Accept: Live report della data di Trezzo Sull’Adda

Quando si parla di avvenimento si sottintende la possibilità di assistere ad un qualcosa di speciale, un accadimento che in nessun altro luogo, tranne quello scelto, sarebbe possibile osservare. Il concerto di questa sera al Live di Trezzo appartiene a questa categoria. Gli Accept non sono infatti una delle tante band che percorrono il globo auto-investitesi della missione di diffondere il verbo del metal; sono una di quelle formazioni che le regole ha contribuito a scriverle e in una serata come questa ogni particolare sembra studiato per ricordarlo.

Wolf Hoffmann e compagni non si limitano ad eseguire canzoni, sfoggiano in due ore di spettacolo il più smaliziato repertorio di pose plastiche ed espressioni facciali, una gestualità che da sola basterebbe a giustificare lo show e spazzare via gran parte della inadeguata concorrenza.

È però proprio la qualità della musica a far saltare ogni regola in materia di band storiche: quante di queste possono infatti permettersi di dividere credibilmente lo show in parti più o meno equivalenti tra classici anni ottanta e song recenti, senza per questo perdere un oncia di intensità?

Gli Accept sono tra questi pochi gruppi fenomenali e forti di ormai tre album più che riusciti con alla postazione vocale il solido Mark Tornillo non mollano un colpo e, addirittura, cominciano proponendo uno via l’altro brani di fattura attuale. “Stampede”, “Stalingrad”, “Hellfire” e “200 Years” dimostrano una notevole capacità di esaltazione e, anche se è evidente che la gran parte degli spettatori non ha certo cominciato ad ascoltare la band da poco (e si vede dall’età media dei presenti), il pubblico si dimostra coinvolto e i segnali di approvazione sono ben palpabili.

Quando poi si comincia a far andare i classici la situazione diventa ancora migliore: pescare nel passato di una band tanta prolifica di successi è infatti talmente facile che l’unico vero rischio è quello di lasciar fuori, per ragioni di tempo, canzoni belle quanto quelle eseguite.

Pezzi come “London Leatherboys” e “Starlight” esaltano e trascinano, anche perché la band di oggi non ha certo dimenticato di aggiornare il proprio sound e alla voce “potenza martellante” una base ritmica come quella rappresentata da Peter Baltes e Stefan Schwarzmann non ha nulla da temere da chiunque. Una dimostrazione di tale viscerale integrità la possiamo ascoltare poco dopo in una song come “The Final Journey”: una megamazzata di proporzioni cosmiche che rende giustizia ad un termine troppo spesso mal usato come power metal.

C’è poco da fare, quando una band riesce ad abbinare alla presenza scenica e alla tecnica la qualità delle canzoni siamo vicini al top e gli Accept possono piacere o meno, ma quando si gioca sul loro terreno sono il meglio che ci si possa attendere. Quando si arriva ad ascoltare una furiosa versione di “Fast As Shark” (a proposito di mazzate) non ci si è minimamente resi conto che è passata più di un’ora e mezza dall’inizio…

Appena il tempo di realizzare l’accaduto e si ricomincia, con un pubblico in visibilio che canta ogni nota di “Metal Heart”, in forma come se il concerto fosse appena iniziato. Turbinio di emozioni che si ripropone intatto per una indomabile “Teutonic Terror” (vero anthem dell’ultima incarnazione della band) e per il finale quasi scontato di “Balls To The Wall”. Conclusione perfetta per uno spettacolo che null’altro si può definire se non eccellente. Volete una pecca? La mancata esecuzione di un qualche brano da un album come “Objection Overrlued”, che a nostro parere in questa nuova veste di suono avrebbero guadagnato parecchio. Ad ogni modo: grandiosi!

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi