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Top 20 – I Migliori album Metal e Hard Rock del 1992 – Parte 1

Scorrendo i titoli selezionati per questo speciale, è incredibile notare come un’annata per molti sinonimo dell’inizio del declino metal, esprima una varietà di stili e generi incredibili. Accanto al fisiologico calo dei filoni più classici, troviamo l’emergere di tante band e stili che avrebbero poi non solo segnato i rimanenti anni ’90 ma anche i primi anni 2000. Il 1992 probabilmente non eguaglia il picco qualitativo dei due anni precedenti, ma sprigiona una creatività di livello altissimo, unendo band e generi diametralmente opposti che però oltre 20 anni dopo trovano ancora un vastissimo consenso.

Se all’epoca i puristi storsero il naso, nomi come Alice In Chains, Faith No More e tanti altri vengono ora comunamente inseriti nei nomi tutelari della musica dura. Dall’altro lato troviamo band come Dream Theater, Blind Guardian, Fear Factory, alcuni dei grandi nomi della seconda grande ondata metal che tuttora riscutono un consenso enorme, proprio grazie alla fama data dai lavori usciti nel 1992 ma non solo. Insieme a ciò resistono alcuni strascichi del boom di fine anni ’80, con capolavori rock come “Adrenalize” dei Def Leppard e “Keep The Faith” dei Bon Jovi: vedere “A Blaze In The Northern Sky” dei Darkthrone incastonato tra queste due gemme del rock più leccato può far sorridere, ma è ancora una volta sinomino della positiva varietà del periodo.

Nel nostro viaggio di riscoperta dei “maledetti” anni ’90, siamo approdati al 1992 e, come di consueto, abbiamo selezionato i 20 album più rappresentativi di quell’annata. Qui la prima parte, rigorosamente in ordine alfabetico, dagli Alice In Chains di “Dirt” fino agli Iron Maiden di “Fear Of The Dark“.

I 20 MIGLIORI ALBUM METAL E HARD ROCK DEL 1992 PARTE 1


01 Alice In Chains - DirtALICE IN CHAINS – Dirt

(Columbia Records, 29 Settembre 1992)

Dirt” è la faccia oscura di una generazione che ha cercato in tutti i modi di trovare delle spiegazioni. “Dirt” è la voce profonda di quella generazione che ha scelto di perdersi in un buco senza la possibilità di uscirne. “Dirt” racconta le storie di chi è stato ingannato e tradito dai “meravigliosi” anni 80 fatti di lustrmetini, droga a poco prezzo e dalla famigerata “Reaganomics” con il suo effetto “trickle-down”. “Dirt” è il canto di una generazione che ha cercato di scappare dalle menzogne degli anni 80 senza riuscirci e coagula in tutte le canzoni la disperazione di quei ragazzi che si identificarono nella band americana. “Sickman”, “Junkhead “e “Dirt” sono le dimostrazioni di questa sconfitta, sono le canzoni simbolo del dramma di Layne Staley, che dal 1992 in poi sceglierà di sprofondare ogni giorno di più nelle sue ossessioni.

Grunge? No, o meglio, non solo perché nelle 13 canzoni contenute nell’album c’è l’essenza pura di una generazione che ha cercato di prendere a pugni una realtà uscendone rovinosamente sconfitta. Forse il disco più rappresentativo di tutta la scena “grunge”, perché vero e crudele così come sarà anche “In Utero” dei Nirvana e come nessun’altro saprà essere senza risultare una “copia”. “Dirt” è il punto più alto della carriera artistica degli Alice In Chains, prima della rinascita degli scorsi anni dopo che la profezia contenuta in “Down In A Hole” divenne triste realtà per Layne Staley. (Saverio Spadavecchia)


02 Black Sabbath - DehumanizerBLACK SABBATH – Dehumanizer

(I.R.S. Records, 22 Giugno 1992)

