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Alice Cooper – Recensione: Road

Che Alice Cooper sia una delle maggiori icone del rock a stelle e strisce, un innovatore che ha creato nuovi standard non solo musicali, ma anche a livello di show e che ha influenzato generazioni di musicisti dopo di lui, sono affermazioni scontate, da tanto sono note. Il punto è che a 75 anni suonati e 28 dischi in studio pubblicati, con inevitabili alti e bassi e grande varietà stilistica, è ben lungi dall’appendere il microfono al chiodo, e dopo l’eccellente “Detroit Stories” del 2021 (qua la recensione) ecco arrivare, nuovo di zecca, questo “Road”, ventinovesimo lavoro, il cui filo rosso tematico è la vita on the road dei musicisti. Prodotto, come il precedente e moltissimi altri, dal suo sodale Bob Ezrin, vede, per la stessa volontà di Alice, un grande coinvolgimento sia a livello compositivo che di impianto sonoro, di tutta la sua band con la quale è costantemente in tour e che in effetti,anche in questa sede, funziona a meraviglia. Ed è proprio il sound generale, vario ma coerente con la sua musica, il protagonista di tutto il disco, che si apre con l’auto celebrativa “I’m Alice”, con la teatralità che le si conviene. Passando per brani quali “Welcome To The Show” (si può pensare a un titolo più adatto per la sua musica?), il riff “moderno” di “Dead Don’t Dance” e quello appesantito dalla chitarra di Tom Morello di “White Line Frankinstein”, il secco giro southern di “Rules Of The Road” in contrasto col metal ben più moderno di “The Big Goodbye”, la ballata “Baby Please Don’t Go”, che ci permettiamo di definire avventurosamente un improbabile ponte fra certe cose di Lou Reed e i lentoni strappalacrime degli anni ‘80, e le atmosfere da musical dark di “100 More Miles” si trova un compendio di tantissimo di ciò che l’artista di Detroit ha inserito nella sua musica: rock’n’roll vizioso, glam rock (“Big Boots”), teatralità e ritornelli immediati, ironia, sontuose parti strumentali e momenti quasi punk (“Go Away”), il Detroit Sound di fine anni ‘60 e l’hair metal degli ‘80, i garage e la ribalta dei grandi palcoscenici. Non manca l’autocitazione di “Road Rats Forever”, cover dal suo “Lace And Whiskey” del 1977 e la finale “Magic Bus”, super classico degli Who.

ALICE COOPER 'I'm Alice' - Official Video - New Album 'Road' Out Now

Più in generale, si ha l’impressione che Alice Cooper si sia sentito totalmente libero di esprimere se stesso e quello che sente di essere in questa fase della sua carriera, senza fare troppo caso a ciò che va in questo periodo, perfettamente consapevole di essere stato un riferimento imprescindibile per tante tendenze musicali ispirate dalla sua musica e alle quali a sua volta si è adeguato in determinati momenti (dischi fra loro diversissimi come “DaDa” e “Trash” lo dimostrano ampiamente), facendo uscire un disco sincero pur con un po’ di mestiere (e ci mancherebbe), con una certa varietà stilistica che trova come momento di unitarietà e coerenza quel sound che costituisce il marchio inconfondibile della sua musica. L’ennesimo grande lavoro da parte di un artista che dopo un’enorme e mutevole carriera, riesce ancora a essere fresco e divertente, e a far vedere chi è ancora il principale punto di riferimento se si parla di shock rock.

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