Top 20 – Opeth: i migliori brani progressive della loro discografia

Approdati di recente nel roster del colosso Nuclear Blast e freschi autori dell’imminente “Sorceress”, gli Opeth hanno una carriera invidiabile alle spalle e riesumando queste 20 canzoni vogliamo sottolineare il ruolo “estremamente” rilevante che la band svedese ha ricoperto nell’universo metal da metà anni ’90 a ora.

Negli ultimi tempi si è fatto un gran vociferare intorno alla band di Mikael Åkerfeldt, nel bene e nel male, come conseguenza della svolta stilistica iniziata da “Heritage” che li ha fatti approdare a un progressive rock legato a doppio filo alla tradizione; è però innegabile come gli Opeth abbiano sempre avuto un occhio di riguardo per la musica progressiva (anche quando il growl era ben presente) e quindi abbiamo deciso di selezionare e riproporvi i loro brani più caratteristici (non esclusivamente i più noti) per sottolineare una certa continuità d’intenti oltre ad uno spiccato valore artistico. (Alberto Capettini)


MORNINGRISE – Candlelight, 1996        

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To Bid You Farewell

Se l’anima progressive degli Opeth si è via via solidificata ad ogni nuova uscita, non per questo nelle prime opere mancano segnali evidenti dell’amore della band di Åkerfeldt per tali sonorità. Un brano, ad esempio, come “To Bid You Farewell” mette in piena luce come il cosiddetto sound di Canterbury, con le sue armonie bucoliche e la matrice folk rock, fosse già qualcosa a cui guardare anche ai tempi del complessivamente ben più estremo “Morningrise”. Di certo il brano rimane una quasi-ballata, dalla struttura piuttosto semplice e incentrata sull’atmosfera sognante dell’arpeggio acustico che solo nel finale si risolve in un più aggressivo attacco elettrico. Un tentativo ancora grezzo, ma che rappresenta le basi per un futuro in cui clean vocals e melodia diventeranno preponderanti. (Riccardo Manazza)


Black Rose Immortal

Correva l’anno 1996 e con “Morningrise”, gli Opeth danno seguito al disco di esordio “Orchid”, un platter che già aveva raccolto molti pareri positivi attorno ad una band che sfruttava idee originali e fuori dai canoni consueti. “Morningrise” non è definibile come un album progressive in senso stretto, poiché la derivazione death è ancora ben percepibile, ma di certo evidenzia la padronanza strumentale e l’inizio di un percorso caratteristico che indirizzò gli svedesi verso un’evoluzione costante. “Black Rose Immortal” è un brano coraggioso e diverso per l’epoca, una suite di oltre venti minuti dal forte impatto emotivo che senza ricorrere a chissà quali alchimie, ci invoglia ad un ascolto continuo. E a ben vedere Mikael Åkerfeldt e i suoi compagni di avventura non fanno altro se non bilanciare alla perfezione parti di ruvido death (dotato comunque di un taglio melodico) a parentesi di chitarra acustica dove la voce diventa pulita e sofferta. Sono numerosi i duelli tra le asce di Åkerfeldt e di Peter Lindgren, ma un certo merito va riconosciuto anche al basso fantasioso di Johan De Farfalla, che abbandonò il gruppo all’indomani della pubblicazione dell’album perchè più interessato alla musica fusion e progressive. (Andrea Sacchi)


MY ARMS, YOUR HEARSE – Candlelight, 1998

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April Ethereal

Dal terzo album della band capitanata da Mikael Åkerfeldt, che vede l’ardita scelta del concept (la storia di un fantasma che nonostante la dipartita è ancora ben presente nella vita della persona lasciata sulla Terra, come in una sorta di connessione astrale). Probabilmente “April Ethereal” è uno dei pezzi meglio riusciti, una poesia fatta musica. Un susseguirsi di growl su base death metal, con aperture melodiche, che arrivano perfino a scomodare un giro medievaleggiante (una giga, praticamente) prima della partenza acustica completa di percussioni; il cambio di tempo scandito dalle scariche di batteria conduce ad un finale di canzone che si ripete e sfuma, suggellando un altro brano capolavoro degli Opeth. (Fabio Meschiari)


STILL LIFE – Peaceville, 1999

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Godhead’s Lament

Il tema del reietto che ritorna e che cerca di nascondere il suo tornare. Melinda è sempre al centro dei pensieri del disperato. Osservare la propria amata come condanna, disperazione che si evince dalle trame e dal cantato di Mikael Åkerfeldt. Sempre più intricati ed acustici i passaggi di chitarra, che giocano a rimpiattino con distorsioni sempre presenti ma meno aggressive rispetto al recente passato. Nelle trame musicali si intuisce l’evoluzione di una band incapace di stare ferma, incapace di fissare orizzonti sicure per poi aprirsi in prospettive di carriera sempre diverse. “Searching my way to perplexion.
 / In crumbling faith I saw her. 
/ Bearing her pain in the wilderness. / The gleam of her eyes
 / In that moment she knew”. Probabilmente uno dei ritornelli dei nostri svedesi più convincenti ed intensi di tutta la loro carriera. (Saverio Spadavecchia)


Face Of Melinda

La dolcezza struggente di un pezzo come “Face Of Melinda”, sublima la natura concettuale di “Still Life”, dove l’uomo dipinge la visione della sua amata, per lui fonte di passione e altrettanta sofferenza. La prima metà del brano si svolge lungo i passaggi delle chitarre acustiche, accompagnate da una voce carica di emotività e da impressioni fusion. I ritmi lenti si velocizzano nella seconda parte, altrettanto i suoni s’ispessiscono con l’ingresso della chitarra elettrica, a rappresentare il dolore implicito nel rapporto amoroso, che ci conduce verso un finale in crescendo di grande intensità. (Andrea Sacchi)


Serenity Painted Death

Il rosso e nero della splendida copertina di Travis Smith lascia trasparire i toni e i colori di “Still Life“, il quarto album degli Opeth è un concept interamente incentrato sull’amore (rosso) e la morte (nero). I testi ruotano intorno alla figura del Reietto e di Melinda, della colpa dei sentimenti e della passione e delle conseguenze che questi implicano. Il growl di Mikael Åkerfeldt apre i giochi di “Serenity Painted Death” con aggressività e ferocia prima che chitarre acustiche e momenti più riflessivi caratterizzino la sezione centrale del brano. Le atmosfere musicali seguono di pari passo l’evolversi della storia, giunta in questo punto a uno dei momenti più disperati e violenti dell’intero disco. Gli Opeth iniziano a mostrare la loro incapacità e insofferenza all’immobilismo creativo, lasciando trapelare tutte le loro influenze e anime. Prima del successo mondiale uno dei dischi imprescindibili della carriera della band svedese. (Pasquale Gennarelli)


BLACKWATER PARK – Music For Nations, 2000

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The Leper Affinity

Piazzata all’inizio del bellissimo “Blackwater Park” “The Leper Affinity” è forse uno dei brani più noti degli Opeth, capace di miscelare alla perfezione la matrice death metal con tanto di growl e l’anima progressiva ben rintracciabile nella struttura complessa delle ritmiche e delle armonie. Oltre dieci minuti colmi di cambi di tempo e inserimenti melodici che vengono però ben incanalati in una struttura solida e possente, così da non far disperdere l’energia dei riff più massicci e da valorizzare al meglio le aperture in voce pulita. Già a questo punto appare chiaro come il prog abbia totalmente contaminato totalmente l’intenzione compositiva della band, ma con ancora un forte legame al lato oscuro e dark/doom delle prime uscite. Per chi scrive sono questi gli Opeth più meritevoli e creativi. (Riccardo Manazza)


Bleak

Immergiamoci nelle atmosfere oscure e decadenti di “Blackwater Park“, quanti disco del gruppo e perfetto crocevia delle tante anime della band. Il death metal degli esordi incontra la delicatezza del folk e la complessità del progressive per dare forma a un gioiello che gioca con toni chiari e oscuri, in una dicotomia sublimata in questa traccia, “Bleak“. La mano in fase di produzione di Steve Wilson si avverte in tutte le composizione e, in questa canzone, Wilson presta la sua voce per le parti pulite del ritornello. Il growl di Mikael Åkerfeldt apre un brano lungo e articolato, il cui l’aggressività lascia presto spazio a chitarre acustiche e suoni languidi in cui abbandonarsi per alleviare il dolore che ci divora dal di dentro. In seno alla band è in atto una trasformazione e i primi segnali appaiono in tutta lo loro brutale bellezza proprio tra i solchi di “Bleak“. (Pasquale Gennarelli)


The Drapery Falls

 “Blackwater Park” per chi scrive è probabilmente l’apice dell’ispirazione degli Opeth: disco perfetto sotto ogni punto di vista. Visivo (grande la copertina di Travis Smith), lirico e musicale. Fondamentale la collaborazione con il leader dei Porcupine Tree Steven Wilson (produttore, voce “pulita” e backing vocals su “Bleak”, “Harvest”, “The Funeral Portrait” e proprio “The Drapery Falls”), che proseguirà anche nei successivi “Damnation” e “Deliverance”.  Ogni volta che parte il riff di “The Drapery Falls”  parte subito una grande emozione, dove la pelle d’oca non lascia la presa neanche quando Åkerfeldt sfoggia il suo growl più crudele. Una canzone che sembra non finire mai per l’intensità di una band che non lascia mai le emozioni a caso, come fossero onde che si infrangono costantemente sugli scogli. (Saverio Spadavecchia)


