Alan Parsons – Recensione: One Note Symphony

Disponibile in una pletora di formati (Compact Disc, DVD, Blu-ray, LP e naturalmente servizi di streaming), “One Note Symphony – Live In Tel Aviv” è il racconto di una notte speciale, durante la quale il musicista ed ingegnere del suono inglese (famoso per il suo lavoro su “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd e per l’avventura discografica de The Alan Parsons Project) e la sua talentuosa band hanno avuto la possibilità di suonare – per la quarta volta – nella capitale israeliana, accompagnati per l’occasione dalla Israel Philarmonic Orchestra. Questa uscita, in particolare, costituisce il quinto episodio della carriera “solista” di Alan Parsons, per la quale egli si è spesso avvalso di artisti che avevano già collaborato con lui negli anni passati. Articolato su diciannove tracce ed arricchito dal contributo di otto artisti, oltre agli orchestrali, “One Note Symphony” è un disco nato per conquistare, ipnotico e carico di atmosfera, perfettamente a suo agio in quella affascinante zona di confine che separa rock e progressive.

Fin dalle prime battute della traccia di apertura si avverte come la presenza di un’orchestra sia particolarmente congeniale a questo tipo di musica, esaltato in grande misura dall’arrangiamento degli archi: grazie ad innesti mirati e ad una presenza continua ma mai troppo esuberante, classico e rock interagiscono in modo fluido e naturale, esaltandosi l’un l’altro, tra brevi suggestioni elettroniche (“Damned If I Do”), brevi accenni cinematografici (“I Wouldn’t Want To Be Like You”), ampi e sentimentali orizzonti (“Time”, “I Can’t Get There From Here”) nei quali ci si spegne volentieri, specialmente al termine di una giornata, di una settimana o di un mese particolarmente faticosi. Nonostante il nobile pedigree di Parsons, la durata generosa del disco permette di esplorare registri e stati d’animo differenti: non solo quindi episodi di delicata introspezione (“Old And Wise“) e ricerca progressiva (“Dr. Tarr And Professor Fe“), ma anche rock più leggero, sbarazzino (“Don’t Answer Me”) e cantabile trovano posto in un lavoro saldamente legato al suo compito, che è quello di intrattenere e raccontare con onestà il sogno e la magia di una notte da ricordare. Tanto forte è la ricerca di un approccio diretto ed immediato, che “One Note Symphony” soffre sorprendentemente di una limitazione tecnica: benchè decoroso e tutto sommato piacevole all’ascolto, il suo suono appare infatti un po’ piatto e la sua ripresa distante (“Prime Time” è fantastica ma non decolla come avrebbe potuto e dovuto), finendo con il descrivere con accuratezza l’evento, piuttosto che farlo rivivere in tutta la sua avvolgente, irresistibile pienezza. A causa di questa scelta, o forse stretta necessità, alcuni brani suonano più piatti di quanto non siano stati in realtà al momento della loro esecuzione: è il caso ad esempio di “Breakdown / The Raven” e “Standing On Higher Ground”, per i quali dovremo abituarci all’idea di fare da semplici spettatori tenuti un po’ a distanza, senza poterne davvero rivivere dentro al petto il battito né l’esplosiva energia. Come se il dinamismo e la spinta creati dai relativi colpi di batteria e dagli elettrizzanti assoli di chitarra si fossero dispersi tra le stelle di Tel Aviv, senza arrivare alle nostre case in tutta la loro sostanza.

Grazie all’organizzazione dei suoni di Parsons, alla buona performance di P.J. Olsson al microfono e ad una presenza orchestrale capace di sottolineare con sensibilità i passaggi più intensi, “One Note Symphony” offre una forma di escapismo tanto innocua quanto longeva, perché il suo linguaggio è universale e la sua costruzione di una eleganza sempre accessibile ed asciutta – tra sacro e profano, Pink Floyd, Eagles e Supertramp – che non può non affascinare ascolto dopo ascolto. Nonostante lo spettacolo non venga probabilmente restituito in tutta la sua originale magnificenza, una mancanza di groove e di resa dinamica che un poco stride con la disponibilità di questo lavoro in formati più o meno audiofili, la scaletta articolata di questo “Live In Tel Aviv” (comprendente grandi classici come “Sirius / Eye In The Sky” ed autentiche chicche quali “Silence And I” e “The Sorcerer’s Apprentice”) non potrà che fare felici gli amanti di Alan Parsons e del suo vecchio Project, gli appassionati composti delle sonorità più adulte, i collezionisti di vinili, i cacciatori gentili di note e gli avventurieri più coraggiosi, disposti a perdere per un paio d’ore la direzione pur di allontanarsi da loro stessi e dalle ansie che accompagnano il loro – ed il nostro – quotidiano.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: CD1 01. One Note Symphony 02. Damned If I Do 03. Don't Answer Me 04. Time 05. Breakdown/The Raven 06. Luciferama 07. Silence And I 08. I Wouldn't Want To Be Like You 09. Don't Let It Show CD2 01. The Sorcerer's Apprentice 02. Standing On Higher Ground 03. As Lights Fall 04. I Can't Get There From Here 05. Prime Time 06. Sirius/Eye In The Sky 07. Old And Wise 08. (The System Of) Dr. Tarr And Professor Fether 09. Games People Play
Sito Web: alanparsons.com

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi