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Alcatrazz – Recensione: Take No Prisoners

Nonostante una fondazione che risale ad esattamente quarant’anni fa – quando il vocalist britannico Graham Bonnet (Rainbow e M.S.G. di Michael Schenker) radunò intorno a sè il bassista Gary Shea, il tastierista Jimmy Waldo, il batterista Jan Uvena ed un giovane Yngwie Malmsteen alla chitarra – le strade degli Alcatrazz e quelle italiane si sono incrociate solamente lo scorso agosto, in occasione del concerto tenuto dalla band americana alla Festa Bikers di Cologno al Serio. Autori di soli cinque dischi in studio, ma nome a suo modo di culto per gli artisti che hanno contribuito alla loro carriera (tanti i ricordi e gli aneddoti dedicati a Steve Vai e Clive Burr, ad esempio), gli Alcatrazz si ripresentano oggi con una line-up fronteggiata da un altro ex Rainbow alla voce, quel Doogie White col quale hanno peraltro già registrato “V”, ed un nuovo album di dieci tracce pubblicate dall’inglese Silver Lining Music. Classico ed esuberante, lo si potrebbe subito definire: se le note di “Take No Prisoners” hanno quel sound arrotondato che riporta ai tempi delle registrazioni su bobina (chi ricorda i compact disc con la sigla “AAD”?), il lavoro aggressivo di chitarra e batteria, così come alcuni inserti orchestrali dispensati a puntino, hanno un impatto assolutamente fresco e moderno.

Alcatrazz - Battlelines (Official Video)

Per una divertente “Don’t Get Mad… Get Even” più votata al classico ed interpretata insieme alle Girlschool, altra band compagna di etichetta con la quale gli Alcatrazz sono andati in tour e che avrebbe molto da raccontare, il disco propone prima un episodio dal sapore NWOBHM e poi una traccia epica e tirata che rende onore al nome dei propri artefici (“Alcatrazz”), realizzando un’alternanza tra hard e heavy che rappresenta il terreno di caccia perfetto per la band, ed il suo cantante in particolare. White è infatti particolarmente efficace tanto nei momenti più grintosi che in quelli caratterizzati da melodie vocali più morbide (“Battlelines”, “Power In Numbers”), contribuendo con una massiccia dose di personalità alla riuscita di ogni episodio. Non che gli altri componenti siano da meno: da segnalare, in particolare, la prova del virtuoso malmsteeniano Joe Stump alla chitarra, capace di catalizzare l’attenzione sia dal punto di vista ritmico che da quello dell’assolo nudo e crudo, così come la compattezza di una sezione ritmica che dal vivo darà certamente un contributo d’impatto ancora maggiore.

Nonostante la ricchezza e la varietà dei contenuti, i brani di “Take No Prisoners” riescono sempre a trovare un denominatore comune grazie alla personalità degli interpreti e ad un richiamo, quello all’heavy più puro, che per questa formazione – anche in virtù dei cambi di line-up registrati negli anni – rappresenta da sempre un imprescindibile, irrinunciabile punto di riferimento. Ed anche quando penseresti di aver trovato le acque calme della ballad (“Strangers”), ecco un intermezzo dal sapore epico che rimescola le carte e trasforma la canzone in un’ulteriore cavalcata, con eccellente lavoro di tastiere ed immancabile assolo di chitarra al seguito. Da segnalare infine un ricorso ai cori che, specialmente nella seconda parte della scaletta, si fa sempre più presente, finendo quasi col rubare la scena laddove (come in “Holy Roller”) la sua presenza funge da perfetto e drammatico contraltare all’interpretazione spiritata di White.

L’uniformità stilistica alle quale le diverse ramificazioni di “Take No Prisoners” sono ricondotte è l’elemento che meglio comunica la personalità di una realtà che, nonostante una produzione discografica limitata, ha chiaramente ancora voglia di portare la propria musica in giro per il mondo ed il fiato sufficiente per intrattenere colpendo dritto al volto (“Bring On The Rawk” non molla un attimo). Grazie ad un songwriting che permette a ciascuno dei cinque nomi in copertina di esprimersi al meglio, fondendo in modo praticamente perfetto energia, virtuosismo e pura musicalità, il nuovo disco degli Alcatrazz rappresenta un ascolto praticamente obbligato per gli amanti dell’heavy più autentico e per tutti coloro che, senza voler rinunciare alla sua forma più ortodossa e riconoscibile (“Salute The Colours” è un po’ slegata… ma gloriosamente fine settanta / primi ottanta), ne apprezzeranno la capacità di guardarsi intorno alla ricerca di nuove e vecchie suggestioni, pur rimanendo fedele a se stesso.

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