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Top 20 – I Migliori Album Hard Rock del 1991 – Parte 2

1991 Annus Mirabilis per l’Hard Rock, soprattutto Made in USA, con un pugno di album che a 25 anni di distanza brillano ancora in modo incontrastato. Abbiamo cominciato a scoprire i primi 12 dei 24 dischi selezionati da Metallus.it nella prima parte del nostro speciale. Riprendiamo qui, sempre in rigoroso ordine alfabetico, con la seconda e ultima parte che include alcune perle di band come Motorhead, Mr. Big, Ozzy Osbourne, The Cult, Tesla e molti altri. A fondo articolo trovate inoltre il link alla prima parte e la playlist con i migliori brani dei 24 album selezionati.

Top 20 – I Migliori Album Hard Rock del 1991 – Parte 2


MOTORHEAD - 1916MOTORHEAD – 1916

(WTG Records)

Quattro anni di pausa dal precedente “Rock ‘n’ Roll” e ritroviamo i Motorhead con “1916“, probabilmente il migliore album della band di Lemmy degli anni ’90 e uno degli ultimi grandi album della loro discografia. Con questo lavoro i Motorhead passano a un approccio ben più variegato, sperimentando sonorità inedite che lasciano sorpresi i fan della band ma che a 25 anni dalla sua uscita identificano “1916” come uno degli album più godbili della loro discografia. Funestato da qualche intoppo in fase di registrazione, con il cambio in corsa del produttore Ed Starium con Pete Solley, 1916 alterna momenti di puro rock’n’roll con “I’m So Bad Baby I don’t Care” ad episodi come le atmosferiche “Nightmare / The Dreamtime” e “1916“, la prima una lugubre ballata a tinte dark, la seconda malinconica e drammatica, ispirata ai cruenti fatti della Prima Guerra Mondiale. Alcuni dei brani di 1916 sopravviveranno nella setlist dei Motorhead fino ai tempi recenti, come la spassosa “Going To Brazil” o il tributo “R.A.M.O.N.E.S.“. In generale è un album che non conosce cedimenti, che mostra una maggiore varietà nei brani, con un approccio che unisce la potenza rock’n’roll degli esordi, alla ricerca di una certa melodia e varietà nella struttura, cosa che non riuscì appieno ai tempi di “Another Perfect Day”. Un album fondamentale per conoscere i Motorhead di metà carriera, con una line-up che vede già Campbell alle chitarre, insieme ai compianti Wurzel e Philthy Animal. Triste pensare come tre quarti di questa line-up ci abbia lasciato per sempre. (Tommaso Dainese)


mr big lean into it

MR. BIG – Lean Into It

(Atlantic Records)

Spesso confusi nella marea di band AOR e melodic rock che hanno caratterizzato una buona fetta della scena musicale degli anni Ottanta, i Mr.Big in realtà sono prima di tutto il risultato dell’incontro di quattro musicisti straordinari come Eric Martin, Paul Gilbert, Billy Sheehan e Pat Torpey. Che dimostrano di saper mettere la propria perizia tecnica al servizio di pezzi immediati e di grande presa emotiva. “Lean Into It”, seppur con i dovuti distinguo, rappresenta uno degli ultimi esempi di rock melodico di classe prima che il grunge spazzi via tutto e tutti. Ma i Mr.Big vanno via con il botto, infilando una serie di pezzi semplicemente strepitosi, in grado come sono di fare i rocker ma pure i romantici, come anche di incorporare nel loro sound il sano e vecchio blues in “A Little Too Loose”. Ecco così che a “Daddy, Brother, Lover, Little Boy” e “Green-Tinted Sixties Mind” – Gilbert che regala un riff memorabile – fanno da contraltare le splendide ballad “CDFF-Lucky this Time” e “To Be With You”, quest’ultima presenza fissa nei ritrovi con la chitarra acustica e gli amici. Le gemme si chiamano “Just Take My Heart” e “Alive and Kickin‘”, ma è tutto l’album ad aver resistito alla grande all’invecchiamento, a dimostrazione che la buona musica non conosce contesti sfavorevoli. (Giovanni Barbo)


OZZY OSBOURNE - No More TearsOZZY OSBOURNE – No More Tears

(Epic)

Album dal successo commerciale immenso “No More Tears” (multi platino in Nord America) è considerato forse l’ultimo “classico” di Ozzy Osbourne che si avvalse in fase di composizione dell’amico Lemmy Kilmister; dopo questo lavoro inizierà una fase di declino per il Madman sia dal punto di vista delle vendite che da quello psicofisico che però non gli impediranno di essere ancora sulla breccia ai giorni nostri. Zakk Wylde “riffa” che è un piacere in “I Don’t Want To Change The World”, “Desire”, “S.I.N.” e “AVH” mentre la sezione ritmica è solidamente composta da Bob Daisley (anche se sarà accreditato Mike Inez, degli Alice In Chains) ed il compianto Randy Castillo. Contagioso anche l’andamento di “Zombie Stomp” con un Wylde che fa il bello e cattivo tempo su tutto il lavoro per la verità; la power ballad “Mama, I’m Coming Home” e le tastiere d’accompagnamento alla title track strizzano l’occhio alla classifica mentre in tema di ristampe non sono sicuramente scarti “Don’t Blame Me” e “Party With The Animals” b-side incluse nella ristampa del 2002. (Alberto Capettini)


SKID-ROW-SLAVE to the grind

SKID ROW – Slave To The Grind

(Atlantic Records)

Dopo il successo planetario riscosso nel 1989 con l’omonimo debutto d’esordio gli Skid Row sfornano due anni dopo “Slave To The Grind”, un album dal taglio più aggressivo e più metal che mostra una voglia di non adagiarsi sui consensi ricevuti, ma di ampliare i propri orizzonti evidenziando tutte le loro diverse influenze e sfaccettature in questo platter che per molti è l’apice creativo della band di Bolan e soci. Un lavoro meno spensierato del precedente in cui vengono trattati argomenti scottanti come la politica, la religione e l’abuso di droghe, “Wasted Time” infatti è dedicata a Steven Adler dei Guns N’ Roses in quel periodo schiavo del vizio.
Alcuni dei brani più rappresentativi del disco sono sicuramente la doppietta micidiale “Monkey Business” e la titletrack, la prima dall’incedere blueseggiante che poi sfocia in una e vera e propria mazzata sui denti, la seconda in grado di alzare un wall of sound imponente caratterizzato dalla feroce esecuzione di Bach. Ma ci sono anche composizioni più melodiche come non ricordare la stupenda “In A Darkened Room” o la sopra citata “Wasted Time”. Come curiosità la copertina dell’album è stata realizzata dal padre di Sebastian, David Bierk che si ispirò al “Seppellimento di Santa Lucia”, un’opera del Caravaggio. (Eva Cociani)


Tesla - Psychotic Supper

TESLA – Psychotic Supper

(Geffen Records)

I Tesla arrivano al terzo album “Psychotic Supper” un anno dopo il successo di “Five Man Acoustical Jam”, ritenuto il primo e migliore live acustico di sempre. Con questo lavoro però la band si spinge oltre, assemblando un corposo numero di brani (quasi 70 minuti di musica), forse qualcuno di troppo, ma che includono alcuni dei pezzi più belli mai scritti da Hannon e soci. Impossibile non citare la potenza marziale di “Freedom Slaves” dal ritornello irresistibile o la rockeggiante “Edison’s Medicine“. L’album raggiunge, due anni dopo, addirittura il disco di platino, grazie a singoli come il brano appena citato, e la trascinanti “Call It What You Want“, fulgido esempio di Arena Rock, avvalorato però dalla valenza tecnica e musicale di una band forse sottovalutata. Menzione a parte per “Song And Emotion“, tra i brani più drammatici e intensi incisi dai Tesla: 8 minuti e mezzo che si sviluppano in un crescendo irripetibile. Dalla graffiante ma delicata voce di Jeff Keith si evolve la chitarra di Frank Hannon che guida l’incedere del pezzo fino al magnifico assolo posizionato a metà traccia. Una gemma Hard Rock che vale da sola l’acquisto di un album che comunque non può mancare tra i migliori del 1991. (Tommaso Dainese)


THE CULT - Ceremony

THE CULT – Ceremony

(Beggars Banquet)

Poco considerato nella discografia dei The Cult, “Ceremony” è in realtà un tassello assolutamente da riscoprire nella variegata discografia della band. Camaleontici eppure sempre perfettamente riconoscibili grazie alla voce di Ian Astbury e allo stile chitarristico di Billy Duffy – con i due che pure erano arrivati ad un punto in cui quasi non parlavano l’uno con l’altro – in questo album i The Cult adottano un approccio musicalmente ancor più accessibile rispetto al precedente “Sonic Temple”, mentre per quanto riguarda le lyrics sono incentrate sulla cultura dei nativi americani. Meno ruvidi, meno rock, non per questo Astbury & Duffy sono meno emozionanti, anche grazie alle numerose ballad presenti, dalla toccante “If” alla magniloquente “Heart Of Soul”, alle intense “Indian Woman” e “White” per arrivare alla più retorica ma efficace “Sweet Salvation”. I The Cult non rinunciano a scrivere uno straordinario anthem come “Wild Hearted Son”, a conferma della statura di grandissima rock band che non sempre è stata loro riconosciuta per la loro – dichiarata, del resto – mancanza di originalità. (Giovanni Barbo)


