Alice Cooper: Live Report della data di Padova

Il report del concerto di Alice Cooper è a cura di Tommaso Dainese.

Parte alla grande la stagione per il Gran Teatro Geox di Padova, una struttura rinnovata e dotata di ogni comfort per l’utente medio di musica e di teatro. La seconda data italiana di quest’anno per Alice Cooper consente quindi di utilizzare nel modo migliore gli apparati scenici che Mr. Furnier utilizzerà con grande maestria, come suo solito. La serata viene però aperta dai The Treatment, un gruppo inglese nato nel 2008 quando i suoi componenti dovevano ancora raggiungere la maggiore età. Nonostante la giovane età, i cinque ragazzi sembrano non avere nessun timore reverenziale, nè di soffrire di panico da palcoscenico. La band presenta alcuni estratti dal disco d’esordio, “This Might Hurt”, con brani che si ispirano a Def Leppard (ma più veloci), Motley Crue (ma meno maledetti) e Skid Row (ma più heavy metal), e risultano convincenti fin da subito. Conviene seguirli, con la speranza che questo insieme di piccoli talenti sfoci in una carriera lunga e produttiva (e speriamo che anche in Italia le band giovani e di carattere non debbano distinguersi solo nei romanzi di Domenica Luciani…).

Conclusasi l’esibizione dei The Treatment, in pochi minuti il palco viene coperto dall’enorme telo raffigurante il ghigno del maestro del rock. Anche da lato palco si fa fatica a scorgere la scenografia che i tecnici stanno montando ma, tempo 15 minuti, si apre il sipario e ALICE COOPER si palesa ai suoi seguaci agghindato da vedova nera sull’alto scranno da cui è solito cominciare la sua liturgia. E’ “Black Widow” l’opener prescelta, highlight di “Welcome to My Nightmare”. La prima mezzora di concerto è una sequela di hit senza tempo, da “I’m Eighteen” a “Under My Wheels” a “Billion Dollar Babies” durante la quale i più fortunati delle prime file riescono a gudagnarsi i “verdoni” targati zio Alice.

I suoni puliti e i volumi, una volta tanto adeguati, mettono in risalto una forma vocale del singer invidiabile, considerando il fatto che Mr. Furnier non smette di agitarsi un secondo, percorre il palco in lungo e in largo decine di volte, aizzando i fan decisamente scatenati. Con “Halo of Flies” arriva il primo momento di pausa condito da un ottimo duetto tra il sempre più luciferino Chuck Garric al basso e il divertito drummer Glen Sobel.

Si riparte con l’unico estratto dal nuovo “Welcome 2 My Nightmare” ovvero il singolo “I’ll Bite Your Face Off”, durante il quale Alice ironicamente indossa una giacca riportante la scritta “New Song”. Passando per una roboante “Muscle of Love”, arriva il classico lentone “Only Women Bleed” in cui Alice danza dolcemente con la sua bambola fantoccio poi brutalmente demolita in “Cold Ethyl” seguita dalla ottantian “Feed My Frankenstein” dove la sua comparsa il mostro “cooperizzato”. Ma poteva questa sera Alice non venire decapitato?  Assolutamente no, e allora via di ghigliottina alla conclusione della fetish “Wicked Young Man”. La famosa campanella infine introduce la strabordante “School’s Out”, classico dei classici, in cui il singer inserisce  alcuni passaggi di “Another Brick in the Wall”, accolti con entusiasmo dal pubblico. Unico prevedibile bis è “Elected” con Alice Cooper che veste la maglia della nostra nazionale di calcio; ruffiano ma il pubblico apprezza.

Che dire, un’ora e mezza di puro shock rock e divertimento ineguagliabile, senza pause e senza cali, frutto di un artista che ha costruito un personaggio inimitabile (Marilyn chi?) attraverso dei brani immortali che a distanza di più di 35 anni fanno ancora infiammare i cuori dei vecchi fans e che hanno conquistato una nuova schiera di kids agguerritissimi. L’efficacia dell’esibizione è da attribuire anche alla band, ancora più compatta del solito con un redivivo Steve Hunter, storico chitarrista della band tornato dopo più di trent’anni a calcare il palco con Alice. La già citata sezione ritmica è risultata granitica con Garric vero partner in crime del frontman, coadiuvato da uno scatenato Tommy Henriksen, inarrestabile showman delle 6 corde. Qualche perplessità su Orianthi, che gioca molto a recitare il suo personaggio snob, senza risultare minimamente coinvolta ne nella band ne nel concerto, senza nulla togliere ad un esecuzione senza pecche.

La setlist è stata praticamente un greatest hits, leggermente deludente solo per chi avrebbe preferito qualche estratto in più dal buon ultimo album. Bilancio comunque nettamente positivo; ci auguriamo che la pensione possa essere ancora lontana per questo grande del rock.

 

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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  1. rock_rolf

    Si scrive “Marilyn”, non “Marylin”…

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  2. Anna Minguzzi

    Corretto, grazie! 🙂

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