Top 20 – I Migliori Album Hard Rock del 1991 – Parte 1

Anno 1991, prossima frontiera. L’Hard Rock esce dai gloriosi anni ’80 con troppo alcol in corpo, un po’ troppa droga nel naso. Siamo in quelle situazioni da 4 del mattino in discoteca: o si soccombe alla putrida donzella che tutti hanno evitato (o a quella che si sono già fatti tutti), o si cambia posto, via verso altre mete, che sia un paninaro o un after party ma la festa non deve finire. E’ tardi ma non è ancora l’ora di andare a nanna. Ma si sa, quando si abbandona la via sicura, non si sa cosa si trova. Ma è proprio in quelle situazioni che molto spesso succedono le cose migliori, quando la festa sta finenendo e si da il tutto per tutto. Questo è il 1991 per l’hard rock. Le luci degli anni ’80 iniziano a spegnersi, la festa non si è ancora conclusa ma la musica inizia a cambiare. Band storiche iniziano a mutare forma, altre tentano colpi di coda incredibili, altre cadono nel dimenticatoio, altre ancora sfornano dei dischi di qualità eccelsa che però verranno rivalutati solo 20 anni dopo. Tanta varietà, tanto movimento, tanta buona musica. Alla fine gli anni ’90 forse tanto male non sono stati.

Nella nostra riscoperta della maledetta decade andiamo oggi a scoprire i 20 migliori dischi hard rock partoriti nel 1991. Ne dovevamo scegliere 20, ma alla fine sono diventati 24. Qui i primi 12, in rigoroso ordine alfabetico.

Top 20 – I Migliori Album Hard Rock del 1991 – Parte 1


AliceCooper-HeyStoopid-99-FrontALICE COOPER – Hey Stoopid

Per quanto riguarda gli album della produzione relativamente più recente di Alice Cooper, “Hey Stoopid” è di sicuro uno dei lavori che viene ricordato con maggiore affetto dai fan. Sarà forse per un paio di brani che ancora oggi fanno parte delle esibizioni live del padre dell’horror rock (nella fattispecie la title track e “Feed My Frankenstein”), o per la sapiente alternanza, che ricorre in tutto il disco, fra brani più heavy e altri più romantici, fatto sta che “Hey Stoopid” fa ancora oggi parte dei lavori meglio riusciti di Mr. Fournier. Da non dimenticare anche la presenza in vesti diverse di una vera e propria sfilata di ospiti speciali, tra cui Slash, Vinnie Moore, Joe Satriani, Steve Vai, Nikki Sixx e Mick Mars, un elemento che per forza di cose rende il lavoro ancora più vario. “Hey Stoopid” è in sostanza un lavoro corale, inserito in pieno nella produzione del grande artista, capace di non ripetersi neanche con questo lavoro, il diciannovesimo della sua sfolgorante e terrificante carriera. (Anna Minguzzi)


BAD ENGLISH - BacklashBAD ENGLISH – Backlash

Arrivati già al debutto con una dote notevole, dovuta evidentemente alla storia dei musicisti coinvolti, i Bad English sono una delle super-band di maggior successo commerciale di quegli anni a cavallo tra ottanta e novanta; capaci anche in anni meno passati alla storia di far risplendere il melodic rock di stampo radiofonico in modo glorioso. Proprio grazie ad un singolo frequentemente passato dalle nostre parti come “Straight To Your Heart” la band ha ricevuto una certa visibilità anche al di fuori della ristretta cerchia degli amanti del genere. Tuttavia la intera tracklist vive di una luminosità capace di mettere insieme le esperienza e le diverse estrazioni dei grandi artisti qui confluiti. Oltre a classici del melodic rock, brani come“Time Stood Still” o “The Time Alone With You” presentano una vena malinconica che risultò anche sorprendente, mentre altri, come “Savage Blue” o “Life At The Top”, sfornano un’attitudine pop perfettamente bilanciata dalla classe artistica dei nostri. Uno di quei dischi che una volta lanciati diventa difficilissimo togliere dallo stereo. (Riccardo Manazza)