Torniamo al 1990. Dopo la pubblicazione del mitico (ma poco apprezzato) “Tyr“, i Black Sabbath si trovano probabilmente nel momento più basso della loro carriera in termini di vendite e audience. Le ultime sette date nel Regno Unito per scarse vendite e l’album per le prima volta non entra nella top 200 di Billboard US. Nel frattempo Geezer Butler, dopo una comparsata on stage con i Dio, inizia a costruire la reunion dell’epoca Heaven and Hell. Convince Iommi il quale licenzia Murray e Tony Martin. Resta Cozy Powell; insieme a Dio, Iommi e Butler la band entra in studio per dare vita a uno degli album più intensi, tormentati e conflittuali dei Black Sabbath: “Dehumanizer“. Powell a causa di un infortunio viene sostituito da Vinny Appice, andando così a ricostituire la line-up di “Mob Rules”. L’album costa milioni di dollari, i brani vengono riscritti più volte, la tensione tra Iommi e Dio è continua.

Il risultato però è il migliore in termini di vendite degli ultimi 10 anni dei Black Sabbath. E’ chiaro fin dall’inizio che il progetto non avrebbe avuto lunga vita ma “Dehumanizer” riporta i Black Sabbath a un livello eccellente, recuperando la superba voce di Dio, unendo l’epicità del periodo late 80’s di Iommi con un sound moderno e ben proiettato negli anni ’90. Brani come “Computer God“, il fortunato singolo “TV Crimes“, la roboante “Master Of Insanity” o la doomy “I” restano tuttora brani attuali e coinvolgenti. Un album riuscito ma segnato dai conflitti non risolti. La reunion finirà pochi mesi dopo, quando i Black Sabbath verranno invitati ad aprire i due show finali di Ozzy Osbourne nel 1992 e Ronnie James Dio si rifiuterà di aprire per quello che definì all’epoca un clown. (Tommaso Dainese)


03 Blind Guardian - SomewhereBLIND GUARDIAN – Somewhere Far Beyond

(Virgin, 30 Giugno 1992)

La sublimazione di un percorso artistico iniziato tra i solchi di “Battalion Of Fear” prende forma e contenuto in questo “Somewhere Far Beyond”, quarto disco dei Blind Guardian. I bardi di Krefeld realizzano un’opera che darà una svolta decisiva alla loro carriera e codifica i caratteri peculiari della loro musica: riff veloci e taglienti, sessione ritmica pulsante e martellante, l’epicità dei cori che accompagna l’esecuzione dei ritornelli. A questi vanno aggiunti l’incredibile lavoro e attenzione posto in fase di scrittura, con lyrics ispirate a capisaldi del genere fantasy e fantascientifico come “Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick., le opere di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli” e “Elric di Melniboné” di Michael Moorcock, richiamando nell’omonima titletrack anche la “Torre Nera” di Stephen King.

Il risultato sono brani entrati a far parte della storia del Power Metal come le aggressive “Time What Is Time”, “Journey Through The Dark” e “Ashes To Ashes” o la pomposa “Theatre Of Pain”. Spiccano anche “The Quest For Tanelorn” e “The Bard’s Song (The Hobbit)” ma il vero picco compositivo si raggiunge con i due capolavori del disco, l’acustica “The Bard’s Song (The Forest)”, il brano in assoluto più amato dai fan, e la lunga cavalcata “Somewhere Far Beyond”.

Per molti fan questo disco rappresenta il punto più alto della discografia dei Blind Guardian per altri il primo passo che li porterà a realizzare poi “Imagination From The Other Side” e “Nightfall In The Middle Earth”, in cui i nostri abbandonano l’immediatezza e la velocità di queste composizioni preferendo esasperare la grandiosità degli arrangiamenti attraverso canzoni dalla forma più elaborata, articolata e magniloquente.

