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Anathema – Recensione: Alternative 4

Spesso e volentieri il destino delle opere più belle è quello di essere comprese e rivalutate a distanza di tempo. E’ il caso di “Alternative 4“, magnifico lavoro degli Anathema che circa dieci anni fa, quando si affacciò sul mercato discografico, venne osteggiato pesantemente da gran parte della critica di settore. La band di Liverpool fu unicamente “colpevole” di sviluppare in modo molto più sentito ed introspettivo, la ricerca melodica cominciata su “Eternity“, che tuttavia restava legato alla matrice doom metal degli esordi.

Alternative 4” flirta con gli spazi siderali e la matrice psichedelica dei Pink Floyd più oscuri, un’ombra onnipresente nella futura economia del sound degli inglesi, per la quale l’album getta le basi, poi sviluppate con grande personalità da “Judgement” in avanti. Vincent e Daniel Cavanagh tessono le fila di un lavoro pregno di introspezione ed emozionalità, ove la chitarre acustiche e le tastiere si pongono più volte in primo piano. Brani come la meravigliosa “Fragile Dreams“, la cupa disperazione di “Lost Control” e gli intrecci progressive di “Regret“, sono dei gioielli di malinconia destinati a diventare le nuove hit della band e a prendere presto spazio nel cuore dei fan.

Alternative 4” è una tappa fondamentale nella discografia degli inglesi, un capolavoro di introspezione che all’epoca ricevette un’accoglienza tiepida per la sola colpa di non essere un disco “metal”.

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