Tuff - What Comes

TUFF – What Comes Around Goes Around

(Atlantic Records)

La formazione dei Tuff si forma a Phoenix in Arizona, ma poi si trasferisce nella città degli angeli in cerca di successo e fama ed è stata molto spesso associata ad un’altro gruppo della scena hair metal, i più famosi Poison. Vuoi per una somiglianza estetica con Bret Michaels e anche un sound non troppo distante dalla band “velenosa” il bravo Stevie Rachelle ha sempre avuto questa spada di damocle incombente sopra la testa. Nel 1991 esce il debutto discografico “What Comes Around Goes Around” tramite Atlantic Records in cui il gruppo rilascia dieci tracce di hard rock genuino e scanzonato dove si intrecciano alla perfezione riff semplici e diretti con melodie ficcanti e ritornelli altamente memorizzabili. Purtroppo il grunge è alle porte e il four-piece non riesce a raccogliere quanto di buono ha seminato e rimane una realtà relegata al mero underground. “Wake Me Up” è stata scritta per l’occasione proprio da Bret Michaels in persona, mentre nell’opener “Ruck A Pit Bridge”spiccano le vocals rudi e graffianti di Rachelle che si sposano alla perfezione al travolgente sound creato dalla band. Impossibile non menzionare la ballatona strappa mutanda “I Hate Kissing You Goodbye”, il primo singolo che all’epoca riuscì a portare un po’ di notorietà ai Tuff passando molto spesso in rotazione su Mtv. (Eva Cociani)


TYKETTO – Don't Come Easy

TYKETTO – Don’t Come Easy

(Geffen)

I Tyketto sono una di quelle band che hanno tutto il diritto di essere inviperite con il grunge. Senza l’esplosione del movimento di Seattle e la conseguente messa in ombra della musica hard & heavy tanto cara ad Mtv negli anni ottanta, forse oggi staremmo parlando di un folgorante debutto di una formazione dalla carriera sconvolgente. Ed invece non sono più in molti, fuori dal giro degli appassionati a ricordarsi canzoni splendide, e allora di buonissimo successo, come “Forever Young”, “Wings”, “Burning Down Inside” o la ballatona “Standing Alone”. La voce di Danny Vaughn è di quelle scintillanti e ariose, così come la chitarra precisa e rock oriented di Brooke St. James avrebbe meritato sicuramente una migliore esposizione. Di certo all’uscita del successivo, e non altrettanto straordinario, “Strenght In Numbers” (1994) il mondo era ormai cambiato e ai nostri restò solo l’applauso dei fan dedicati, ma anche una stima che in fondo li ha portati ad essere amati e ricordati per tanti anni, portando anche ad un album di reunion nel 2012. C’est la vie. (Riccardo Manazza)


UGLY KID JOE - As Ugly As They Wanna Be

UGLY KID JOE – As Ugly As They Wanna Be

(Stardog Records)

In poco più di venticinque minuti di musica, Whitfield Crane e i suoi Ugly Kid Joe dimostrano al mondo quello che saranno capaci di fare negli anni a venire e sfornando tra l’altro uno dei brani che resteranno più famosi nella carriera della band, ovvero “Everything About You”. Con questo EP, che contiene anche la cover di “Sweet Leaf” dei Black Sabbath, gli Ugly Kid Joe dispensano a piene mani un sound che resterà quasi un marchio di fabbrica, un hard rock grezzo e ruvido, con inserti strumentali che rimandano al funky, con l’aggiunta di intermezzi quasi recitati e una voce che ha qualcosa di sgraziato ma che sa andare dritta al cuore di chi ascolta. I risultati di “As Ugly…” sono talmente buoni da stabilire un record: questo è infatti il primo EP in assoluto a ricevere l’onore del disco di platino. Irriverenti, ironici e dissacranti, trainati dalla forza da schiacciasassi di Whitfield Crane, gli Ugly Kid Joe hanno avuto una carriera altalenante, ma non hanno mai perso il loro spirito di fondo, che getta le basi in questa manciata di brani (Anna Minguzzi).