DELIVERANCE – Music For Nations, 2002

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Deliverance

Il mio primo rendez-vous con gli Opeth fu proprio con “Deliverance”, prima in una vecchia compilation allegata a qualche rivista, poi al caldissimo A Summer Day In Hell di Bologna (anno 2003). A 14 anni di distanza la titletrack dell’omonimo album resta ancora uno dei capolavori della discografia della band. Oltre 13 minuti in cui Akerfeldt e soci uniscono alla perfezione tutti gli elementi del proprio sound in una mini suite che mostra il lato più brutale con un growl luciferino, un drumming di Martin Lopez incredibile (e che mai più si replicò con i successivi batteristi) e una parte melodica mai stucchevole. Da citare assolutamente il portentoso e progressivo basso di Martin Mendez che sorregge il brano donando una dinamicità e un approccio quasi jazz al brano. “Deliverance” si divide idealmente in due parti. La prima più lineare e sicuramente più death metal, la seconda dall’ottavo minuto in cui subentra un netto cambio e l’incursione della vena più progressiva degli Opeth. Memorabili gli ultimi 3 minuti con l’intera band (perchè all’epoca gli Opeth erano una vera band) in grado di tessere una partitura tanto aggressiva, quanto tecnica e melodica che dal vivo ha sempre trovato la sua massima espressione, chiudendo spesso le esibizioni della band. Brano immortale. (Tommaso Dainese)


DAMNATION – Music For Nations, 2003

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Windowpane

“Windowpane” è la porta d’ingresso di “Damnation”. Un disco dall’anima melodica tipicamente ’70, dove lo spirito più “pulito” degli Opeth affiora in superficie. Canzoni come respiri nel vento, impercettibili ma esistenti. Strutture solo apparentemente semplici, rese intricate dallo spessore di una band capace di suonare come una sola entità. Una storia di assenze, fantasmi ed una segreta disperazioni che filtra tra le trame della chitarra di Mikael Åkerfeldt. E poi alla fine, come sempre“Counting hours, searching the night”. Dimostrazione di come il lato più “morbido” di una band possa essere anche quello più “crudo” e disperato. Anche in questo disco protagonista Steven Wilson: produzione, pianoforte, mellotron, voce e penna per “Death Whispered a Lullaby”. (Saverio Spadavecchia)


To Rid The Disease

“Damantion” fu il primo album in cui Mikael Åkerfeldt diede libero sfogo al suo amore per il progressive degli anni ’70, non quello complicato e concettuale bensì quello più dolce e bucolico di Camel e Caravan ad esempio. E probabilmente “To Rid The Disease” è uno dei punti più alti di questo tipo d’approccio (che verrà ripreso da un’altra angolatura negli ultimi album più recenti degli svedesi) con l’arpeggio elettrico iniziale ad accompagnare vocals appena sussurrate che evolvono in un ritornello memorabile accompagnato dal mellotron in sottofondo (che diverrà uno strumento molto utilizzato nell’Opeth sound in divenire). Il break di pianoforte ci porta verso un finale di canzone soft ma con qualcosa di epico. (Alberto Capettini)


GHOST REVERIES – Roadrunner, 2005

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Ghost Of Perdition

Atmosfera, tecnica, passione, rabbia, romanticismo: l’opener di “Ghost Reveries”, primo album per la Roadrunner, è la sintesi degli Opeth di ieri e di oggi. Dall’incipt aggressivo, nel ritmo e nel growl di Michael Åkerfeldt, alle evoluzioni dai richiami ancestrali e orientaleggianti, alla virata nostalgica e crepuscolare dopo qualche minuto di scariche, alla sezione più marcatamente prog che sancisce – semmai ce ne fosse bisogno – l’avvenuta metamorfosi della band. (Giovanni Barbo)


The Baying Of The Hounds

Forse poco considerata (fatta eccezione per i fan più sfegatati della band) quando si ricorda il periodo “Ghost Reveries” a favore di pezzi comunque notevoli come “Ghost Of Perdition” o “The Grand Conjuration” , “The Baying Of The Hounds” è una canzone che invece incarna appieno il trademark Opeth, bilanciato tra aggressività metal e rallentamenti a carattere acustico, alternanza tra voce gutturale e pulita e forse più di altre le si può affibbiare realmente il termine progressive per la struttura compositiva circolare ma variegata. Ben congegnata la parte corale a centro pezzo che sfocia in un sentito assolo di chitarra prima della tirata finale di intransigente death che riprende l’incipit della canzone. Gli Opeth molto vicini alla perfezione della fusione tra death e prog rock che hanno contribuito a creare. (Alberto Capettini)


