Altaar – Recensione: Altaar

Debutto all’insegna della sperimentazione stilistica e strutturale per i norvegesi Altaar, autori di un omonimo album post-doom piuttosto sui generis, date le rilevanti aperture verso territori funeral (Nortt), psichedelici (Captain Beefheart) e noise. Il risultato degli sforzi di questi cinque ragazzi si concretizza in sole due composizioni, lunghe rispettivamente 20 e 15 minuti, nelle quali, comprensibilmente, si sviluppano trame atmosferiche, oscure e ritualistiche, all’insegna del chitarrismo più saturo e sfrenato.

“Altaar” cerca e trova strade alternative al comune sentire doom, utilizzando in modo misurato ma incisivo elettronica ed effettistica (Sten Ove Toft), per creare un costante tappeto sonoro sul quale si staglia il riffing di Andreas Tylden e Espen T. Hangård, dotato di un vasto e vario orizzonte emozionale.

L’opener “Tidi Kjem Aldri Att”, completamente strumentale, è un lungo excursus lisergico, astratto e surreale (come la copertina, opera di Sverre Malling), che punta alla lenta e progressiva emersione del sound, in un crescendo drammatico che sfocia in impressionanti volumi finali. La seconda “Dei Absolutte Krav Og Den Absolutte Nåde” appare invece più convenzionale, forse per il contributo vocale di Tylden, che riporta necessariamente la band verso strutture e coordinate espressive death/doom più lineari e scolastiche.

Sebbene consti di soli due brani, il disco (registrato ai Taakeheimen Lydrike Studio) contiene veramente molta sostanza, la cui assimilazione richiede un ascolto puntuale e attento, grazie al quale ci si può lasciare sommergere dalla marea oscura degli Altaar, officianti di innominabili misteri, i cui live show si svolgono nella più completa oscurità, illuminata solamente da qualche candela, proprio come la loro musica.

Voto recensore
7
Etichetta: Indie Recordings

Anno: 2013

Tracklist:

01. Tidi Kjem Aldri Att (19:58)

02. Dei Absolutte Krav Og Den Absolutte Nåde (14:13)


Sito Web: https://www.facebook.com/altaarnorway?ref=ts&fref=ts

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