BAD MOON RISING - Bad Moon RisingBAD MOON RISING – Bad Moon Rising

Uno dei best kept secrets della scena hard rock degli anni ’90 furono sicuramente i Bad Moon Rising di Doug Aldrich e Kal Swan; i due transfughi dalla formazione dei Lion registrarono questo primo album eponimo coadiuvati solo ospiti tra i quali segnaliamo almeno la sezione ritmica composta da Ken Mary e Chuck Wright (allora negli House Of Lords) e di Michael Schenker che spara un assolo su “Built For Speed”. Prodotto e mixato niente meno che da Mack, “Bad Moon Rising” non è forse il miglior lavoro del duo angloamericano ma ci fa riassaporare quei suoni patinati tipici dell’epoca, tra Blue Murder e Magnum, Jagged Edge e Shotgun Symphony. Aldrich, che vedremo anni dopo all’opera con Burning Rain e Whitesnake, è il vero protagonista del sound del gruppo e fa letteralmente faville nelle parti soliste di pezzi come “Hands On Heaven”, “Full Moon Fever” e “Dark Side Of Babylon”. P.S.: tutta la discografia dei Bad Moon Rising (che è una trilogia) è stata ristampata dalla Frontiers nel 2005. (Alberto Capettini)


BANG TANGO - Dancin' On CoalsBANG TANGO – Dancin’ On Coals

I Bang Tango sono un gruppo a cui le mode e i trend non sono mai interessati più di tanto, una band che dopo il successo raggiunto da parte di critica e pubblico con il debutto “Psycho Cafe” non ha paura di sperimentare e lo fa in modo magistrale con il secondo platter “Dancing On Coals” del 1991. Su questo disco si spazia dallo street tanto in voga in quel periodo, all’hard rock più classico fino a divagazioni prettamente funky che costituiscono il tratto distintivo della formazione capitanata da Joe Lestè.

Questo si percepisce soprattutto nell’opener “Soul To Soul” e in “I’m In Love”, un brano davvero particolare in cui ad un solido hard rock classico vengono accostate delle partiture funky che donano dinamicità ad un pezzo davvero vincente. Impossibile non menzionare anche la stupenda “Midnight Struck” pura emozione espressa in musica. Un album questo “Dancing On Coals” forse troppo innovativo e di rottura per i tempi e per questo non compreso a dovere. (Eva Cociani)


DANGER DANGER - Screw ItDANGER DANGER – Screw It

I Danger Danger escono dagli anni ’80 con il vento in poppa, dopo il debutto omonimo trascinato da vere e proprie hit. Ma la stagione dell’hard rock si sta già chiudendo, la band arriva un po’ tardi all’appuntamento. Nonostante questo riesce a replicare con un secondo grande album: Screw It, album dal celebre artwork con il gorillone e la popputa ragazza con pronta a gustarsi il bananone. Il sound di “Screw It” è cristallino, limpido, sostenuto da un songwriting che forse inizia ad essere un po’ anacronistico, ma ancora piacevolissimo. L’album presenta altre due hit come “Monkey Business” e “I Still Think About You” che non riescono a doppiare il successo raggiunto due anni prima, ma presentano comunque una band ancora al top.

Ted Poley è ancora in formazione, insieme ai fidati Bruno Ravel, Andy Timmons (che poi procederà verso altri lidi stilistici), Kasey Smith e Steve West. Nell’album anche tantissimi ospiti, da Gary Cherone a Ginger Lynn e una marea sterminata di coristi/e. Un piccolo gioiellino dell’hair/glam metal, uscito forse fuori tempo massimo. Ascoltato oggi “Screw It” è ancora un grandissimo album e chiude la breve stagione d’oro dei Danger Danger che si impaluderanno in problemi di line-up e contrattuali con l’etichetta. Riemergeranno 4 anni dopo con Paul Laine alla voce, con il pluri-rimandato “Dawn”, ma a questo punto il treno della gloria eterna sarà già passato. (Tommaso Dainese)


DAVID LEE ROTH - A Little Ain't EnoughDAVID LEE ROTH – A Little Ain’t Enough

Questo lavoro non fa che consacrare la stella di David Lee Roth nel pieno del suo fulgore, per quanto l’imminente cambiamento di interesse nei generi musicali abbia finito per nuocere al biondissimo e atletico cantante ammaliatore. Ad ogni modo, questo album ha ancora in sé la connotazione solare e glitterata degli anni ’80 ed è capace di rischiarare anche un mattino nebbioso di novembre in Pianura Padana. L’altra stella che illumina il disco, il giovanissimo Jason Becker, strappato dal suo destino perfido alla inevitabile gloria, non fa che aumentare il valore dell’album, divertente e colorato come tutto ciò che ha realizzato Roth in quegli anni. (Anna Minguzzi)