Ciò che resta oltre le dispute da bar è questo imponente disco di Speed/Power Metal nato in un periodo in cui la scena musicale è dominata dall’invasione del Grunge e diventato un riferimento assoluto per tutte quelle band venute dopo. (Pasquale Gennarelli)


04 Bon Jovi Keep The FaithBON JOVI – Keep The Faith

(Mercury Records, 3 Novembre 1992)

Keep The Faith” rappresenta l’album della svolta dei Bon Jovi. Accantonato in parte l’hard rock roccioso che ha caratterizzato lavori seminali come “Slippery When Wet” e “New Jersey” con questo disco viene alla luce un lato nuovo e più moderno del sound della band, al passo con i tempi che porta un rinnovamento reso necessario dall’ascesa del movimento grunge. E lo fa con questo platter che vuole essere portatore di speranza, “I Believe” e di fede, “Keep The Faith”. Uno dei brani più riusciti e coinvolgenti è la magnifica  ballata “Dry County” una suite di dieci minuti in cui si alternano momenti delicati ad altri di crescente intensità, merito anche del pregevole assolo di chitarra di Sambora che da vita e corpo ad una composizione che a detta di molti è uno dei brani migliori del five-piece.

Molto divertente anche l’ironica “I’ll Sleep When I’m Dead” di cui alcune scene del video sono state girate all’esterno dei cancelli del Forum di Assago nel 1993, ma anche il lento tormentone “Bed Of Roses” avrà il merito di far avvicinare nuovi fan grazie all’incessante rotazione su MTV. Da segnalare che questo sarà anche l’ultimo album registrato con il bassista Alec John Such che verrà rimpiazzato da Hugh McDonald dopo l’uscita del greatest hits “Cross Road” nel 1994. (Eva Cociani)


05 DARKTHRONE-A-Blaze-in-the-Northern-Sky-CLEARDARKTHRONE – A Blaze In The Northern Sky

(Peaceville Records, 26 Febbraio 1992)

Parlare di anni ’90 non significa riferirsi soltanto al grunge. La vena più estrema e malvagia dell’heavy metal iniziò un percorso in ascesa, un cammino contrario a tutte le possibili logiche del music-business che trovò in Nordeuropa terreno fertile nelle esigenze di aggregazione di tanti giovani che proprio non si identificavano nella malinconica Generazione X. Era il 1992 e il black metal, pur non avendo ancora manifestato tutte le sue potenzialità, è ormai un genere musicale con dei caratteri distintivi precisi di cui i Darkthrone sono stati senza dubbio pionieri. Dopo un esordio decisamente più orientato ai tecnicismi del death come “Soulside Journey” (uscito l’anno precedente), l’ensemble opta per un’evoluzione di una malvagità incredibile per l’epoca.

“A Blaze In The Northern Sky” è un coacervo di chitarre che si prodigano in suoni vorticosi, una sezione ritmica lanciata in corsa e uno screaming raggelante che si risolve in grida belluine. Troppo persino per i metallari più duri, eppure quest’opera contibuì a gettare i semi dell’evoluzione di un genere, marcandone i tratti fondamentali. L’aspetto iconografico, la musica, i testi, tutto era “black metal”, nell’accezione più conservatrice del termine. La titletrack e “The Pagan Winter” sono un esempio perfetto di quanto uno stile esecutivo tanto scarno e minimale potesse creare un impatto emotivo di grande forza. (Andrea Sacchi)


06 Def Leppard AdrenalizeDEF LEPPARD – Adrenalize

(Mercury Records, 31 Marzo 1992)

I Def Leppard sono un gruppo che nel corso della carriera ha dovuto affrontare parecchie vicende dolorose all’interno della formazione, prima l’incidente stradale che costò l’amputazione del braccio del batterista Rick Allen e nel 1991 la morte per overdose del chitarrista Steve Clarke. I brani di “Adrenalize” vedono comunque la sua firma come co-autore, segno del profondo affetto e rispetto dei ragazzi di Sheffield nei confronti del biondo chitarrista.

Al suo posto entra il valido Vivian Campbell (Whitesnake, Dio) che ovviamente non prende parte al processo compositivo dell’album, ma presenzierà in quasi tutti i videoclip della band. Punto di forza dell’album è l’incalzante opener “Let’s Get Rocked” e l’altrettanto rocciosa “Make Love Like A Man”, mentre con “Have You Ever Needed Someone So Bad” si riconferma la classe del leopardo sordo in fatto di ballad. Il disco porta con se un grande fardello e cioè uscire dopo il capolavoro e record d’incassi “Hysteria” e considerando il fatto che nel 1992 ci troviamo in piena esplosione grunge riesce comunque a vendere ben sette milioni di copie in tutto il mondo ed è un grande traguardo. (Eva Cociani)


07 Dream Theater ImagesDREAM THEATER – Images And Words

Davvero difficile condensare in poche righe l’importanza di un album come “Images And Words” per il ruolo di definizione di un sottogenere oggi più che mai in voga come il bistrattato progressive metal nonché come ventata d’aria fresca che portò all’universo hard ‘n’ heavy dei primi anni ’90.

Dopo un esordio dai suoni orrendi ma già estremamente interessante da un punto di vista stilistico come “When Dream And Day Unite” i Dream Theater guidati dalla produzione laccata di David Prater (andatevi a risentire “Hold Your Fire” dei Firehouse sempre del 1992… i suoni sono identici) affinarono una miscela tutto sommato semplice: amalgamarono in egual misura il prog hard rock raffinato di band come Rush e Marillion e un’incisiva quantità di metal di scuola Metallica il tutto eseguito con una tecnica fuori portata per molti musicisti dell’epoca andando a creare un capolavoro senza tempo. L’alternarsi di pezzi ultra tecnici (ma sempre con uno spiccatissimo gusto melodico) come “Take The Time”, “Metropolis Part I – The Miracle And The Sleeper”, “Under A Glass Moon” (che contiene uno degli assoli più incredibili di John Petrucci) e “Learning To Live” a momenti più soffusi come “Another Day” e “Wait For Sleep” lasciarono di sasso l’audience mondiale facendo decollare lo status di musicisti come Mike Portnoy, Kevin Moore, John Myung e James LaBrie ma soprattutto una carriera che tra alti e bassi veleggia ancora col vento in poppa. (Alberto Capettini)


08 Faith No More AngelFAITH NO MORE – Angel Dust

(Slash Records, 8 Giugno 1992)

Ci accodiamo a tutti quelli che negli anni vi hanno raccontato che “Angel Dust” (più di due milioni e mezzo di copie vendute nel mondo) è probabilmente il miglior lavoro dei Faith No More, uno dei capisaldi e apici del crossover (quello “vero” che mischia stili e sonorità all’insegna della totale apertura mentale) all’origine del movimento alternative che seguirà negli anni ’90 e guidato dall’istrionica voce di Mike Patton che andava ad esibirsi per la terza volta su album di spessore assoluto (non possiamo infatti dimenticare il coevo esordio omonimo dei Mr. Bungle e il precedente “The Real Thing”).

Il basso slappato di Billy Gould e la sapienza ritmica di Mike Bordin guidano tracce che si muovono a singhiozzo tra funk, heavy ed effetti sintetici mentre le tastiere di Roddy Bottum fungono da collante sia per i passaggi più melodici che per gli arrangiamenti di sottofondo. L’altalenante “Midlife Crisis”, la sottovalutata “Everything’s Ruined”, la pacata “RV”, la cover di “Easy” e altre dieci tracce inattaccabili valsero ai Faith No More un tour con Metallica e Guns N’ Roses nonché l’ingresso nella storia della musica rock. (Alberto Capettini)


09 FEAR FACTORY - Soul Of A New MachineFEAR FACTORY – Soul Of A New Machine

(Roadrunner Records, 25 Agosto 1992)

Soul Of A New Machine”: la straordinaria carriera dei Fear Factory parte proprio da questo disco. Il primo album della band californiana, pur non raggiungendo ancora il livello dei successivi capolavori “Demanufacture” e “Obsolete”, ci mostra già con evidenza la sua personalissima proposta che miscela in maniera unica industrial, death e thrash. L’opera è ovviamente un concept d’argomento fantascientifico, tipologia di storia a cui il gruppo ci ha abituato da sempre, all’interno della quale le ottime canzoni di certo non mancano.

