Aeons – Recensione: The Ghosts Of What We Knew

Dell’isola di Man conosco soprattutto il Manx Grand Prix, una competizione motociclistica che si tiene ogni anno tra la fine di agosto e l’inizio di settembre che nel 1995 era possibile provare in prima persona grazie ad un cabinato da sala giochi della Sega. Dalla stessa isola britannica provengono anche gli Aeons, quintetto dall’immagine piuttosto ombrosa che ha debuttato nel 2019 con il progressive metalcore di “A Tragic End” e saputo riconfermarsi due anni più tardi con il più maturo e rifinito “Consequences”. A distanza di tre anni ritroviamo dunque la formazione fronteggiata da Skippy Hilton alle prese con la terza uscita, particolarmente curiosi di cominciare l’ascolto anche in virtù del palato dolce recentemente lasciato da altro prog britannico. Con una durata complessiva di sessantasei minuti, ed una traccia come “Ghosts” che sfiora i venti minuti di esecuzione, si capisce al volo che dagli Aeons sarà lecito aspettarsi qualcosa di particolare… e così è, almeno giudicare dalle prime battute dell’openerNoose”. Il brano rivela infatti una chiara matrice melodic death, all’interno della quale sono innestati – con sensibilità ed acume prog – intermezzi puliti, melodici, fortemente atmosferici. Il richiamo a Opeth o Katatonia è forte, benchè il quintetto inglese coltivi la propria natura progressiva con un’efficacia che ne differenzia in parte l’offerta: alla base di questa differenza ci sono complessità degli arrangiamenti e perizia tecnica, che si evidenzia nella prova di una sezione ritmica particolarmente granitica, ed anche una sottotraccia carica di quella malinconia nordica, ed “isolana” in particolare, che prende spesso e volentieri il sopravvento sulla durezza delle parti growl.

Masterizzato da Sebastian ‘Seeb’ Levermann degli Orden Ogan, “The Ghosts Of What We Knew” possiede anche quella pulizia formale che, proprio grazie al dettaglio con il quale ogni suono è reso, crea quel senso di isolamento e freddo distacco che ritornelli ed assoli non aspettano altro che abbattere e colmare: in questa alchimia tra contenuto e presentazione, tra la grandiosità delle immagini evocate ed il senso intimo di alcuni testi (“Home”) si avverte la maturità di un’impostazione sorprendente, e non solo se valutata in relazione al percorso relativamente verde degli inglesi. Il disco presenta uno spessore ancora più palpabile nei suoi passaggi più lineari e filiformi (come l’acustica “Blood”), capaci di propagare un’immagine oscura, piacevolmente pesante, senza però rinunciare alla melodia. Questa abilità testimonia un’attitudine genuina, una solida impostazione di base che va oltre la scenografia del singolo brano, un’unicità di intenti che arriva all’ascoltatore e gli fa capire di stare ascoltando la cosa giusta.

Ed il modo in cui le prime sei tracce vedono la propria durata restringersi progressivamente, con l’eccezione della corale “Thanatos”, sembra voler mettere alla prova il materiale della band costringendolo in dimensioni sempre più anguste, liberandolo – almeno nella prima parte del disco – dall’estensione necessaria e talora forzata che caratterizza questo stile. L’esperimento è concluso con un successo allo stesso tempo rivelatore e piacevole all’ascolto: “Circles” potrebbe essere il singolo perfetto non solo per l’umanità avvolgente del proprio ritornello, ma anche per l’eleganza sobria con la quale riesce a fondere tutto ciò che descrive gli Aeons nel 2024: con una complessità sotto controllo, un riffing a spirale che ti prosciuga, un groove brillante che fa tanto Inghilterra (a proposito, “Machines” è perfetta anche per la radio) e qualche distorsione elettronica che non guasta, questi quattro minuti scarsi rappresentano un’introduzione perfetta ed un compendio di quanto si potrà incontrare negli episodi di narrativa più estesa.

Al di là di un aspetto tecnico e compositivo che convince, la formazione inglese si distingue anche per la capacità di non perdere mai di vista la dimensione umana della propria narrativa: le parti cantate più dure sono sempre pronte ad ammorbidirsi, le chitarre più distorte sanno farsi dolcissime nel giro di una manciata di battute e le scelte ritmiche sono adottate più per confortare e dare speranza, che non per deprimere. E’ insomma un’oscurità brillante, quella raccontata dalla band mannese, capace di coniugare con naturalezza la delicatezza senza tempo di un Simon & Garfunkel d’annata con un assalto moderno ed affilato che non sfigurerebbe nella discografia dei Dark Tranquillity. Qui tutto il buono sta però nel mezzo, in quella volontà di guardare in tutte le direzioni che tiene uniti gli estremi, mettendo interno ed esterno sullo stesso piano, comprendendo che i venti minuti della sontuosa title-track possono coesistere felicemente con la bella canzone di tre minuti che la precede, perché è la bellezza del disco nella sua complessa interezza – come quella che vorremmo appartenesse alla vita di tutti – che riconosce ed esalta le distanze, le voci dissonanti, il diverso.

Etichetta: Sliptrick Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Noose 02. Home 03. Blood 04. Circles 05. Thanatos 06. Cascade 07. Ghosts 08. Machines 09. Collapse
Sito Web: facebook.com/Aeons.IOM

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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