WATERSHED – Roadrunner, 2008

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The Lotus Eater

Forse l’ultimo disco prima della svolta per gli Opeth, questo “Watershed”, che riesce a regalare ulteriori gemme come questa “The Lotus Eater”, dal testo complesso e pieno di riferimenti psicologici riguardanti morte, amore e complessi. I vocalizzi e gli archi iniziali lasciano lo spazio a un ping pong fra growl e voce pulita, supportata da blast beat, che precedono un’apertura melodica strumentale e dal riff principale che diventa una sospensione in acustico. Riff di chitarra a cascata e un riff malinconico di chitarra conducono a uno stop in cui tutto si ferma ed il suono dei synth e della sei corde dominano, pian piano la chitarra cresce e una coda progressive anni ’70, sporcata di funky, ricorda da dove derivano certi passaggi cari a Steven Wilson (non per niente anche collaboratore del deus ex machina degli Opeth).Un pezzo unico, chiuso da un’inquietante coda fra risate e voci incomprensibili che ammantano tutto con un alone di ulteriore mistero prima del sospiro finale. (Fabio Meschiari)


HERITAGE – Roadrunner, 2011

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The Devil’s Orchard

Anche riascoltato a qualche anno di distanza, “Heritage” è un album che sorprende, in quanto manifesto a tutto tondo della svolta prog compiuta dagli Opeth. “The Devil’s Orchard”, quindi, non è altro che l’esemplificazione più evidente di questo cambio di direzione, con le sue ottime dinamiche alternate e sonorità più tenui nelle parti strumentali, più pesanti in quelle cantate e un Mikael Åkerfeldt in grande stile pienamente a suo agio con queste linee vocali. La parte strumentale posta al centro del pezzo è poi l’elemento più caratterizzante, mentre il testo ricorda più volte la morte di Dio, un refrain che fa anche da inquietante conclusione, e la seconda parte del brano segna un drastico cambio di ritmo, molto ben riuscito (Anna Minguzzi)


Folklore

Delicata e sognante proprio come suggerisce la copertina di “Heritage”, “Folklore” dapprima riecheggia i King Crimson più onirici e si perde nelle note del pianoforte di Per Wiberg, salvo poi trasformarsi nella seconda parte in una cavalcata strumentale guidata dal riffing melodico ed epico di Fredrik Åkesson e imperniata sul tambureggiante drumming di Martin Axenrot, con risultato degno della colonna sonora di un kolossal. (Giovanni Barbo)


PALE COMMUNION – Roadrunner, 2014

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Eternal Rains Will Come

Un testo estremamente scarno per un brano al contrario molto ricco dal punto di vista strumentale. “Eternal Rains Will Come” rispecchia in pieno i canoni stilistici di un brano prog anni ’70, inizia in un modo e si sviluppa in un altro, cambiando forma in un caleidoscopio di varietà stilistiche che non stupiranno chi è avvezzo ad ascoltare questo genere. Un immaginario ponte tra questo lavoro e il suo precedente, il controverso “Heritage”, il ruolo del pezzo è quello di arricchire e perfezionare un discorso e renderlo più vicino alla perfezione. La suggestione del brano è dovuta in gran parte alla tessitura vocale compiuta da Mikael Åkerfeldt, che interviene solo quando è necessario e colpisce rapida come una freccia. Un’introduzione di gran pregio per quanto riguarda “Pale Communion”. (Anna Minguzzi)


Moon Above, Sun Below

Comincia con un’andatura strana e sinuosa anche grazie ad un’alienante lavoro alla tastiere di Joakim Svalberg. I riff che sono nel cuore del brano sono pregni di romanticismo, subito dopo la band si lancia in una corsa sincopata dove si intrecciano basso, chitarra e batteria e poi pure l’organo, disegnando trame intricate ed avvolgenti. L’afflato epico della parte finale completa il quadro. (Giovanni Barbo)


Voice Of Treason

Pale Communion è un album che gioca in gran parte con la tematica cinematografica. Goblin ne è l’esempio più lampante, ma l’intero lavoro risente di quel progressive atmosferico e prettamente cinematografico (soprattutto italiano). “Voice Of Treason” si sorregge su un tema di tastiere che potrebbe essere senza problemi la colonna sonora di qualche giallo italiano, unendo prog rock a sonorità vagamente latineggianti e mediterranee.  La parte più riuscita del brano è sicuramente la sezione strumentale con un bel duello tra le chitarre del leader maximo Akerfeldt e le tastiere del nuovo entrato Joakim Svalberg, che prende la pesante eredità di Per Wiberg, ma che caratterizza quasi interamente il brano, cosa forse generalmente mal digerita dai fan nell’intero album, nonostante la scrittura resti interamente a capo del boss. Forse non uno dei migliori brani in assoluto degli Opeth, ma in grado di mostrare un lato fino a quel momento inedito del sound della band (Tommaso Dainese)


E come sempre trovate la nostra playlist con tutti i brani dello speciale su Spotify e qui di seguito:

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tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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