Top 20 – I Migliori Album Prog dal 1991 al 1993 – Parte 2

Come già detto in occasione dell’introduzione alla prima parte di questo Speciale, l’intento è quello di far riscoprire album interessanti e “di culto” piuttosto che rimarcarne l’appartenenza ad una scena che in taluni casi di progressivo ha davvero poco.

Certamente il progressive rock/metal nei primi anni ’90 era un sottogenere “in divenire” e sottoponeva all’estimatore di turno, lavori dall’alto tasso tecnico ma spesso molto differenti tra loro.

Vi presentiamo quindi altri 12 lavori (la classica top ten + due rincalzi di valore) che tra il 1991 ed 1993 provarono a rinverdire i fasti della tradizione rock più ricercata percorrendo strade apparentemente differenti tra loro ma sempre all’insegna dell’originalità e dello spirito libero. (Alberto Capettini).

Top 20 – I Migliori Album Prog dal 1991 al 1993 – Parte 2


EDWIN DARE “The Unthinkable Deed” (Marmaduke, 1992)

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Formazione assolutamente poco nota dalle nostre parti, gli Edwin Dare diedero alle stampe solo tre album prima del definitivo scioglimento.

Gli americani già da questo “The Unthinkable Deed” erano dediti ad un interessantissimo mix di hard rock, cenni prog, classic rock e blues che purtroppo non godette di grandi produzioni (anche perché era tutto fatto in casa) ma avrebbe meritato ben altro proscenio. In primis per il gruppo di musicisti coinvolti: Jeff Kollman (Cosmosquad) é il classico guitar hero anni ’90 con una preparazione tecnica pazzesca che partendo da basi blues parte in varie direzioni (tra i suoi lavori solisti recuperate almeno “Into The Unknown” del 1995) e che troverà più fortuna anni dopo alla corte di Glenn Hughes e della coppia Mogg/Way. Il compianto fratello Tom Kollman formava con Kevin Chown (Artension, Tiles, Mike Terrana, Magnitude 9) un’ottima sezione ritmica e il cantante Bryce Barnes era la classica ciliegina sulla torta grazie a una vocalità completa e di altissimo livello. Pezzi come “Do Me Right” dal riff contagioso, “The Killer” corredata da uno splendido assolo, la cover di “Oh Darling” dei Beatles e la ficcante “Take Your Stand” sono solo alcuni lasciti della più classica delle cult band. (Alberto Capettini)


ÄNGLAGÅRD “Hybris” (Mellotronen, 1992)

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Gli enigmatici Änglagård, nel 1992, anno in cui il prog si faceva più patinato e “metal” (mi riferisco a “Images And Words” dei Dream Theater ovviamente) ci fecero fare con “Hybris” un bel salto indietro nel tempo… anzi furono tra le primissime band a cercare di rinverdire i fasti della prima stagione progressiva dei Settanta nonostante l’utilizzo della lingua madre.

Lo strumentale “Jordrök” diceva già tutto: piano, organo, flauto tra Jethro Tull, Genesis e soprattutto King Crimson con una produzione ottima nonostante il taglio vintage; insieme a Anekdoten e Landberk gli svedesi formavano un trittico davvero innovativo nonostante guardassero al passato, anche se fino ad oggi hanno realizzato solo tre album più alcuni live. Impossibile non citare il grande batterista Mattias Olsson allora diciassettenne che in “Vandringar I Vilsenhet”, uno dei momenti migliori per l’alternanza di groove, passaggi all’unisono e momenti più tranquilli, trascina la band e tutti i vari strumenti folk utilizzati in maniera organica e pulsante. “Ifrån Klarhet Till Klarhet” è “metal” nelle intenzioni, cioè per linee melodiche (nella parte iniziale) ma reso con una strumentazione folk/prog davvero sterminata (non elencabile in questa sede) e che rende “Hybris” un capolavoro progressive fuori dal tempo, sicuramente derivativo ma stilisticamente ineccepibile. (Alberto Capettini)


SHADOW GALLERY “Shadow Gallery” (Magna Carta, 1992)

