Metallus.it

Aaron Lewis – Recensione: Sinner

Tra la fine degli anni novanta e gli inizi del 2000 gli Staind erano davvero al culmine della loro carriera con milioni di dischi venduti e sulla breccia anche per il loro “Family Values” tour e la collaborazione con i Limp Bizkit. Non a torto la voce di Aaron Lewis è stata considerata una delle più interessanti di quel periodo perché caratterizzata da un timbro riconoscibile e molto particolare. Poi  la decisione del cantante di dedicarsi alla musica country e di mettere in naftalina gli Staind per esplorare un lato di se stesso sopito per troppo tempo nella sua band madre, tanto che nel 2012 pubblica il suo primo disco solista intitolato “Town Line” che ottiene un buon riscontro nelle classifiche americane.

Ora a distanza di quattro anni esce il secondo lavoro “Sinner” che continua il percorso intrapreso dal predecessore con altre undici composizioni. Innanzitutto va detto che nell’intervallo di tempo trascorso tra le due uscite Lewis ha proposto in sede live già alcune tracce che poi sono finite su questa nuovo platter superando così anche la prova del palco. Se vogliamo fare un paragone con un’altra uscita recente di un altro nome illustre e cioè quello di Steven Tyler con il suo “We’re All Somebody From Somewhere”, in quel disco l’animo rock era predominante rispetto a quello country, quì invece accade il contrario e questo si riscontra soprattutto nella seconda metà dell’album che è quella più rilassata e anche un po’ monotona.

L’iniziale title track vede Lewis dividere il microfono con Willie Nelson che riesce a dare al pezzo enfasi e un mood vissuto che ben si sposa alla dinamica del brano, mentre la seguente “That Ain’t Country” ha un incedere incalzante che ci fa respirare l’aria fumosa dei saloon americani e delle scazzottate tra i vari  fuori legge della città, ma è con “Mama” che il cantante si mette più a nudo e riesce ad emozionare grazie ad una ballata dal retro gusto melanconico e nostalgico, probabilmente l’apice di questo lavoro.

Purtroppo la seconda parte del disco non è così incisiva, scorre via veloce e non lascia molto all’ascoltatore, i pezzi sembrano meno ispirati e risultano privi di mordente e si perde un po’ il senso di continuità presente nei brani iniziali. Va comunque fatto un plauso alla coerenza del cantante che è riuscito a separare le due anime, quella rock che vive negli  Staind e quella country che troviamo in questo album e comunque a risultare sempre credibile. In conclusione questo “Sinner” farà sicuramente felici gli amanti del country rock  perché troverà pane per i propri denti, mentre  per chi è più legato al rock classico forse è meglio passare oltre. Come curiosità va segnalato che la maggior parte di “Sinner” è stata registrata in una sola sessione lunga ben diciotto ore e con molti brani eseguiti solo una volta.

Exit mobile version