Accept – Recensione: Humanoid

E’ anche grazie alla notevole qualità di alcune uscite recenti che l’interesse del pubblico verso i nomi storici dell’heavy metal gode di un rinnovato – e salutare – vigore: seppure nel cuore di alcuni rimanga una distinzione tra coloro che hanno continuato a produrre musica nonostante le avversità (ed il mutevole mercato) e coloro che invece hanno scelto di tornare sul carro solamente al momento “giusto”, la sensazione è che i papà e le mamme di un intero genere abbiano ancora qualcosa da dire, forse anche da insegnare. E’ certamente in questo filone che si inserisce il cammino dei tedeschi Accept, i cui natali battezzati dalla voce di Udo Dirkschneider risalgono ad un periodo nel quale il muro di Berlino divideva ancora le due Germanie, l’America era guidata da Gerald Ford e Fidel Castro diventava il presidente di Cuba. In pausa dal 1996 al 2010, con sedici album (in studio) all’attivo, ed a distanza di tre anni da un “Too Mean To Diechepperò non aveva generalmente infiammato gli animi, gli Accept si sono sempre distinti per una certa chiarezza d’intenti, una visione non troppo seriosa dell’heavy ed un pronunciato orgoglio: caratteristiche che ritroviamo anche in una line-up che nel corso degli anni ha conosciuto certamente degli scossoni ma che nel recente passato ha ritrovato una sua stabilità, anche grazie alla componente americana che vede Mark Tornillo alla voce, Philip Shouse alla chitarra e Christopher Williams alla batteria.

Con un’esperienza online interattiva riservata a coloro i quali intenderanno regalare una corposa quantità di dati personali ed autorizzazioni, ed una copertina che sprizza ansia e contemporaneità da tutti i pixel, “Humanoid” si apre con una “Diving Into Sin” dal vago sapore mediorientale ma tutto sommato orientata verso una forma che più classica non si potrebbe: grazie ad un sostenuto mid-tempo, al riffing anni ottanta delle chitarre ed al piglio di Tornillo, questi quattro minuti rappresentano il perfetto episodio introduttivo, quello al quale si chiede di stabilire mood e coordinate ma riservando ad altro il momento propriamente esplosivo. La successiva title-track non si caratterizzerà per la profondità dei testi, quasi un omaggio ai migliori Manowar (“I am a man of steel”), ma ha il pregio di premere con più convinzione sull’acceleratore: siamo distanti dalla prova pirotecnica dei Judas Priest, e di novità non vi è traccia nonostante la presentazione piuttosto hi-tech dell’intero progetto, ma i chorus funzionano e gli intermezzi strumentali aggiungono quello strato di complessità che in qualche modo rende l’ascolto più denso. La vera bravura degli Accept è quella di ostentare una sicurezza ed una consapevolezza che si manifestano anche nel corso delle canzoni più semplici e dirette: complice probabilmente il gusto autentico di suonare metal, a dispetto degli anni che passano, difficilmente si potrà mettere in discussione il coinvolgimento che rende ogni passaggio ruvido e vissuto. Caratteristiche che ritroviamo anche in una ballad (“Ravages Of Time”) che difficilmente passerà agli annali, ma che anch’essa esprime nell’interpretazione intensa e nelle parole amare di Tornillo, nell’arpeggio malinconico della chitarra e nella potenza del coro quel carattere di autenticità che forse rappresenta il vero segreto di una formazione così longeva.

Nonostante il tentativo di presentare “Humanoid” come un prodotto diverso e dall’ampio spettro, il disco si inserisce in realtà in un filone collaudato, che appartiene alla band di Wolf Hoffmann tanto quanto alla storia dell’heavy più classico in salsa teutonica. Ciò che rende più meritevole il lavoro degli Accept è piuttosto la capacità di preservare la propria longevità e mantenere viva la fiamma pur aderendo così strettamente al modello, in puro stile AC/DC (“Straight Up Jack” vi porterà direttamente in Australia): anche se alla fine dalle parti di Solingen si ascolta sempre la stessa canzone (“Frankenstein”, “Mind Games”), energia ed efficacia non sono mai messe in discussione (“Nobody Gets Out Alive”), la produzione asciutta di Andy Sneap (Judas Priest, Amon Amarth, Testament, Saxon) riesce a far apparire tutto più fresco di quanto in realtà non sia e la sensazione è che la candida linearità di questi brani (“Man Up”) sia stata pensata anche in virtù di un’intensa attività live che vedrà i nostri impegnati tra i continenti da Aprile a Novembre inoltrato. Che a cantare “Unbreakable” ad un festival qualsiasi ci andrei quasi quasi anch’io, per dire.

Humanoid” è un disco sincero e spensierato, forse poco coerente con una presentazione ricca ed altisonante che lascerebbe intuire ambizioni diverse, sguardi un pelo più critici sulla realtà e dolorose, articolate immersioni nel contesto: quello che questi undici brani propongono è in realtà la promessa che gli Accept hanno cristallizzato negli anni, quella ricetta “95% musica e 5% testi” votata ad un intrattenimento soprattutto onesto e ad un alleggerimento senza peccato. E forse il carattere contemporaneo di questo nuovo lavoro sta proprio qui: il suo metal così fisico, ritmico e facilmente assimilabile (“The Reckoning”) soddisfa un desiderio di immediata e disillusa evasione che abbiamo ormai imparato a ricercare e metabolizzare senza troppe domande, né sensi di colpa. Che è esattamente l’atteggiamento col quale si dovrebbe ascoltare “Humanoid” per godere appieno dei suoi decibel, dei suoi cori e della sua gioia.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Diving Into Sin 02. Humanoid 03. Frankenstein 04. Man Up 05. The Reckoning 06. Nobody Gets Out Alive 07. Ravages Of Time 08. Unbreakable 09. Mind Games 10. Straight Up Jack 11. Southside Of Hell
Sito Web: facebook.com/accepttheband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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