ENUFF Z NUFF - StrengthENUFF Z NUFF – Strength

Nel loro secondo lavoro, gli Enuff Z Nuff confermano quanto di buono evidenziato nel primo ed aggiungono una varietà che mancava all’esordio. Il punto di riferimento evidente ai limiti della sfacciataggine sono sempre i Beatles, rispetto ai quali la band americana propone un sound più rockeggiante ma pur sempre ricco di rimandi a Lennon e McCartney – su tutti la mini suite “The Way Home / Coming Home”. Eppure pezzi come l’opener “Heaven Or Hell”, la più graffiante “The In Crowd” e l’irresistibile crescendo pop di “Baby Loves You” mostrano personalità e doti compositive oltre ad una certa dose di autonomia. La voce inconfondibile di Donnie Vie si conferma ulteriore trademark degli Enuff Z Nuff ed assurge al ruolo di protagonista anche nelle ballad “Goodbye” e “Mother’s Eyes”, ruffiane e dirette fino all’eccesso. Ma con i suoi quattordici pezzi tutti di ottimo livello “Strength” funziona dall’inizio alla fine. (Giovanni Barbo)


EUROPE - Prisoners In ParadiseEUROPE – Prisoners In Paradise

Album bello e sottovalutato anche per la tempistica – dilagava ormai il grunge e tutto ciò che era riconducibile agli scintillanti Eighties era bersaglio di dileggio – “Prisoners In Paradise” sancì lo stop della carriera della band capitanata da Joey Tempest. Eppure si tratta di un lavoro di poco inferiore allo splendido “Out Of This World”, rispetto al quale il sound si ammorbidisce senza che però ne risenta troppo la qualità del songwriting. Gli Europe firmano gemme di valore assoluto, mettendo in mostra una capacità di scrivere melodie memorabili che pochi altri hanno avuto nella storia dell’hard rock più laccato e diretto. In particolare la malinconia della title track e la più frizzante “Halfway To Heaven”, quella “I’ll Cry For You” che ha avuto successivamente una brillante rilettura acustica e la più impegnata “Girl From Lebanon” non hanno nulla da invidiare ai classici degli album precedenti. Joey Tempest, leader sempre più maturo, regala una performance di primissimo livello ed anticipa una carriera solista anch’essa meritevole di riscoperta. (Giovanni Barbo)


GREAT WHITE - HookedGREAT WHITE – Hooked

Hooked” è il quinto lavoro in studio per la band statunitense dei Great White. Reduce dal successo e dai consensi ottenuti con il precedente “…Twice Shy” la formazione capitanata da Jack Russel sforna due anni dopo un nuovo lavoro con le radici ben piantate nel sound dei seventies e che vede i maestri Led Zeppelin come la maggiore fonte di ispirazione della band, il tutto condito da un amore viscerale per il blues di qualità che da sempre caratterizza la musica dei Great White. Accantonate le sonorità patinate del passato l’album diventa comunque disco d’oro nonostante l’incombenza del grunge che da li a poco avrebbe stravolto la scena musicale di quel periodo.

La produzione a cura di Alan Niven riesce a dare lustro e vigore ad un album magari privo di hit single, ma sicuramente genuino e coinvolgente, soprattutto in brani come l’iniziale e bluesy ”Call It Rock’N’Roll” o nella dirompente “The Original Queen Of Sheba”. Da menzionare anche le illustri e riuscite cover di “Can’t Shake It” dei The Angels e “Afterglow” degli Small Faces. La copertina del disco invece viene censurata dal P.M.R.C. in quanto raffigura una donna nuda aggrappata ad un’ancora, mentre viene rilasciata normalmente in Giappone con la prima edizione del disco dove è allegato anche un bonus cd intitolato “Live In New York” registrato agli Electric Lady Studios. (Eva Cociani)

Brani:

  1. “Call It Rock’N’Roll”
  2. “The Original Queen Of Sheba


GUNS N' ROSES - Use Your Illusion 1 & 2GUNS N’ ROSES – Use Your Illusion 1 & 2

È arduo condensare in poche righe quello che riversarono sul mercato i Guns N’ Roses nel 1991, quattro anni dopo il successo planetario di “Appetite For Destruction”: un doppio album mastodontico che li catapultò in cima alle classifiche di mezzo mondo grazie ad una proposta sempre ancorata all’hard rock (o street metal) ma di più ampio respiro, con una cura maniacale dell’arrangiamento (ampio l’uso di pianoforte e fiati), la presenza di ospiti (Alice Cooper, Shannon Hoon, Michael Monroe), cover (“Live And Let Die”, “Knockin’ On Heaven’s Door”) e di lenti strappalacrime di successo (“Don’t Cry”, “November Rain”, “So Fine”) impensabili agli esordi più marcatamente sleaze/punk).

