente quando si parla di business: devi parlarne con l’etichetta, devi tener conto dei tour e tante altre questioni. Io credo che la ragione principale per la quale la gente ci conosce è perché siamo sempre in tour. La seconda ragione è perché realizziamo video veramente speciali e la terza è perché abbiamo tre cantanti fenomenali e vorrei sottolineare che abbiamo a bordo una bellissima ragazza. Questo non fa male! Abbiamo dei compositori eccezionali all’interno della lineup, è una combinazione di tutti questi fattori! Durante la promozione del primo album, siamo stati in tour con i Kamelot, HammerFall e già all’epoca avevamo 4 o 5 persone che conoscevano le canzoni a menadito. Tre anni più tardi, la situazione era diversa, c’erano molte più persone che avevano imparato a conoscerci. Credo comunque che si tratti di una combinazione di tante ragioni, non si tratta solo di una solo questione. Credo che spetti anche ai nostri fan decidere…

So che a breve partirete per un lungo tour in America. Avete già programmato un ipotetico tour in Italia?

La risposta è ovviamente sì! Sì, certamente! L’Italia è per noi un paese importantissimo, gli ultimi due show che abbiamo tenuto nel vostro paese sono stati ugualmente importanti. Ad essere sincero, l’ho ammesso qualche giorno fa durante un’intervista per un magazine, quindi lo ridico: devo dire che lo show di Milano è stato il miglior concerto di tutto il tour europeo, è stato un concerto emozionante! C’era una grande bella atmosfera, Elize stava cantando questa ballad che si chiama “Amaranthine” ma ha riscontrato dei problemi con la sua voce e l’intero pubblico le è venuto incontro, cantando con lei il brano, mentre io stavo suonando il pianoforte… Lei si è messa a piangere, erano lacrime di gioia! Per noi è stato speciale! Cercheremo di tornare da voi il prima possibile, al momento abbiamo questa chance di supportare i Within Temptation e vogliamo “sfruttare” questa occasione!  Avremo l’occasione di suonare in location e posti che non abbiamo mai visitato prima d’ora negli States, per cui dovremmo rimandare tutto all’inizio del prossimo anno, passeranno 4 o 5 mesi ma torneremo in Italia e in molti altri posti in Europa!

Cosa ricordi dell’ultima volta che siete venuti qui con gli Smash Into Pieces e i Death Deals?

Devo ammettere che mi è piaciuto molto quel locale, è molto raffinato, se non sbaglio si trova fuori Milano e si chiama Live Club! Mi è piaciuta veramente molto la location e per noi è stato uno show fortunato, è stata la quarta volta che ci siamo esibiti a Milano e questo era il nostro primo show da headliner. Per noi è stato speciale vedere quante persone si sono presentate per assistere al nostro concerto, è stato molto emozionante! Oltretutto, è stata una gran bella giornata, perché come dici tu, eravamo un po’ distanti da Milano, abbiamo preso la metro e siamo andati in Piazza Del Duomo, ci siamo gustati un bel calice di vino rosso accompagnato da un po’ di formaggio… diciamo che abbiamo voluto sperimentare la vostra cultura e abbiamo dovuto farlo molto velocemente, vista la schedule della giornata.

Come riesci a gestire i tuoi impegni tra gli Amaranthe e i Dragonland? Chi ha la maggiore priorità al momento?

Uhm, sono già trascorsi 15 anni da quando mi sono unito ai Dragonland. Il tempo vola, ehehe. È una band che mi sta molto a cuore, l’ultimo album che abbiamo pubblicato, “Under The Grey Banner” (2011), ha segnato un momento particolare per noi, è un album che ha richiesto molto tempo, ma credo che i Dragonland siano una di quelle band che non vanno spesso in tour. Ogni tanto, però, capita di suonare e avere qualche concerto un paio di volte l’anno, ovviamente è sempre bello essere supportati dai fans e cose così, ma tutti i membri dei Dragonland hanno un lavoro a tempo pieno o altre band che portano via tempo. Devo ammettere che è stato divertente vedere come si è svolto il processo di creazione in studio, lavorare assieme e comporre canzoni, tra l’altro proprio due giorni fa si parlava dell’esibizione che terremo in Atlanta in occasione del ProgPower USA e sono sicuro che sarà super-mega-fantastico; ogni tanto la band suona in questo tipo di concerti imponenti, ma credo che gli Amaranthe abbiano la priorità, considerando che la band è il mio lavoro a tempo a pieno. Mi piacciono i Dragonland, sia chiaro, sono stato presente dagli inizi, più o meno, anche se non ero presente quando si è trattato di scegliere il nome della band o quando si è trattato di scrivere alcuni testi o comporre la musica. Per gli Amaranthe la situazione è diversa, in quanto è il mio progetto, o meglio è il progetto mio, di Jake e in parte anche di Elize, una band creata essenzialmente partendo da zero. È una band molto speciale, ma sai come si dice: “è molto difficile fare paragoni con i tuoi pargoli”, ehehe.

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