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Prog pomposo e sconfinante nel metal, basato più sulle tastiere che sulla chitarra comunque ottima di Brendt Allman e su cori a più voci in aiuto del compianto Mike Baker: questo suonavano gli Shadow Gallery nel loro debutto eponimo e questo stile (affinato soprattutto nei capolavori “Carved In Stone” e “Tyranny”) caratterizzerà la loro carriera, caratterizzata da un’esigua attività live e da una serie di “sfighe” incredibili, non ultima l’incendio che qualche settimana fa ha completamente distrutto abitazione e studio del polistrumentista Gary Wehrkamp. Tornando però all’album in questione, la produzione homemade è pressoché oscena, a partire dall’artefatta drum machine soprannominata “Ben Timely” ma non si possono non notare trovate melodiche di livello superiore, con passaggi tra il neoclassico ed il prog, fughe tastieristiche incontenibili e cori pomposi. “Darktown” e “Questions At Hand” racchiudono un po’ tutte le caratteristiche degli Shadow Gallery tra ficcanti parti strumentali di chitarra e tastiera (grande Chris Ingles), passaggi arpeggiati e voci in falsetto; la lunga suite “The Queen Of The City Of Ice” dedicata al recentemente scomparso (all’epoca) Freddie Mercury chiude un lavoro un po’ acerbo ma da avere per capire la via americana più pomposa al progressive metal. (Alberto Capettini)


CONCEPTION “Parallel Minds” (Noise, 1993)

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In un momento di grandi trasformazioni nel mondo del metal i norvegesi Conception di Tore Østby se ne escono sornioni con quello che ancora oggi è uno dei migliori esempi di equilibrio tra metal progressivo e reminiscenze neoclassiche. Coadiuvato da una band super valida, in cui spicca ovviamente un cantante/compositore dotato come Roy Khan, il nostro ci consegna una perla imperitura che da subito smuove gli entusiasmi della critica e che ancora oggi è chimera preziosa per i collezionisti del periodo. Una produzione secca (da manuale per il prog di questi anni), ma non eccessivamente fredda fa da contenitore per canzoni davvero molto belle e ben bilanciate tra episodi più metal, come “Water Confines” e “Wolf’s Liar” momenti più riflessivi e prog oriented come “Roll The Fire” o “Soliloquy”. Da segnalare anche una raffinata ballata come “Silent Crying” che strizza l’occhio al hard rock melodico di certi Queensrÿche. Quello che si dice un discone. (Riccardo Manazza)


IQ “Ever” (Giant Electric Pea, 1993)

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Anche se gli IQ sono e restano un prodotto di quella seconda ondata progressive nata negli anni ottanta, in gran parte nota per il successo dei Marillion, e definita neo-prog, è negli anni novanta i nostri sfornano i migliori prodotti, album di gran valore e capaci di scatenare le passioni dei fan del genere. “Ever” è forse addirittura il loro disco più riuscito, concepito per rimanere in perfetto bilanciamento tra sonorità orecchiabili, abilità strumentali e profondità concettuale. La voce suadente di Peter Nicholls, prontamente tornato nella band dopo un breve allontanamento, è perfetta sia per canzoni dall’incedere narrante, come la lunga “The Darkest Hour”, sia per i momenti più rock come “Out Of Nowhere”. In generale “Ever” contiene tutte le caratteristiche migliori degli IQ, ovvero quel timbro malinconico e romantico, ma anche un respiro armonico ampio e avvolgente che tiene attaccati all’ascolto, grazie all’uso perfetto delle melodie vocali e delle atmosfere portate dalla testiera. Una piccola gemma, da riascoltare ancora oggi con piacere. (Riccardo Manazza)


RUSH “Counterparts” (Atlantic/Anthem, 1993)

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I Rush A.D. 1993 sono una “macchina” progressive di spessore unico. Una band capace sempre di trovare strade alternative, incapace di ricercare la “banalità” del già sentito. Progressive senza essere obbligati ai cliché del genere. Un disco di dualismi e di opposti – così come ci racconta l’artwork – che arriva anche a toccare il tema complementarità nei lenti. Spettacolare ed oscura “Stick It Out”, che tradisce riff e groove “moderni” ma che resta profondamente prog nell’anima tagliente dei riff di Lifeson. Molto bella anche la traccia d’apertura “Animate”, ipnotica e carica di bassi che spiazzano l’ascoltatore. Da tramandare ai posteri anche la strumentale “Leave That Thing Alone”, che ricevette una nomination al Grammy come “Best Instrumental”. Colpisce “Nobody’s Hero”: intensa e rock senza essere banale. “When I heard that he was gone – I felt a shadow cross my heart”, ed è subito poesia. Un disco “diverso”, un disco tipicamente Rush: imprevedibile come il genio che ti spiazza con un lampo. Altra canzone capolavoro “The Speed Of Love”: elegante spiegazione dell’amore attraverso le forze della natura. Stelle, lampi e campi elettromagnetici per una canzone che in molti dovrebbero recuperare. (Saverio Spadavecchia)


ELEGY “Labyrinth Of Dreams(Shark, 1992)

