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Almanac – Recensione: Tsar

Dopo lo sconvolgimento in casa Rage di un paio di anni or sono, con la rivoluzione totale della line-up, il chitarrista Victor Smolski si è subito rimboccato le maniche, dando vita al progetto Almanac. Il compositore bielorusso ha reclutato tre cantanti, Andy B. Franck (Brainstorm, Ivanhoe e Symphorce), David Readman (Voodoo Circle, Pink Cream 69) e Jannette Marchewka, ed un manipolo di ottimi musicisti che, unitamente alla prestigiosa Orchestra Filarmonica di Barcellona, hanno registrato il disco d’esordio intitolato “Tsar”. Il sound degli otto brani (più intro) contenuti nel platter non si discosta da quanto proposto con i Rage e la Lingua Mortis Orchestra, in particolare nelle suite contenute in “Speak Of Dead” e “Strings To A Web” o in song come “Lord Of The Flies”, piccolo gioiellino di “Carved In Stone”.

Le chitarre di Smolski, moderne e classiche in uno stile ormai inconfondibile, tessono la tela, imprigionando le sezioni di fiati ed archi, che raddoppiano le ritmiche, ma si rendono protagonisti in passaggi solisti magniloquenti. La title track posta in apertura è un continuum con quanto fatto con i Rage negli ultimi album, non solo per i passaggi orchestrali, ma anche per i cori, gli intrecci vocali e le timbriche ruggenti e graffianti dei cantanti scelti. La seguente “Self-Blinded Eyes”, scelto come singolo apripista di “Tsar”, è una song inclazante e ricca di particolari, dotata di un refrain decisamente inattaccabile, in cui le tre voci si muovono all’unisono o dividendosi equamente la scena. Il tutto funziona ovviamente alla grande, ma non ci saremmo aspettati altrimenti, da un volpone del calibro di Smolski. Passaggi orientaleggianti artefatti (costruiti in modo abbastanza ruffiano), contraddistinguono “Darkness”, mentre è il pianoforte il protagonista di “Hands Are Tied”.

Il resto di “Tsar” ricalca quanto ascoltato nella prima parte, un disco architettato in modo maniacale e scritto con mano sicura, per piacere ad un pubblico eterogeneo. Manca purtroppo un tocco di originalità e genialità, che possa distinguere gli Alamanc dai Rage del periodo Lingua Mortis e non bastano i tre cantanti per evitare quel senso di dejà vu, che di tanto in tanto ci accompagna nell’ascolto. Nonostante siano coinvolti musicisti di prim’ordine, si tratta comunque di un esordio e Smolski ha preferito andare sul sicuro, per poter dare un segno di continuità con il proprio passato più recente, mantenendo stretti a sé i fans dei Rage dell’ultimo corso.

Tsar” è un disco imponente e importante, composto da brani lunghi ed arrangiati con gran gusto, che però si somigliano un po’ tutti, per un’impronta musicale volutamente circoscritta. Il guitar work è impressionante, ma la tecnica del buon Victor non è proprio una novità, mentre i tre frontman svolgono il proprio compito con esperienza e professionalità, evidentemente guidati dal mastermind del progetto. L’esordio degli Almanac è formalmente perfetto e sarà ben accolto dal pubblico, ma da una mente eclettica com Smolski ci saremmo aspettati qualcosa di più.

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