Martyr”, immancabile ai concerti della band, costituisce un’apertura pulsante e aggressiva in una maniera che potremmo definire chirurgica, la martellante “Scapegoat” ci mostra invece un Burton C. Bell più ruggente che mai; “Scumgrief” alterna magistralmente la rabbia alla melodia, mentre “Self Immolation” è puro industrial che ha ricevuto massiccia iniezione di metal estermo. Il debutto dei Fear Factory rappresenta insomma da subito un’ottima prova che porta già in sé il germe di ciò che i quattro americani saranno in grado di esprimere in futuro. (Matteo Roversi)


10 Iron-Maiden-Fear-of-the-DarkIRON MAIDEN – Fear Of The Dark

(EMI, 11 Maggio 1992)

Se c’è un album che ha diviso su posizioni contrapposte i fan degli Iron Maiden, quello è senza dubbio “Fear Of The Dark”. Sommo capolavoro per alcuni, nuovo capitolo di una lunga serie di delusioni per altri, il disco si porta dietro quanto meno un paio di certezze legate alla sua famosissima title track. Da un lato, la canzone ha reso celebre la band anche al di fuori della cerchia dei metalhead; dall’altro, ad ogni suo concerto, visto che da allora è immancabile in setlist, viene sempre cantata in coro da tutti, ma propri tutti i presenti: segno del fatto che questo platter almeno qualcosa di buono l’ha portato in dote, e quel buono non si ferma certo lì, ma si estende anche ad altre canzoni.

Be Quick Or Be Dead” è una opener devastante (riascoltarsi “Live At Donington” per saggiarne il potenziale dal vivo), “From Here To Eternity” è davvero divertente, mentre è nelle tracce più lunghe e coinvolgenti come “Afraid To Shoot Strangers” e “Waisting Love” che il gruppo dà ancora una volta il meglio di sé. Comunque la si pensi, “Fear Of The Dark” resta un episodio importante nella discografia dei Maiden che ci ha regalato alcuni grandi brani. (Matteo Roversi)


E come sempre online la nostra playlist con i primi 20 brani (2 per ogni album), che aggiorneremo alla pubblicazione della seconda parte dello speciale.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per una agenzia di stampa, scavezzacollo munito di penna per i sodali del Club Alpino Italiano ed “untore” black-metal in radio. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 18 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

4 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. The Griphoner

    Non dimenticatevi gli Ugly Kid Joe, mi raccomando 😉

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  2. Dario

    Rileggere oggi queste recensioni, che all’epoca leggevo sul mitico H/M, mi ha fatto sorridere. Il patos delle toppate dei Maiden e dei Sabbath (meno sonoro) li rivivo oggi con la medesima trepidazione. In ogni caso il futuro ci ha regalato cose peggiori ma all’epoca eravamo davvero viziati vista la verve compositiva degli anni precedenti… Oggi neanche il peggiore di questi dischi sarebbe capace di tenere il passo all’atroce assenza di personalità.

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  3. LORISPOOL

    E COUNTDOWN TO EXTINTION DEI MEGADETH LO TENIAMO NEI DISCHI ANNI 80? 😉 ignorantoni!!!

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    • Anna Minguzzi

      La ragione è semplice semplice: essendo, come specificato, la prima parte dello speciale, ed essendo i gruppi messi in rigoroso ordine alfabetico, come d’altronde è scritto sullo speciale stesso, la considerazione è: la “I” di Iron Maiden nell’alfabeto viene prima della “M” di Megadeth, per cui, per avere il disco che tu legittimamente richiedi, dovrai semplicemente aspettare la seconda parte del nostro speciale. Un abbraccio. 😉

      Reply (in reply to LORISPOOL)

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