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Vallo a capire il mercato discografico. “Labyrinth Of Dreams” poteva spaccare il mondo, poteva aprire le porte del successo alla band olandese… ed invece oggi raccontiamo una storia di comprimari di – grandissimo talento – che “ipotizzarono” la nuova frontiera del power-prog europeo. Canzoni come “The Grand Change” o come la successiva “I’m No Fool” sono canzoni di uno spessore assoluto: ricche di cambi tempo, pirotecniche e complesse, ma non per questo meno godibili di altre proposte. Da applausi anche “Trouble In Paradise”, che ipotizzò la ballad intricata e pitturata di tecnica sopraffina. Menzione d’onore anche per la cupa title-track, che mostra il lato intenso della band olandese. Chiusura con il botto: “The Guiding Light” è ancora oggi punto di riferimento per chi dovrebbe suonare power-prog. Fantastico Ed Hovinga, screamer dalle corde vocali versatili e poderose, vera e propria guida dell’universo Elegy dai tratti vagamente “Tate-iani”. Da riscoprire, da ritrovare. (Saverio Spadavecchia)


DREAM THEATER “Images And Words” (Atco, 1992)

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Dilungarsi ulteriormente sulla diatriba “eh, ma i Dream Theater del passato erano meglio di quelli del presente”, e pareri contrari sarebbe a dir poco riduttivo, e sappiamo già che mettere d’accordo i fan di questa band fondamentale per il prog metal anni ’90 è impossibile. Ci piace però ricordare alcuni aspetti di questo disco, il secondo lavoro in studio per la band statunitense e il primo con un sorprendente James LaBrie, a cominciare dagli oltre due milioni di copie vendute e dalla certificazione di disco d’oro. Merito di una sapiente combinazione tra parti melodiche e ritmiche heavy, nelle quali le influenze derivanti da band storiche del progressive rock (non è mai stato fatto segreto della venerazione per i Rush, ad esempio) sono state rielaborate in chiave moderna e contribuito a creare atmosfere uniche. Merito anche di un James LaBrie in forma smagliante, capace di escursioni vocali come quelle in “Surrounded” o nella parte conclusiva di “Learning To Live” che irrompono a sorpresa nei brani dopo parti strumentali ancora più sorprendenti. Ancora oggi brani come “Pull Me Under”, “Another Day” o “Metropolis Part 1” sono tra i più apprezzati da tutte le generazioni di fan dei Dream Theater, anche se è quasi impossibile scindere, tra questi e gli altri, quale sia il momento migliore dell’album (Anna Minguzzi).


ASIA “Aqua” (Great Pyramid/I.R.S., 1992)

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Per un lungo periodo della loro carriera, gli Asia hanno pubblicato album i cui titoli erano composti da una sola parola che iniziava appunto con la lettera A. “Aqua” in questo non a eccezione a quello che era successo negli anni ’80 e a quello che succederà poi per il resto degli anni ’90, ma al tempo stesso le differenze con la storia pregressa della band sono diverse. Il membro fondatore John Wetton ha lasciato il gruppo e sarà poi seguito, poco dopo l’uscita del full length, da altri due membri celebri degli Asia, vale a dire Carl Palmer e Steve Howe, a sua volta rientrato nella formazione dopo alcuni anni di assenza. L’ingrato compito di sostituire Howe alla chitarra spetta al futuro Savatage Al Pitrelli, mentre le parti di basso e la voce sono affidati a John Payne. La collaborazione con quest’ultimo andrà poi avanti fino al 2006, quando gli Asia si riuniranno nella formazione originale. Questa “telenovela musicale” va spiegata per far capire che gli Asia di “Aqua” non sono gli stessi di quelli dei lavori precedenti e che, nonostante questo, i risultati sono comunque di grande livello. Rimangono i richiami a un versante più “commerciale” del progressive, in bilico fra questo genere e il rock melodico alla Toto (uno di quegli aspetti per cui gli Asia sono stati anche spesso criticati), ma anche se alcuni brani risentono di questo ammorbidimento, altri pezzi come la sognante “Someday”, “Who’ll Stop The Rain” o la riflessiva “The Voice Of Reason”, restano tuttora capitoli di pregio nella lunga carriera della band. Da ascoltare con molta attenzione per coglierne tutte la sfaccettature (Anna Minguzzi).


ROYAL HUNT “Clown In The Mirror” (prima stampa Royal, 1994)

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I Royal Hunt sono sempre stati una sorta di mosca bianca all’interno del panorama prog internazionale. Poco tecnici per alcuni, troppo hard rock per altri, sono però riusciti a trasformare i difetti evidenziati dai detrattori agli esordi, in veri punti di forza del proprio stile, per creare un marchio di fabbrica a cui la band danese si affida ancora oggi. “Clown In The Mirror” è il secondo album pubblicato da André Andersen e soci ed è probabilmente uno dei più significativi dell’intera discografia dei nostri, pregno di atmosfere neoclassiche, saliscendi di chitarra e tastiera imitatissimi negli anni successivi e melodie ariose ed emozionanti. Non per nulla song come l’opener “Wasted Time”, con i suoi spunti power metal e la radiofonica “Here Today, Gone Tomorrow“, sono state riproposte per tanti anni a venire in sede live. I Royal Hunt non si sono nemmeno risparmiati  in passaggi dall’anima realmente progressive, sia verso il mood settantiano (l’hammond di “Ten To Life”), sia quello di scuola Dream Theater con la conclusiva “Epilogue”, ricca di cambi di tempo e un lavoro di basso coi controfiocchi. La vera forza di “Clown In The Mirror” sono però le melodie, dotate di rara bellezza ed amplificate dai chorus di voci femminili, spesso in appoggio a Henrik Brockmann e creando quell’identità rockeggiante e leggera che i Royal Hunt hanno mantenuto fino ad oggi. Non un capolavoro ai livelli di “Moving Target” e “Paradox“, ma decisamente fresco e godibile. (Alessandro Battini)


ECHOLYN “Suffocating The Bloom” (Velveteen, 1992)

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E’ il 1992 quando gli Echolyn, band della Pennsylvania, pubblica questo “Suffocating The Bloom”, un secondo lavoro che non può che definirsi un vero e proprio capolavoro: un concept album che parla della crescita personale di un individuo, le cui premesse sono tarpate dalla sopraggiunta maturità. Un inno alla vita, all’insegna di un progressive rock scintillante, che deve molto al passato di vent’anni prima e che attraverso minuti si dipana in un equilibrio supremo: se la suite finale “A Suite For The Everyman” (quasi trenta minuti di evoluzioni) rappresenta la summa di questa splendida opera, pezzi come “Memoirs From Between” (pur pagando pegno a formazioni come i Genesis) e “Winterthru” confermano ulteriormente la caratura di questa gemma assoluta, suonata da cinque talentuosi musicisti guidati dalla voce di Ray Weston, grande sciamano che ammalia e ammanta ora di malinconia, ora di gioiosa incoscienza, ogni brano all’insegna di un progressive epico e con pochi eguali. (Fabio Meschiari)


PENDRAGON “The World” (Toff, 1991)

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Probabilmente l’opera più significativa del quartetto britannico, nome di sicuro richiamo per gli appassionati ma poco quotato per chi si occupa superficialmente del genere. I Pendragon, con questo “The World”, compiono da una parte una sorta di recupero degli anni ’70 ma ammantandolo di sonorità attuali per l’epoca e di una sensibilità artistica più matura in grado di sconfinare in un’orecchiabilità quasi inedita per il genere: l’apertura affidata a “Back In The Spotlight” riesce subito a portare l’ascoltatore in un mondo sicuro e non troppo astruso per poi complicare le cose con “The Voyager” e raggiungere livelli di romanticismo con le due tracce successive prima di buttarsi nella suite “Queen Of Hearts”, costruzione delicata e suggestiva. Ogni brano di questo CD è vera e propria manna dal cielo per ogni appassionato di progressive e non può mancare nella collezione di chi adora farsi trasportare dalle tastiere (qui ad opera di un maestoso Clive Nolan) e da partiture sognanti. (Fabio Meschiari)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

alessandro.battini

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E’ il sinfonico della compagnia. Dai Savatage ai Dimmu Borgir, passando per i Rhapsody, predilige tutto ciò che è arricchito da arrangiamenti sontuosi ed orchestrazioni boombastiche. Nato e cresciuto a pane e power degli anni ’90, si divide tra cronache calcistiche, come inviato del Corriere Dello Sport, qualità in azienda e la passione per la musica. Collezionista incallito di cd, dvd, fumetti, stivali, magliette dei concerti, exogini e cianfrusaglie di ogni tipo, trova anche il tempo per suonare in due band.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. ale

    ehm ehm… Relativamente agli Shadow Gallery segnalo che BEN TIMELY è il soprannome dato alla batteria elettronica programmata…. Non è un ospite ” in persona”… solo dal successivo Carved in Stone si avvalsero di un batterista ” reale”…

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    • Alberto Capettini

      Se così fosse, e fosse verificato, è un cosa che scopro solo oggi e ti ringrazio per la segnalazione; effettivamente il suono rimanda chiaramente ad una drum machine! Di ben altro spessore le parti suonate successivamente da Kevin Soffera e Joe Nevolo

      Reply (in reply to ale)

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