A livello di formazione Matt Sorum dei The Cult sostituì uno Steven Adler che soffriva di gravi dipendenza da eroina (è comunque presente su “Civil War”) ed entrò nella band il tastierista Dizzy Reed. Ma la cosa che più colpisce dei due “Use Your Illusion”, oltre alla cura dei particolari, è che i Guns N’ Roses non rinunciarono a pestare duro dove necessario: ecco quindi “Righ Next Door To Hell”, “Back Off Bitch”, “Don’t Damn Me”, “Coma”, “You Could Be Mine”, song tirate che sono entrate di diritto nella storia dell’hard rock, punteggiate dagli splendidi solos di Slash e dalla cantilenante voce di un Axl al top della forma. (Alberto Capettini)

Canzoni: Double Talkin’ Jive, November Rain, Locomotive, Estranged


Harem-Scarem-Harem-ScaremHAREM SCAREM – Harem Scarem

Debuttare nel 1991 e proporre hard rock melodico non è una di quelle circostanze che nella vita di fanno pensare di aver scelto il momento giusto. Con l’esplosione del grunge alle porte gli Harem Scarem si presentano al grande pubblico con un contratto major e con uno di quegli album che se fosse uscito solo un paio di anni prima avrebbe occupato le vette di ogni playlist radiofonica vicina al rock. Dieci canzoni e non un cedimento, con perle scintillanti come “Hard To Love”, “Honelstly” o “Slowly Sleeping Away”, da sempre tra i brani preferiti dei fan e dalla presenza quasi fissa nella scaletta live della band. Non che il resto sia però da meno, ed infatti “Distant Memory” è per chi scrive una delle più emozionanti canzoni in assoluto del melodic rock di quegli anni.

Come abbiamo poi imparato negli anni la grande forza della band risiede nell’accoppiata vincente tra la voce di Harry Hess e la chitarra di Pete Lesperance. Due pilastri sui cui posa un songwriting capace di sfruttare al meglio le caratteristiche del genere, confezionando canzoni dal gusti classico, ma sempre particolari nell’interpretazione. Un disco top, e non solo se circoscritto al 1991. (Riccardo Manazza)

Canzoni: Hard to Love, Distant Memory


L.A. GUNS - Hollywood VampiresL.A. GUNS – Hollywood Vampires

A parere di scrive il picco artistico degli L.A. Guns ancora in formazione originale con il trio Riley-Guns-Lewis insieme ai fidati Mick Cripps e Kelly Nickels. La band entra negli anni ’90 dopo il successo dei primi due album, un concentrato di sleaze-street rock metallizzato che fece tremare ancora una volta il Sunset. Ma con “Hollywood Vampires“, sebbene non sia l’album di maggiore successo della band, gli L.A. Guns diventano grandi, maturando il proprio sound a favore di un approccio più articolato ma anche meno heavy. L’album è trascinato dall’opener “Over The Edge“, drammatico rock che ebbe la fortuna di essere incluso nella colonna sonora del film “Point Break“, ma anche urlo disperato di una band che stava per esplodere (Riley fu allontanato dalla band durante il tour a supporto dell’album).

Hollywood Vampires vive comunque di episodi tendenzialmente più leggeri, come “Kiss My Love Goodbye“, “It’s Over Now“, “Big House“, con l’immancabile presenza della mega ballad, la fantastica “Crystal Eyes” che mostra il lato più drammatico e profondo della band. Non ci sono momenti deboli. La band consegna ai posteri l’ultimo grande album targato L.A. Guns (in termini di successo), anche se la successiva discografia della band regalerà molte altre emozioni. Da collezione gli occhialini 3-D inclusi nella confezione originale dell’album. (Tommaso Dainese)

Canzoni: Over The Edge, Crystal Eyes

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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