Horna – Recensione: Ääniä Yössä

Il marchio di fabbrica del buon black metal è da sempre il suo lato evocativo. Nessun altro genere è in grado di essere tanto intenso ed essenziale, sempre che quest’urgenza espressiva arrivi dall’animo di un qualche artista di spessore, perché il filo che separa l’ardire minimale dalla pochezza di talento è spesso assai sottile. Gli Horna sono indubbiamente tra quelli che stanno dalla parte giusta e nella loro lunga carriera ci hanno mostrato una varietà espressiva già di per se notevole, e spesso suffragata da momenti assai riusciti. Questo nuovo lavoro non riesce al contrario a trascinarci completamente dalla loro parte. Intendiamoci, il suono oscuro e malefico che fuoriesce dalla casse ci affascina non poco e le vocals intense ci parlano dalle profondità dell’inferno che si nasconde nell’intimo dell’uomo stesso. Tutto per dire che l’ ascolto travalica comunque il solito tran tran del black più standardizzato, ma purtroppo questo discorso si esaurisce nelle prime tre tracce, perché l’ultima (la title track): una specie di black suite di ben 21 minuti non solo si perde in un minutaggio che pare inadeguato, ma presenta anche un difetto piuttosto grossolano di registrazione (che si abbassa e distorce rispetto alle altre tracce). Va bene che non c’è troppo da fare i perfettini quando si tratta di un genere come il black metal, ma qui siamo oltre i limiti dell’accettabile. Ammesso anche che tale salto di sonorità sia voluto, non ne vediamo il motivo. Ed in ogni caso il brano in questione si discosta anche per qualità compositiva risultando troppo ripetitivo, terribilmente prolisso e meno energico nelle vocals. Non capendo, non ci pare sensato dare un voto, ma una tale involuzione spacca a metà un lavoro che avrebbe potuto essere infinitamente migliore se presentato come un mini-album di tre soli brani.

Etichetta: Debemur Morti / Masterpiece

Anno: 2006

Tracklist: 01. Raiskattu Saastaisessa Valossa
02. Noutajan Kutsu
03. Mustan Surman Rukous
04. Ääni Yössä

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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