VAN HALEN – For Unlawful Carnal Knowledge

VAN HALEN – For Unlawful Carnal Knowledge

(Warner Bros)

Solo una canzone come “Judgment Day” sarebbe sufficiente per inserire questo disco tra il top dell’annata. La corazzata Van Hagar arriva infatti ad inizio decennio forte di un successo del tutto consolidato e apportatore di vendite milionarie, ma che i nostri di fame ne abbiano ancora lo dimostra proprio un lavoro come “F.U.C.K.”, una vera bomba di hard rock roccioso e melodico, ma capacissimo di restare al passo con i tempi. Il taglio radiofonico che ne aveva decretato la costante presenza nelle classifiche americane non è stato certo trascurato, ma la scelta per il singolo di una canzone non certo facile facile come “Poundcake”, ben sostenuta da un suono di chitarra bello distorto e da una base ritmica massiccia, testimonia come i Van Halen avessero tutte le intenzioni di tenere alta la bandiera dell’hard di maniera. Una scelta che si dimostra vincente e che porta a tanti veri classici come i brani citati, ma anche “Man On A Mission”, “Top Of The World” o “Pleasure Dome”. Non a caso ancora una volta la band raggiunse la prima posizione in classifica della top 200 di Billboard. (Riccardo Manazza)


WARRIOR SOUL – Drugs, God And The New Republic

WARRIOR SOUL – Drugs, God And The New Republic

(DGC Records)

Alzate il volume, abbassate I finestrini dell’automobile e sfrecciate al ritmo dei Warrior Soul. Trainati da una forza della natura a nome Kory Clarke, per il quale ogni concerto sembra una questione di vita o di morte tanta è la forza che impiega, il secondo album della band non è forse il più noto nella loro discografia, ma è di certo un’espressione sincera dello spirito che da sempre ha caratterizzato il gruppo. Definire i Warrior Soul come hard rock è comunque riduttivo, considerate le forti influenze derivanti dal punk che figurano in tutti i brani; rispetto all’hard rock, che spesso tratta temi “leggeri” come l’amore facile e i buoni sentimenti, è importante notare anche il forte impegno politico di molti testi, che si scagliano contro una società percepita come falsa e conformista. Anche i brani più lenti, come la title track, hanno in sé un senso di rivolta e di rabbioso incitamento a vivere la vita fino in fondo che non è facile da dimenticare. Una band che spesso è stata sottovalutata, considerata di nicchia e dimenticata con superficialità, e che invece andrebbe riscoperta per questa sua capacità di fondere durezza, impegno sociale e gusto per le melodie (Anna Minguzzi).


WHITE LION - Mane Attraction

WHITE LION – Mane Attraction

(Atlantic)

Probabilmente neanche gli stessi White Lion pensavano che “Mane Attraction” (dall’azzeccato gioco di parole) sarebbe stato il loro ultimo album (non voglio volutamente considerare i Mike Tramp’s White Lion come la continuazione della formazione originale). La magia del quartetto che diede vita ai quattro album della discografia dei newyorkesi e ovviamente a questo “Mane Attraction” (che non ebbe lo stesso successo commerciale rispetto ai precedenti) era data da un’ottima padronanza strumentale con il batterista Greg D’Angelo che pesta come un dannato nonostante si tratti di musica melodica (“Leave Me Alone”)… eccezionale nel caso di Vito Bratta, chitarrista extraordinaire di scuola Van Halen e Lynch ma con un innato e pregevole gusto personale che applicava soprattutto ad assolo “cantabili” passati alla storia dell’hard rock (“Broken Heart”, “Love Don’t Come Easy”). L’iniziale “Lights And Thunder” coi suoi 8 minuti di durata è tra i pezzi migliori dell’intera discografia dei White Lion così come la cupa “Warsong” con un Tramp in forma nonostante non sia mai stato un vero e proprio fuoriclasse dietro al microfono (perlomeno se paragonato ad altri cantanti della stessa generazione). (Alberto Capettini)


Per leggere la prima parte dello speciale, vi rimandiamo all’articolo uscito qualche mese fa con Alice Cooper, Danger Danger, David Lee Roth, Guns N’ Roses, Europe, L.A. Guns e molti altri.

Infine la nostra playlist dedicata all’Hard Rock 1991, con i migliori brani di ogni album presente nella prima e seconda parte dello speciale. La trovate su Spotify e la potete ascoltare tramite il player di seguito.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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