Thee Maldoror Kollective – Recensione: A Clockwork Highway

Thee Maldoror Kollective presenta ‘A Clockwork Highway’, quarto lavoro che sfalda quasi del tutto l’architettura metal ancora presente nei precedenti: si presenta come una commistione di atmosfere sintetiche, ritmiche industriali, voci hardcore o in alcuni casi simili al black, con influenze trance e tribal, il tutto dilatato in un flusso di dialoghi campionati, effetti inquietanti, mancanza dichiaratamente programmatica di strutture canoniche. L’ensemble è presentato come “visionary post-metal”, ma il poco black metal rimasto, se tale si può chiamare, emerge qua e la come un alone che unge ma non si impone sulle frequenze, su atmosfere e narrazioni biotecnologiche che funzionano, ma rispetto alle queli è appiccicaticcio. La voce urlante, in particolare, operando da switch dal concept industriale al sommesso urlare scomposto, fa venire meno il concept estetico del lavoro.

Nell’album l’immaginario dell’orrore urbano postmoderno, dove confluiscono cityscapes e atmosfere da survival horror (sottovalutata ma enorme e mai dichiarata influenza videoludica), si sposa con suggestioni post-cyberpunk di massa, con la nippofilia tecnofobica attenta a mostrarti l’ideogramma: arma visiva che al consumatore e giocatore di inizio millennio evoca immediata curiosità e, nel più ingenuo, reverenza linguistica. L’artisticità, nella nostra epoca, viene ormai fraintesa da alcuni come pasticcio che si erige a contaminazione d’autore. Il caos qui dovrebbe essere programmatico, la contaminazione il motore, l’illusione lo scopo. Eppure, artisticità non è soltanto lavorare magistralmente sugli effetti, visto che una produzione eccellente e un grande gusto per il suono non salvano il lavoro dal precipitare qua e la nell’assenza di un decente songwriting. La scrittura (sia essa di stornelli folk o di trattati cyberpunk a mezzo musica) non può spacciare gli accumuli e le ripetizioni per presunto visionarismo, con presentazioni roboanti e, magari, ricorsi comodi all’onirismo o alla concezione – trendy, decisamente abusata, a volte poco compresa – di “commistione”.

Il songwriting come intelletto che ordina la tecnica non è un elemento dal quale si può prescindere nel coniugare istanze musicali radicalmente diverse, e questo pregiudica pezzi come ‘Dopecity’ e ‘Who dares to kill the lion’, ma anche ‘The Gospel according an exit solution’. Un pezzo a cui riesce questo compito altrove fallito è la buona ‘Babilonia Cafè’, una commistione non brillantissima di elettronica e metal che però in moltissimi potrebbero trovare apprezzabile: in chiusura, cambia persino direzione e suona molto bene come un ensemble piano-tastiera triste, trasmesso da un altro luogo, con una batteria che chiude troppo tardi. Il pezzo migliore dell’album è ‘The hills have eyes’, un pezzo industrial “semplice”, godibile e ballabile, ben prodotto e decisamente apprezzabile; che, probabilmente, ha richiesto una produzione e un orecchio ben maggiore di altri pezzi dell’album, tanto “complessi” quanto privi di ispirazione.

Ma mettiamo che ‘A Clockwork Highway’ sia un’opera puramente concettuale: diremo allora che forse non comunica abbastanza i suoi obbiettivi, perdendosi in variazioni troppo ampie, in passaggi troppo dilatati (come in ‘An affecter of change’), in commistioni poco salde, elementi di debolezza che distanziano l’arte dall’utilizzo scomposto di un’ottima tecnica. Alla fine dei conti, il Liber al Vel Legis ne soffre, recalcitra sotto un uso poco accorto. Il potenziale cinematografico, narrativo, concettuale è elevato, ma suggerire in maniera artistoide un’estetica extramusicale poco intuibile, che non stimola e non si oppone ma rimane incomunicativa, porta a risultati come la deprecabile ‘Primates’. Qui non siamo nella sperimentazione o nella narrazione, nel visivo che si ascolta o nel sonoro che si vede, nella biocpu o al varco del vettore che ci porterà fuori dalla media-metropoli o nello spazio vuoto dei suoni della coscienza cybermorfa: siamo in un non-pezzo elettronico ripetitivo, poco espressivo, con dialoghi poco interessanti per l’ascoltatore, deprivato da quella scossa all’ascoltatore che dovrebbe essere la base di ogni proposta artistica artistica.

Voto recensore
6
Etichetta: Code666 / Audioglobe

Anno: 2004

Tracklist: 01. Dopecity
02. Who dares to kill the lion?
03. The hills have eyess
04. The gospel according an exit solution
05. An affecter of change
06. Primates
07. Babilonia Cafe

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi